Igiene del discorso

SonoriccoNon mi capita spesso perché preferisco rimanere nella mia comfort zone, ma di quando in quando mi capita di trovarmi in mezzo a discussioni piuttosto concitate su quello che in Italia va sotto il nome di “politica”.

Premetto che non frequento persone che la pensano – almeno sulla carta – molto diversamente da me: i fascisti li evito da sempre per incompatibilità ambientale, i berlusconiani si sono estinti (ma anche prima non è che si vedessero molto) e i grillini nel pieno delle loro seriose funzioni mi fanno cambiare marciapiede. Di turbo-renziani non ne conosco, almeno nella cerchia più stretta: i miei amici sono tutti, in qualche modo, nostalgici.

Eppure, certe volte, ti vieni a trovare tuo malgrado in un contesto sociale in cui ci sono degli estranei o comunque persone che conosci poco e si conoscono poco fra di loro… Te ne stai lì tranquillo e vedi d’un tratto che i toni si accendono. Te ne rimani in disparte, perché ben difficilmente sei uscito di casa con l’idea di discutere di alcunché, ma è sempre antropologicamente interessante vedere la gente “vera” che si azzuffa su cose di cui sa ben poco. Sia chiaro, il più delle volte ne so ben poco pure io e proprio per questo taccio, ma evidentemente questo non limita il polemista da ballatoio di cui mi accingo a parlare.

La prima cosa che colpisce è la proporzionalità inversa che intercorre fra la complessità dei problemi e la semplicità delle soluzioni proposte. Sia che si  parli di immigrazione clandestina e di politiche di accoglienza, sia che si parli di riforma della scuola, tutti hanno le idee chiarissime: il dubbio non esiste, anzi non è mai esistito.

La seconda cosa è che, conoscendo talvolta la vita privata di questi soggetti, vedi che il dubbio esiste eccome; esistono i tentennamenti, esiste un’irresolutezza talvolta perfino patologica… Lungi da me fartene una colpa, ma forse potresti affrontare con lo stesso piglio il tuo microcosmo e risparmiare sugli psicofarmaci.

Poi, naturalmente, c’è la neo-lingua. Le “mani nelle tasche”, gli “stipendi d’oro”, la “casta”: vedi persone che potresti anche aver stimato fino a un minuto prima, che potrebbero anche aver letto un libro in un passato recente, ma che, non appena iniziano le loro tirate, sembrano parlare come i banner sgrammaticati di Facebook.

E vogliamo parlare del ragionamento induttivo on steroids? “A me una zingara m’ha rapinato sull’autobus (rapinano anche quelli di sinistra, pensa te) e quindi i zingari so’ tutti ladri”. Magari è pure vero che sono tutti ladri, non è questo il punto, ma, per quanto quel borseggio possa aver segnato la tua vita e la tua percezione del mondo, il sillogismo non funziona e io, da sempre, per igiene mentale mia, al primo passaggio logico che non mi convince, marchio l’interlocutore come inadeguato e smetto di ascoltare.

Infine,  il cinismo. Io sono cinico, ma di un cinismo destruens: io sgonfio palloni, demolisco con una battuta sistemi di riferimento traballanti nella loro superficialità. Il cinismo construens, quello che fonda le visioni del mondo, invece è una jattura: è il disincanto ostentato di chi ha già capito tutto e sa già come andrà a finire. Di quelli “tanto è tutto un schifo signora mia”, del “vuoi fare queste cose in Italia?!”… Il problema di questo tipo di cinismo, quando si unisce al (legittimo) mantra delle “scatole piene” e a quello meno legittimo neo-francescanesimo pauperista, è che risulta fatalmente autoassolutorio: “e che l’unico stronzo (che non frega il sistema in qualche modo) devo essere io”?

Se sei l’unico non lo so… Stronzo sei stronzo.

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