Pensieri sparsi sulla pandemia (finora)

Il bello di vedere le cose succedere a rallentatore e che puoi fare delle riflessioni su quello che accade e aggiustarle piano piano fino a che ti (quasi) convincono. Io, questa epid pandemia, per motivi che non sto a dirvi è dai primi di gennaio che la sto seguendo, praticamente da appena la notizia è arrivata dalla Cina. Quando ancora si pensava, arditamente, che venisse trasmessa all’uomo da un serpente o da un pesce (con un quadruplo salto raggruppato di specie). Sono tecnicamente pensieri sparsi, ma, a mio avviso, messi uno vicino all’altro, ne esce un quadro piuttosto coerente.

L’Italia, oggi, è un evidente outlier in termini di mortalità: il 5-6% è un rate apparentemente senza senso, maggiore della Cina all’inizio quando non si sapeva di cosa si trattasse e, molto probabilmente, la gente si curava con erbe di fratta e gusci di tartaruga grattugiati.

Un primo motivo di ciò è naturalmente la good-ole sfiga, declinabile in molti modi: diagnosi tardive, pazienti 1 che vanno in giro come madonne pellegrine, il fatto di essere i primi in Europa ad essere davvero colpiti, poco sorprendente pressappochismo ospedaliero (almeno all’inizio).

Un secondo motivo – e qui veniamo a cause più strutturali – è legato a un tessuto sociale molto povero e a troppa gente disabituata a ragionare:
banale sottovalutazione dei fatti, scarsa attitudine a capire i numeri (o anche solo mal di pancia a guardarli), stampa allarmista e scientificamente impreparata, egoismo, poraccismo, familismo amorale, un racconto politico prima sciacallo e poi, senza soluzione di continuità, piagnone e catastrofista. Particolare menzione fra queste italiche catastrofi la povertà oggettiva degli strumenti cognitivi di gran parte della popolazione (e della stampa che da decenni la imbocca): capire i numeri (sia quelli veri, sia quelli che non tornano) di questa epidemia è complicato e (ovviamente) faticoso per chiunque e i nostri connazionali – se non ve ne siete accorti, ve lo spoilero io – faticano con concetti anche molto più semplici di questi.

Il terzo motivo è più opinabile, ma secondo me ha una sua logica, e sono le statistiche falsate. L’epidemia in Italia è partita dagli e negli ospedali (forse non è il momento, ma qualche esamino di coscienza, qualche medico se lo dovrà fare). Dentro gli ospedali ci sono una marea di soggetti deboli (malati, vecchi malandati, lungodegenti), a volte nemmeno così bisognosi di cure ospedaliere vere e proprie. In più, soprattutto in ospedali di provincia, c’è tutto un contorno di persone, anziani per lo più, che – a volte con buoni motivi, a volte meno – bazzicano regolarmente tra pronto soccorso e altri servizi. E, questi ultimi, oltre ad essere anche loro soggetti deboli, sono il vettore perfetto fra il dentro e il fuori l’ospedale. Ho trovato emblematica la vicenda del primo morto in Veneto: questo vecchietto una mattina sì e una no stava in ospedale e la sera stava felice sereno e scatarrante al bar del paese a giocare a carte e vedersi le partite. Per carità, aveva ed avrebbe ancora tutto il diritto di farlo, ma è evidente che tali comportamenti sono a) poco “cittadini” e b) un’autostrada per l’infezione. Il fatto che i primi grossi focolai siano ospedalieri falsa le statistiche perché non colpisce la “popolazione”, ma un subset molto più debole della “popolazione” (e questo spiega, almeno in parte, i “troppi” morti).

Ma c’è anche un altro aspetto: il sistema sanitario italiano, per mille motivi alcuni dei quali già descritti, ha perso un bel po’ di tempo (giorni, ma preziosi) prima capire che aveva a che fare con un’epidemia ed è quindi lecito pensare che, forse escludendo i primissimi paesini focolaio, lo screening per l’infezione sia stato fatto in massima parte, non alla “popolazione”, ma solo a chi andava all’ospedale e presentava sintomi. Anche questo, impattando il denominatore del tasso di mortalità, falsa le statistiche.
C’è poi un quarto motivo, tutto da verificare e molto suggestivo, ma lo dice Ilaria Capua, quindi vale la pena pensarci. Parrebbe che la sanità italiana sia un outlier mondiale anche per quanto riguarda i ceppi di batteri resistenti agli antibiotici e che i nostri ospedali siano a loro volta outlier mondiali per complicanze post-operatorie dovute a tali batteri. Forse non c’entra niente, ma è noto che nei paesi civili, il medico di base prescrive l’antibiotico solo se gli stai morendo davanti e in Italia no.

Cambiamo argomento e, visto che abito in Germania, facciamo un po’ di confronti e sfatiamo qualche mito.

Leggendo sui social e, purtroppo, anche sui giornali, in Italia dicono “eh, ma in Germania, chissà quanta gente muore senza che nessuno vada a vedere se il cadavere è infetto o meno“, cioè, in altre parole, non fanno i tamponi ai morti. Boh, po’ esse… Ma, c’è un grosso ma: il contagio è ormai conclamato, non ci sono ancora i morti, ma l’emergenza c’è. Se davvero qualcuno avesse il sospetto che questi che muoiono in ospedale in questi e nei giorni precedenti siano tutti potenzialmente infetti, potrebbero pure non farlo sapere urbi et orbi (#noncielodikono), ma ci sarebbero gli ospedali in assetto di guerra batteriologica. Cosa che non è. Sono pronti, sovradimensionati, hanno piani preparati e tenuti nel cassetto da anni, ma NON SONO in assetto di guerra.

La Germania (morti a parte) sta messa come l’Italia 10-12 giorni fa. Stesse misure timide, stesso livello di incoscienza delle persone, the show must go on, non fermiamo l’economia, etc. Li capisco, in parte, ma li capirei di più se non ci fosse già stata l’Italia a far vedere quanto poco ci vuole a finire nella merda.

Questo dà lo spunto per una triste riflessione sull’immagine che l’Italia ha nel resto d’Europa o almeno negli stati con cui ama confrontarsi (spesso senza giustificati motivi, con buona pace di quello di Eataly, che non so manco come si chiama). Qui (ma direi anche altrove), tutti sono dentro di sé convinti che l’Italia “ha fatto casino e si è fatta scappare di mano la situazione”. Ed è probabilmente anche vero per i motivi detti sopra, ma a me sembra che di fronte a certi numeri e contro un’esponenziale, ci sia poco da “essere bravi” e che “migliori contromisure” non vogliono dire che “il problema qui sarà più piccolo” o addirittura che “non ci sarà”.

Noi in tutto questo abbiamo deciso di metterci in quarantena preventiva (io lavoro comunque quasi sempre da casa) e uscire lo stretto indispensabile. Due giorni fa abbiamo mandato una mail agli altri genitori dell’asilo, in cui, con toni accorati che vi risparmio, abbiamo detto alcune delle cose scritte qui sopra e che (forse) stanno/stiamo sottovalutando la situazione.

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