Libel (o diffamazione)

Iniziamo con un proverbio arabo (trovato su Facebook, quindi di attendibilità più che dubbia, ma) decisamente in tema.

Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte.
Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “È vera?”
Sulla seconda campeggiare la domanda: “È necessaria ?”
Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: “È gentile ?”

Ci sono due notizie in questi giorni che mi spingono a scrivere questo post che era in attesa già da un po’ di tempo. Si parla di diffamazione e le due notizie sono questa, che dovreste aver sentito, e questa che forse vi è sfuggita. Sono storie strane, secondo me, come è strano tutto quello che riguarda la diffamazione.

Su quella di Sallusti c’è poco da dire, non mi piace che si vada addirittura in galera per quello che si scrive, ma quei giornali (Libero o Il Giornale, nemmeno li distinguo più) hanno una cifra di informazione urlata, di notizie facili da fraintendere, quando non smaccatamente false nello specifico, di approcci deontologici discutibili (tipo Boffo, tipo la casa-di-Montecarlo, tipo Marrazzo, tipo praticamente ogni altra cosa)… In queste condizioni, va da sé che, almeno fino a che il reato esiste, qualche volta gli può anche dire male. Pare tra l’altro, se leggete con attenzione il primo dei due link, che tutta la vicenda scoperchi una gestione quasi industriale delle cause di diffamazione contro quei giornali, con schiere di avvocati che operano disgiunte dalle vicende del giornale e la sola questione costi/benefici a guidare l’approccio difensivo.

Quella di Carofiglio, invece, per quanto minore, mi sta più a cuore. Pare che il Nostro si sia stranito ed abbia denunciato per diffamazione un editore (Ponte alle Grazie), che gli ha dato su Facebook del “mestierante” e dello “scribacchino”.

Intermezzo: probabilmente non lo definirei in quel modo, ma è un fatto che – da vecchio fan – le fatiche recenti di Carofiglio sono prive della freschezza delle origini e, a mio modesto avviso, anche di senso letterario… E infatti, l’ho cassato, seppur a malincuore.

In questo caso, capisco che a Carofiglio un simile attestato di stima possa aver dato fastidio, ma credo che, se tu fai lo scrittore, devi mettere in conto che qualcuno ti dia del “mestierante” e dello “scribacchino”, il punto è casomai perché lo scrive, ma il discorso ci porterebbe un po’ troppo lontano dalla vera questione che voglio affrontare…

La difesa di Ponte alla Grazie si appella al “diritto di critica”, che, a mio buonsenso, si applica a fortiori in presenza di opere d’arte, come è lecito pensare che Carofiglio ed altri considerino i suoi libri. E’ questo diritto di critica che mi sta a cuore, perché anch’io negli ultimi tre anni, senza parlarne mai qui se non con riferimenti ellittici, sono stato al centro di una vicenda simile.

L’avvocato mi ha vietato di ripescare la vicenda e di raccontarla nei dettagli, ma la riassumo in maniera asettica e anonima. Nel 2008, all’alba del blog, scrivo un post di una cosa che mi era successa, parlando male del lavoro svolto da una certa ditta, che vorrei davvero citare, ma appunto non posso. Questi leggono il blog, si straniscono e sporgono querela per diffamazione contro ignoti (il blog era anonimo all’epoca), a febbraio 2010 – io ero in Albania – vengo convocato dai Carabinieri come “indagato” o giù di lì, mi devo trovare un avvocato (penalista) e sostenere un “interrogatorio di garanzia”.

Trovo l’avvocato (una grande, che sto ancora pagando), decidiamo una linea di difesa e facciamo l’interrogatorio. Dopo una prima richiesta di archiviazione, rifiutata dalla controparte e qualche rinvio, finalmente la vicenda si risolve con l’archiviazione a giugno di quest’anno. Uno dei punti chiave delle motivazioni del giudice che deciso di archiviare era che io avevo esercitato il mio legittimo “diritto di critica”. E sì che ciò che criticavo non era certo un ‘opera d’arte… Tutt’altro.

Che cosa ho capito io della diffamazione? Che quando ti querelano per diffamazione devi dimostrare tre cose, non tutte intuitive, ma tutte e tre previste dal proverbio arabo.

