Quello che si fa e quello si è

Anche se non ricerco particolarmente il dialogo in questo periodo un po’ cupo, nemmeno lo rifuggo. Non lo faccio mai in realtà.

Come mi aspettavo, una delle cose peggiori di questa mia nuova singleness (ancora non sono rassegnato, ma tant’è) è l’affrontare, da una posizione “sconfitta”, le eterne discussioni sulle stranezze oggettive del mio rapporto con F.

Passare 11 anni, con molti alti e molti bassi, in una relazione a distanza ovviamente si presta al dibattito, soprattutto quando suddetta relazione finisce.

Eeeeh, mi dispiace, ma era normale che finisse così…” (Mon Père)

Voi avete perso il treno 10 anni fa,  quando stavate a *** (Ma Mère)

Non ti è venuta a trovare nemmeno una volta a Tirana, figurati se poi veniva a Roma” (Plusieurs d’autres)

Sarei stato davvero contento per te se si fosse trasferita a Roma, ma c’ho sempre creduto poco. Per esempio, quella volta che… <insert your 2 cent memory here>” (Les amis plus chers).

Come dice Tony Pagoda, hanno tutti ragione, ma nella storia c’ero io (anzi c’eravamo noi) non loro e quindi può risultare difficile giudicare correttamente una situazione solo da quello che le persone fanno e trascurando quello che le persone sono. Non che la prima cosa non conti, ma la seconda è più importante e, soprattutto, “viene prima”.

F. non è mai venuta a Tirana. A me su questa cosa, i “cattivi pensieri” sono sempre venuti per questioni ontologiche: paura e disagio verso il nuovo e il diverso, allergia ai miei ritmi di lavoro di allora. Cose su cui le si può dare ragione o meno, ma che non c’entrano niente con il fatto che volesse o non volesse “stare con me”. E quindi, da me difficilmente interpretabili come avvisaglie della sciagura sentimentale imminente.

Io di questo ero e sono convinto ed è difficile spiegare queste cose a chi vorrebbe applicare categorie “normali” a ciò e a chi “normale” non era. Ogni analisi non dovrebbe prescindere da quello che le persone “sono”, con tutto il loro portato di storie, fobie, paure, fisse, paranoie che ci rendono tutti unici e diversi e rendono appunto essere “normali”, un’ “impresa eccezionale”, come direbbe Lucio Dalla.

Non mi va di scendere troppo nei dettagli, ma anche gli ultimi fatti io li interpreto come originati da un qualcosa di profondo, di cablato in quello che siamo, in quello che, come individui, pensiamo (o rimuoviamo) la sera, con la testa sul cuscino. Questa separazione è sempre stata un esito probabile (forse il più probabile) della nostra relazione, io l’ho sempre saputo, anche se credo di essermi adoperato sinceramente affinché non accadesse.

E, anche se tra le cose probabili e le cose prevedibili ci sono di mezzo concetti come l’amore, la fiducia e l’ottimismo, forse sarebbe valsa la pena, per non farsi travolgere, essere un po’ più previdenti e magari avere un piano B.

Ma, sai com’è, io NON SONO così.

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5 pensieri su “Quello che si fa e quello si è

  1. Jedan58No Gravatar

    Te la regalo, scritta tanti ma tanti anni fa…

    PARALLELISMI

    Le tue frasi non dette
    Nel silenzio assordante degli sguardi
    Le tue piccole cose
    Incastonate come gemme

    Nelle mie enormi emozioni
    Collidono in armoniche interrotte
    Dai rumori delle vite
    Parallelamente unite

    Parallele convergenze
    In un punto infinito
    Idealizzate ma non disegnabili
    Sulla lavagna del tempo

    Scorrono le nostre anime
    Affiancate come i tratti geometrici
    Che ingenue menti rappresentano
    In segni di bianco su nero

    Come sponde di fiume ideale
    Da costante eppur mutevole liquido
    Con infiniti ed infinitesimi legami
    Esse si guardano unite

    E come ruote di motrice
    Sui binari del tempo
    Esse dipenderanno l’un l’altra
    Serenamente divise

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  2. Mr.LotoNo Gravatar

    Il titolo del tuo post avrebbe dovuto essere “Quello che si fa E’ quello che si è”. Sono convinto che per amore si superano ostacoli ben maggiori di qualche disagio di adattamento; scusa la franchezza ma forse è un bene che vi siate lasciati.
    Un saluto.

    Rispondi
    1. jestercap72No Gravatar

      Apprezzo la franchezza.
      Ma non era mia intenzione dare giudizi di valore, tipo “è bene… è male…”
      Volevo forse proprio dire quello che dici tu, che prima dei comportamenti viene la sostanza delle persone e che è soprattutto su questa che bisogna fare uno sforzo di interpretazione (informato, possibilmente).
      Se è bene o male, lo dirà il tempo… Per adesso, il “bene” è una cosa diversa…

      Ciao
      J

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