Carne di pappagallo non ne vogliamo mangiare più

Ieri Francesco De Gregori ha rilasciato questa intervista al Corriere. In cui tra le altre cose, molte condivisibili e di buon senso, alla domanda “Che cos’è oggi la sinistra?” ha risposto:

È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini.

Molti hanno detto che l’intervista è di destra, che è meglio che si stava zitto o che era zeppa di banalità.

Essere stufi del PD, dell’altra sinistra non vale nemmeno la pena parlare, è uno stato che ci appartiene da talmente tanto tempo che è esso stesso un “luogo” comune, di cui è ben difficile parlare senza dire cose già dette. Ma, limitandomi alle sole parole citate sopra, sono davvero delle cose già dette? Già sentite? Già metabolizzate?

Io direi proprio di no. Forse è vero che, come dicono qui, le cose che dice le scrivono corsivisti terzisti che scrivono tutti i giorni sul Corriere (non lo so, io non leggo quella roba), ma secondo me ci sono due modi per dirle.

Il primo, quello dei corsivisti, è quello un po’ irridente e qualunquista che serve a rinfocolare il topos della sinistra salottiera, incline al cazzeggio e alle battaglie di retroguardia, con l’obiettivo di raffigurarla in modo macchiettistico, superficiale e, auspicabilmente, innocuo per lo status quo.

L’altro è quello di chi comunque viene da una tradizione e da una cultura di sinistra e sa che potrebbe esserci dell’altro, molto più importante e meno strumentalizzabile dai terzisti di turno. Da lì viene De Gregori e manifesta, prendendosela con lo Slow Food e le piste ciclabili, tutto il legittimo disagio di chi si accorge che le uniche cose “di sinistra” uscite negli ultimi anni sono di quel livello lì…

Poi, però, c’è anche un’altra questione. Cioè il fatto che  chi “idolatra” le piste ciclabili (che, sia detto per inciso, questo blog auspica, non foss’altro che per levare i ciclisti dalla strada), in quanto “di sinistra” e proveniente dall’unica tradizione culturale italiana, si sente in missione per conto di dio. Questo lo porta a perdere assolutamente il senso della misura (la faccenda della TAV, ad esempio, è esemplare) e ad appassionarsi alla pista ciclabile sotto casa, a una cazzo di ferrovia o alla fronda d’insalata km zero con lo stesso trasporto e lo stesso sacro furore di chi impugnò le armi contro il fascismo.

Si è venuta a creare un distonia fra i modi e i metodi “di sinistra” e le “cose di cui parla la sinistra” stessa. I primi ancora, forse, adatti a cambiare il mondo, le seconde, invece, buone si e no per passare una domenica in compagnia all’insegna della buona tavola. Accorgersi di questo e parlarne apertis verbis, a me non sembra banale. Tutt’altro.

PS: A proposito dell'”unica tradizione culturale italiana”, nel secondo articolo linkato c’è questo passaggio su un tema molto caro a questo blog, che mi è piaciuto moltissimo e che vi riporto verbatim.

Ora, io penso che il vero problema della politica italiana non sia il disastro della sinistra, ma il deserto culturale esistente fuori dalla sinistra, in una parte della società assolutamente maggioritaria politicamente ma del tutto incapace di avere propri punti di riferimento culturali ed intellettuali e che quindi deve accontentarsi delle briciole che avanzano dal sempiterno dibattito autocritico della sinistra.

 

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2 pensieri su “Carne di pappagallo non ne vogliamo mangiare più

    1. jestercap72No Gravatar Autore articolo

      Eh, lo so. Ma pure lui provoca. Mi mette le piste ciclabili, lo slow food e i No Tav nella stessa frase…

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