  1. che stai dicendo il vero, adducendo prove e testimonianze, magari non inoppugnabili nel merito, ma che servano a far capire che, al tuo stato delle conoscenza all’epoca del fatto, avevi motivo di pensar male del potenziale diffamato;
  2. che quello che vai affermando a contenuto potenzialmente diffamatorio è di interesse pubblico o comunque commisurato alla potenza del mezzo usato per diffonderlo. E qui si apre il baratro della giurisprudenza che riguarda internet – strumento potentissimo in teoria, ma, nel mio caso, trattandosi di un blog iperpersonale e poco frequentato, più innocuo di un ciclostile – per cui la decisione alla fin fine dipende da quanto e cosa il giudice ne capisce di queste cose;
  3. che quanto detto/scritto/pubblicato non soffra di “incontinenza verbale”, cioè non sia gratuitamente volgare ed offensivo nei confronti del potenziale diffamato.
  4. infine, in presenza di uno stato di alterazione dimostrabile, come per esempio l’ira provocata dalle azioni del potenziale diffamato, costituisce un’attenuante.

Quindi per fare degli esempi:

  1. è diffamazione se io ti dico ladro e non è vero;
  2. è diffamazione se io ti dico ladro e, anche se è vero, questo fatto non interessa oggettivamente a nessuno di quelli a cui lo sto dicendo;
  3. è diffamazione se io ti dico ladro e stronzo, anche se è vero che sei ladro e la cosa interessa oggettivamente a qualcuno.
  4. è un’attenuante il fatto che io sia davvero incazzato – e qualcuno possa testimoniarlo – per il fatto che tu sia ladro (e stronzo).

Vedo che con gli esempi non siamo andati tanto lontano dalla vicenda che mi ha riguardato…

Nel mio caso ovviamente, era tutto vero (documentato e documentabile) sia all’epoca del primo scritto, sia poi. Trattandosi di rapporti commerciali fra me e la ditta, la cosa era di interesse pubblico perché altri potevano incappare nella stessa prassi borderline. Ero stato tutt’altro che incontinente nel linguaggio, cosa che mi capita di rado: avevo solo detto che l’intento del post era quello di “sputtanare” questi qua a beneficio del prossimo (molto della loro querela ruotava intorno alla parola “sputtanare” piuttosto che sul fatto che io stessi affermando il falso, segno inequivocabile che avevano la coscienza pulita…). E sì, ero piuttosto incazzato quando avevo scritto il post, avevo anche testimoni (il buon Bnb, per dire, che poi non ho usato), ma molto meno di quanto lo sarei stato successivamente: quella malefatta, infatti, sarebbe stato solo l’inizio. Ma non divaghiamo.

Tutta la faccenda della diffamazione ruota intorno alla reputazione del diffamato. E’ questa che viene danneggiata parlandone male ad un uditorio più o meno vasto. Ed è proprio la reputazione di questa ditta che deve restare anonima (nonostante il giudice le abbia dato torto nel merito anche piuttosto malamente) che non poteva sopportare che nel 2008 sulla pagina dei risultati di Google, inserendo il loro nome, uscisse fuori il mio post: l’unica macchia fra almeno venti risultati istituzionali, autogestiti e acchittati apposta per far vedere che bell’azienda che erano (e purtroppo sono ancora). Eh sì, perché loro, nonostante il fatto che non stiamo parlando propriamente della Apple, sono un’azienda molto attenta alla comunicazione sul web. Sito fichetto, pagina Facebook, foto delle cene aziendali, convegni, partecipazioni… Insomma, SEO alla vaccinara, ma pur sempre SEO.

Loro evidentemente no, ma tutto il mondo dovrebbe sapere ormai che, chi internet ferisce, di internet perisce, e quindi farebbe parte delle regole del gioco prendersi le critiche quando sono meritate e non pensare soltanto a fare il presepe telematico. O al limite si potrebbe finanche imparare a fare le cose onestamente e bene, ma forse è ancora tutto troppo avveniristico e poco affine allo Zeitgeist. Infatti, visto che sono così scafati sulle cose di internet, il loro avvocato ha scritto quanto segue nella memoria con cui si opponeva alla prima richiesta di archiviazione. (Vado un po’ a memoria).

E allora chiunque entri in un ristorante e si alzi ritenendo di aver mangiato male, potrebbe andare su internet e scriverne in termini negativi, mettendo in guardia dall’esperienza i potenziali avventori?

