On Brexit

A me questa Brexit, da qualsiasi lato la si guardi, fa incazzare. Mai avrei pensato che con il Movimento5Stelle qui da noi, quella verduraia della Le Pen in Francia, epigoni di Salvini e Meloni in ogni angolo di Europa, proprio in UK, dove ci sono ancora la Regina, il Commonwealth e i Lord con la parrucca, ci potesse essere un’epifania così deprimente di quello che stiamo (tutti) diventando. Metto qua di seguito alcune riflessioni che ho fatto in questi giorni.

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E adesso?

Tra tutte, la cosa che mi ha lasciato più l’amaro in bocca di questa brutta, brutta faccenda, è il fatto che non c’era un piano. Nel senso: porti il tuo popolo ad una decisione di tale portata, mediante un referendum che, per definizione, ha solo due esiti possibili, fai campagna per uno di quei due risultati, pure con toni e modi da fiera di paese, poi vinci e non sai cosa fare? Ti rimangi un’ora (nel senso di sessanta minuti) dopo le promesse che hai fatto per mesi e cominci a dire “Non così in fretta… Calma… C’è tempo…

Tutti, evidentemente, sia chi faceva campagna per il Leave, sia chi faceva campagna per il Remain, pensavano che il Remain vincesse più o meno comodamente. I primi avrebbero potuto cavalcare alle prossime elezioni il vento antieuropeista nei collegi pro-Leave nello Stocazzoshire profondo, chiagnendo e futtendo, come avevano sempre fatto. Gli altri, forti di una vittoria (benché inevitabilmente mutilata), avrebbero continuato con il business-as-usual.

Invece i secondi sono stati malamente sconfitti, ma i primi forse stanno ancora peggio… Ora, armati delle loro belle facce sveglie, si trovano in teoria a dover gestire una situazione molto complicata, in un terreno sconosciuto, con alle spalle un paese diviso in due… Ammesso e non concesso che siano le persone serie, che, almeno nell’immaginario di noi provinciali, dovrebbero popolare la politica anglo-sassone. In fondo, c’hanno le parrucche in testa e la Democrazia l’hanno praticamente inventata loro, no? Vuoi che non sappiano gestire un referendum…

La democrazia diretta

Il referendum è uno strumento rozzo e irreversibile. Non tutte le operazioni si possono praticare con il machete, per alcune ci vogliono strumenti un po’ più fini. La domanda referendaria può essere semplice a piacere (e sinceramente non capisco tutta l’ironia sulla differenza fra le domande referendarie italiane e quella inglese), la complessità tuttavia è insita in ogni decisione e dovrebbe essere il tema portante del prima- e (non solo) del dopo-referendum.

E poi, sta cazzo di Sovranità Popolare… La democrazia diretta non funziona, se non su questioni molto, molto locali. Già ai tempi dei Comuni, nel Trecento, faceva acqua da tutte le parti, poi, più recentemente, sono arrivate le riunioni di condominio e i meet-up di Grillo a darle il colpo di grazia definitivo.

Io non ho nulla contro il suffragio universale in sé: va benissimo per eleggere rappresentanti che prendano decisioni al mio posto, permettendomi di non essere un tuttologo, ma ho moltissimo contro il referendum come strumento per prendere decisioni politiche (e sorvoliamo sul modo e sul motivo per cui questo specifico referendum è stato indetto). Questo vale sia per merdoni epocali tipo il Brexit, sia per cazzatelle locali di palese inutilità.

Se il popolo, invece di bearsi dell’essere investito di questo potere decisionale taumaturgico, si preoccupasse, alle elezioni vere, a suffragio universale, di mandare a prendere decisioni gente seria e preparata (molto prima che onesta e/o simpatica), probabilmente non saremmo a questo punto. Né in Italia, né in Europa, né in UK.

Populismo ed elitarismo

E’ stato pubblicato dal Post tempo fa e ripreso spesso in questi giorni, tra sindaci grillini e eurofobia british, questo articolo, che si domanda se il diritto di voto universale non stia diventando un lusso che le democrazie non possono più permettersi. La tesi è probabilmente provocatoria, con buona pace di qualche immancabile letteralista stracciapalle, ma il ragionamento è molto serio. La decisione – ogni decisione, e tanto più quella prettamente politica – deve essere informata e contestualizzata e questo costa fatica: la delega al popolo di decisioni di grande momento, automaticamente, rimuove questa fatica e le rende decisioni viziate da un bias di ignoranza che può essere “il preludio a una farsa o a una tragedia”.

La proposta dell’articolo (ripeto, per me provocatoria) è quella di un patentino di educazione civica per ottenere e mantenere il diritto di voto. In fondo, anche guidare la macchina è un diritto universale, ma c’è bisogno di una patente e di un esame. (E non è che situazioni come il dopo-Brexit, con tutto il loro portato di becerismo e pressappochismo, siano meno pericolosi di una guida senza patente, ricordiamoci la povera Jo Cox).

