Reckoning

mak

Se fossi in po’ più movimentista, mi iscriverei al PD.

Perché c’è aria di rifondazione e perché ho capito un po’ di cose che sono successe in questi giorni.

Ho capito, per esempio, che il partito sapeva di essere diviso al suo interno da molto prima di questi giorni. Rodotà era divisivo per se (perché laico, perché fuori dai giochi, perché sostenuto dai grillini) e che, quindi, un partito che si è diviso su Prodi e su Marini non poteva non dividersi, ancora più sanguinosamente se possibile, su Rodotà. Il fatto che a me piacesse averlo come presidente non cambia la sostanza delle cose: i numeri non c’erano (e stendiamo un velo pietoso sulle promesse a mezza bocca di Beppe Grillo).

Ho capito che quello che non mi era mai piaciuto del PD, non era una fisima mia, ma un fatto reale. Delle mille linee di frattura che attraversano un partito democratico (minuscolo), alcune passeranno col tempo. Tipo il Renzismo, che, anche se, come dicono i Renzisti “non è una corrente”,  come tale si comporta, spesso in modi deteriori. O tipo la “questione generazionale”, che si risolverà da sé, anche se l’inadeguatezza di certi parlamentari gggiovani del PD visti ieri a Gazebo è decisamente urticante, soprattutto dopo aver passato un paio di mesi (io) a sparare – giustamente – addosso a quei guitti dei grillini. Tipo, lo “sgallettamento” medio di questi stessi neo-parlamentari eletti con le primarie e in contatto continuo con la base via Twitter, contro cui qualcuno (interessato, forse) si è scagliato.

Ma ce n’è una, il dualismo DS/Margherita, che non morirà mai, se non portandosi il partito con sé nell’Ade. E qui non voglio tanto parlar male dell’ala catto-democristiana – magari in un altro post -, ma solo far notare come gran parte dell’immobilismo del PD in questi anni provenisse, non dalla pavidità dei singoli esponenti, ma dalla paura costante, oppressiva, paralizzante di una scissione: un’ipotesi che tutti percepivamo sottotraccia, ma che solo dall’interno poteva apparire in tutta la sua forza. (Quindi, ricapitolando, Marini no perché inviso alla sinistra del PD e perché sostenuto da Berlusca, Rodotà no perché inviso alla destra del PD).

Ho capito che Marini, per quanto non certo il “mio” candidato, era assolutamente candidabile. Certo, poco coraggio, molto altruismo e pochissima fantasia da parte di Bersani & c., ma proporre Marini era fare quello che si era sempre fatto, anche con buoni risultati, in passato. Proposta valida, ma assolutamente fuori sincrono con lo zeitgeist.

Ho capito che il Segretario se la è certamente giocata male con Marini e la ricerca della condivisione (forse cercando di mascherare con i voti altrui la spaccatura del PD), ma che da lì in poi è stato impallinato dal suo stesso partito (democristiani, vecchi arnesi, renziani), anche perché era l’unico che si frapponeva sulla strada dell’inciucio (*) con Berlusconi.

Ho capito infine che gli altri due partiti, M5S e PdL, hanno fatto una figura migliore del PD, ma solo perché di fatto si sono rifiutati di giocare. Per questo mi facevano schifo prima e continuano a farmi schifo adesso. Anzi, forse anche un po’ di più perché hanno contagiato anche noi con lo psicodramma in piazza.

Ci sono però delle cose che non ho (ancora) capito. Ad esempio:

  • Bersani aveva pre-annunciato un “nome a sorpresa”, poi è uscito Marini.
  • Questa foto.
  • Il senso dell’impallinamento di Prodi o, meglio, del perché è stato proposto.

Ma soprattutto non ho capito in nome di cosa (e considerate le alternative) dovrei smettere di votare PD, o quello che sarà, e non partecipare ad una eventuale rifondazione. Quello che è evidente è che, vicini come siamo andati a vincere questa volta, non c’andremo mai più, ma le sindromi di Mandrake le lascio volentieri ad altri.

(*) Odio la parola “inciucio”. Odio il fatto che qualsiasi gesto di distensione debba essere immediatamente bollato di “inciucio”, che i parlamentari e i politici non si possano parlare fra loro perché sennò è “inciucio”, odio soprattutto che le forze più deteriori del panorama politico abbiano lucrato, elettoralmente e – cosa ben peggiore – culturalmente, sul tema dell’ “inciucio”. Ma, viste le forme che sta prendendo questa “intelligenza con il nemico”, non saprei veramente come altro chiamarla. Ha ragione Civati, quando dice, “Occhio a chi diventerà ministro nel nuovo governo…”

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