Tutte le persone a cui l’ho fatta leggere hanno avuto la stessa reazione (dopo che avevano smesso di ridere): “E allora TripAdvisor? Non funziona proprio come l’avvocato paventa che ci si possa comportare?” Certo, ma anche tutti gli altri. Pensate alla ACER (di cui ho parlato bene) o alla Hertz che proprio a fronte di un lettera (e di un post) ci ha chiesto scusa a brevissimo giro di posta o a Toluna a cui ho provato a fare i conti in tasca. Sono cliente, tu mi tratti male, io mi lamento e lo dico in giro. Tu ti fai pubblicità su internet e io ti faccio pubblicità negativa su internet, magari c’è anche qualcuno che si è trovato bene con questi e magari sa anche mettere due parole una in fila all’altra… E’ una lama doppio taglio e dovrebbe innescare un voglia a fare meglio, non peggio. Ma evidentemente querelare un blogger costa meno fatica.

Oltre a far notare quanto questa pretesa fosse grottesca, il giudice mi ha anche riconosciuto il “diritto di critica” (a me, figuriamoci a uno che dà dello scribacchino a uno scrittore), l’interesse pubblico e ha detto che “sputtanare” era una parola “vivace”, ma senza incontinenza. Insomma, forse su quest’ultimo aspetto mi ha detto culo (ops, I did it again), ma leggere quelle motivazioni, dopo due anni e mezzo di rodimenti, è stato rinfrescante.

Alla fine ho speso un sacco di soldi di avvocato (senza alternativa possibile!) per avere la sola soddisfazione di vedermi riconoscere che “il fatto non sussiste”, e sapere nero su bianco che quindi quelli là mi hanno querelato a cazzo. E’ stata sicuramente una brutta vicenda e ancora mi brucia che, almeno secondo l’avvocato, e nonostante tutto, ancora non possa ripubblicare il famoso post e fare il nome di questa gente, ma prima o poi mi stuferò… Nel frattempo tifo per la crisi che inghiotta anche quell’azienda, tanto una più una meno…

Che cosa ho imparato da tutta questa faccenda? Ben poco purtroppo.

Ho imparato che cos’è la diffamazione.

Ho imparato quanto costa  un avvocato per una cosa simile.

Ho imparato che io ho pagato l’avvocato, mentre loro evidentemente no, perché altrimenti avrebbero fatto pippa rispetto al mio post. (A proposito di “specchiata reputazione da salvaguardare”, ho raccolto un po’ di notizie e gira voce, a Roma, che questi personaggi non siano nuovi a denunce penali pretestuose al limite del grottesco e che le utilizzano come supporto e strumento di pressione su altre cause, civili, che hanno in corso – esattamente come nel mio caso – su cui sono in ballo molti soldi. Si presume quindi che per loro gli avvocati siano un costo fisso forfettario indipendente dal numero di cause che intentano e che gli intentano, un po’ come la luce e il telefono).

Ho imparato che se non si va al processo, ma si punta come è logico all’archiviazione, nessuno ti rimborsa, perché tecnicamente non hai ragione tu, ma sono loro ad avere torto e quindi amici come prima, altro che rimborso delle spese legali e altri cazzi alla Perry Mason.

Ho imparato che per motivi di non meglio precisata “convenienza” ancora non posso ripristinare il mio senso di giustizia, ripubblicando il famigerato post, raccontando con la dovuta enfasi i dettagli della faccenda con nomi e cognomi e riconquistando settimana dopo settimana ranking nella loro SERP del cazzo.

Ho imparato a scrivere invettive a prova di bomba? A prevedere i pericoli di una parola di troppo? A muovermi meglio? No, non credo. Ho solo imparato a muovermi meno e che nel dubbio è meglio non scrivere. E questa è la cosa più triste di tutte.

Fanculo.

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3 pensieri su “Libel (o diffamazione)

  1. Jedan58No Gravatar

    Triste conclusione davvero ma senza scomodare gli arabi che la complicano troppo (sarà per ovviare alla piattezza del deserto) ricordo ancora la prof di lettere della I media che diceva “prima di parlare girati la lingua in bocca dieci volte” 🙂

    PS) in certi casi sono per le vie di fatto, tanto vale pagare un penalista per qualcosa di concreto 🙂

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