Springtime

Stasera torno con l’autobus. La temperatura è fresca, il cielo è terso ed il tramonto è un rosa tenue. Aspetto il giusto alla fermata, mi siedo e apro il libro. Carlotto mi spiega come si fa a mettere su un giro di puttane a prova di gossip, ma non è che me ne freghi più di tanto, leggo, ma soprattutto mi guardo intorno. Tutto scorre regolare, i vigili cazzeggiano a piazza Gondar, anche i sobbalzi del 63 sembrano più ovattati del solito. Salendo per Viale Jonio, scopro un viottolo che non avevo mai notato che sia addentra nei Canuti, toccherà ritornarci. Scendo dal bus e mi incammino per la mia via, il tratto che non faccio mai. Ci sono dei palloncini bianchi a terra, volati forse via da qualche festa di bambini, spinti dal vento contro uno scooter nero parcheggiato, ma non c’è tensione, è come se volessero restare lì, accoccolati, non vogliono scappare; noto uno scialle leopardato steso ad asciugare in un giardino: se stasera fossi il mio solito acido me, farei una foto, una battuta salace e lo metterei su Twitter, ma no, non stasera, e passo oltre; al mio solito bar, V. mi vede dall’altra parte della strada e mi saluta con un cenno. L’operaio rumeno del primo piano mi apre il portone e mi sorride. La casa è quasi fresca, non accendo nemmeno il condizionatore…

La felicità, lo so, è una cosa diversa, ma va bene anche così.

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