Ho scoperto di essere un HATER…

Alessandro Casillo (a.k.a. Aridatece Luismighèl)

… e io che pensavo di essere solo uno stronzo.

Nabiki (di nuovo!) si è lanciata nei giorni scorsi in un geniale, anche se forse non proprio consapevole, esperimento antropologico.

In questo post, ha fatto una classifichetta degli IDOLI (maiuscolo, mi raccomando) in voga in questo periodo, soffermandosi per ciascuno di essi sull’analisi delle dinamiche social (i.e. di branco) e sul linguaggio dei rispettivi fans. (Il tutto usando la categoria del “bimbominkia” che, nella mia ignoranza, non ho mai capito bene se si deve applicare agli IDOLI o gli idolatri, e che quindi non userò).

Gli idolatri di cui sopra, complice un cross-posting chirurgico su alcune pagine facebook, si sono molto offesi e si sono scatenati nei commenti. Ho così scoperto, facendomi strada tra profusioni di k e errori da matita blu, la categoria degli HATERS (sempre maiuscolo), che si oppongono con cattiveria a quella dei fans e a cui, con buona approssimazione, appartiene “il  resto del mondo con più di un neurone disponibile“. Ho scoperto che le seguaci di Justin Bieber (che avevo sentito anche nominare, ma avevo mai capito se cantava o faceva fiction demmerda – beh… la prima) si fanno chiamare Beliebers. Ho scoperto anche tali Demi Lovato (fans –> Lovatics), vergine dai talenti oscuri, e  Alessandro Casillo, imberbe sedicenne napoletano, apparentemente privo di qualsiasi qualità, prima ancora che di talento.

Più seriamente, ho visto il modo aberrante in cui tali commenti erano scritti (havete con l’acca di accappatoio, l’ho dico, sciaqquati la bocca), ma soprattutto la piega che hanno rapidamente preso in termini di insulti, offese personali e acefalo vittimismo. E’ tutto davvero fastidioso e disturbante. Probabilmente anche pericoloso, se come rileva sempre Nabiki in un post successivo, ad essere bersaglio di tali invettive (anzi, invetive) è magari un altro/a adolescente con più cervello ma spalle meno larghe…

Ragazzi, si dirà. Certo, ragazzi…

E infatti, leggendo con un occhio sì e un occhio no questa sbrodolata di ignoranza (senza aggettivi) e cattiva digestione delle pappine, ho riconsiderato un po’ la categoria “ragazzi” e ho aperto gli occhi su una realtà drammatica a cui non avevo mai fatto caso (con, però, un timido lieto fine).

Io quando mi immagino un adolescente (anche se, visto che le erinni commentatrici erano per lo più donne, un apostrofo sarebbe forse necessario), mi immagino me stesso adolescente. Vi assicuro che non ero un bel vedere (e infatti mi viene l’orticaria a pensare agli “adolescenti”), però alla fine ero pur sempre io: moderatamente colto, di buona famiglia, bravo a scuola, para-bilingue, insomma… Già in classe mia, senza andare tanto lontano, c’era di molto peggio. Fatto sta che io sono molto diverso (si legga, “molto migliore”) di quello che ero allora, semplicemente perché crescere è un’evoluzione controllata e la mia versione 40.0 è decisamente più “tutto” della mia 15.0 (donne, sapevatelo…)

Passando dal tempo allo spazio, mi interrogo spesso su come sarei potuto essere, se invece che vivere e operare a Roma o in una qualunque realtà cittadina, mi fossi trovato a vivere in qualche grigio paese di provincia, magari padano, con zero possibilità di aggregazione, una volta esauriti il bar dello sport, il centro commerciale e, dio ci salvi, la parrocchia…

(Su questo apriamo una parentesi doverosa, visto che qualcuno dei miei lettori potrebbe risentirsi…. Il vero problema della “provincia” non è strutturale, è comunicativo. Nella narrazione dell’Italia di oggi, la provincia o è becera o non è. Il fatto che “in provincia si stia bene”, specie se si tratta di provincia ricca, è sicuramente vero, ma non emerge affatto nella rappresentazione corrente. Soprattutto non emerge come questo “stare bene”, si ripercuota positivamente su quella che io chiamo qualità della vita e, soprattutto, su quella che tutti chiamano qualità del ragionamento. In altre parole, magari la provincia ospita dei mostri del pensiero occidentale, solo che uno sguardo disattento come il mio non li coglie…)

Ebbene, ricapitolando. In un’ipotetica matrice spazio-tempo, ci sono io, l’elettore leghista e l’adolescente brufoloso, ognuno con il proprio portato, ehm, culturale… Manca qualcosa? Eh, sì… Non ci avevo mai pensato, ma penso di aver capito dove si annidiano le Lovatics…

martix

Il tutto ovviamente amplificato dalla barbarie dei nostri tempi (vekkio0000, ti kiameranno vekkio, ma mi sento i Creedence quindi ci sta) e dai social network che avvicinano alla scrittura sistemi nervosi centrali che in altre epoche storiche avrebbero fatto probabilmente altro.

Ah, già… Il lieto fine… La casella rossa non vota.

PS: visto che me li sento, ve li metto pure.

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5 pensieri su “Ho scoperto di essere un HATER…

  1. NabikiNo Gravatar

    bene, potrei commentare questo post con qualche kappa ma non lo farò…il lieto fine mi è piaciuto molto.
    l’esperimento è riuscito? non so, devo ammettere che ero pronta al peggio ma non si è mai pronti al peggio del peggio.
    Mi inchino di fronte alla tua accurata analisi, un vero onore per una quasi- blogger come me!
    grazie mille

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  2. Pingback: E fateve ‘na risata… – Il cappello del giullare | Il cappello del giullare

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