Ma se dici questo sei elitario e dimentichi che la persona di sinistra dovrebbe stare dalla parte del popolo e quindi dei più e non delle elite colte ed istruite. A parte che non è proprio così, perché il patentino per votare lo avrebbe chiunque passi un esame (anche bifolco, anche immigrato, anche analfabeta), esattamente come avviene per l’altra patente, ma un pochino di fatica intellettuale e un moderato interesse per la materia, mi sembrerebbe il minimo sindacale, prima di andare a fare gli esperti di relazioni internazionali sui social (per dire).

(Almeno, si eviterebbe di leggere in ognidove che il Governo di Renzi – a me piuttosto inviso – è “illegittimo perché non l’ha eletto nessuno“… Sempre, per dire).

Ma, uscendo dal gioco provocatorio della letteralità, non è vero soprattutto per un altro motivo.

Indipendentemente da quello che si può pensare della sinistra attuale, la sinistra – semplificando moltissimo – sta(va) dalla parte delle masse perché ne incarna(va) la voglia di riscatto e di progresso. Le masse inglesi che hanno votato per il Brexit, lo hanno fatto nel nome dell’arroccamento, della paura e della disinformazione populista: la voglia di riscatto e di progresso da una condizione di *oggettivo* impigrimento (se non abbrutimento) culturale la hanno buttata nel cesso da un bel po’. Stare dalla parte del popolo, ammesso che ancora voglia dire qualcosa, non vuol dire accettare supinamente e schierarsi per ogni fregnaccia che piace al popolo. Quella è la definizione di “populismo” (o di gentismo, come si dice adesso), non di “sinistra”; è il ramo dei Grillo e dei Farage, per capirci. Il panorama è così devastato che forse presto o tardi nessuno voterà più a sinistra e ce ne dovremo fare una ragione, ma quello di cui stiamo parlando, non è una massa da aiutare ad emanciparsi, ma è (letteralmente) l’esercito della Reazione (sempre massa, certo, come erano massa i contadini borbonici coi forconi).

Campagna e città

Si è detto, subito dopo l’ufficializzazione dei risultati, che le fasce di popolazione più anziane avevano votato in massa per il Leave, mentre il Remain era largamente maggioritario fra i giovani… In realtà, si è scoperto dopo che il Remain aveva stravinto fra i giovani, ma ovviamente solo fra quelli che erano andati a votare, che però erano proprio pochini.

(Noto a margine due cose: a) che nel 2016 c’è ancora chi fa confusione fra numeri assoluti e percentuali e poi ci lamentiamo dell’analfabetismo funzionale; b) si capisce perché il primo dato, quello del voto per fasce di età, possa venire solo da sondaggi/exit poll, ma mi sembra bizzarro che anche il secondo, quello dell’affluenza per fasce di età, debba venire dai sondaggi e non dai dati reali). Chiusa parentesi.

Quindi, il divide vecchi/giovani, si direbbe, è falso divide. Rimane quindi l’unico altro divide drammatico di questo voto. Quello tra città e campagna.

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La campagna, ovviamente, non va intesa solo come landa agricola, ma soprattutto come costellazione di piccoli centri. Ora, io non voglio assolutamente professare qui la superiorità del cittadino sul campagnolo, del londinese cosmopolita sul pastore dell’Herefordshire, ma voglio solo far notare tre cose.

  1. Il divide Grande Centro vs. Piccolo Centro è l’unico vero grande divide che esiste oggi. L’ho anche scritto qui altre volte. Io ho abitato sia in città, sia in provincia (piccolo centro) e mi è parso subito evidente che la percezione della realtà e i mezzi con cui si accede e si fruisce la narrazione del presente (e, a volte, finanche del passato) sono radicalmente diversi. Le visioni del mondo sono lontanissime e spesso inconciliabili. Partiti (e tipi umani) che prendono percentuali bulgare in provincia, sono quasi non pervenuti in città, e viceversa. In un “referendum politico”, in cui le scelte sono solo due e su cui, vista la complessità del tema e le conseguenti semplificazioni selvagge, la percezione e la narrazione fanno la parte del leone nel processo decisionale, il divide non può che polarizzarsi ulteriormente.
  2. La linea di frattura città/campagna si porta appresso, inevitabilmente, anche altre linee di frattura. Sia pure con le dovute eccezioni, stiamo parlando anche della distanza fra chi ha visto più o meno mondo, fra chi ha più o meno studiato,  fra chi ha accesso ad una visione delle cose più completa e complessa e chi invece si fida solo della televisione (e dei social).
  3. Altri divide classici – tipo destra/sinistra, giovani/vecchi, onesti/ladri, sistema/antisistema, progresso/reazione – impallidiscono al confronto con quello città/campagna a livello di radicamento nella società. Cioè non è che gli altri divide non ci siano più, come pure qualcuno dice, ma sono molto più fluidi e di volta in volta ricalcano o contraddicono la linea di frattura principale, che tuttavia rimane là, immutabile.
  4. (Bonus). Tornando per un attimo al discorso giovani/vecchi, vista la grossolanità dei dati su cui si ragiona, potrebbe darsi benissimo che i giovani “di città” abbiano votato in massa e votato Remain, mentre i figli dei vecchi astiosi provinciali che hanno votato Leave, se ne siano stati a casa, impegnati in attività campagnole sicuramente più interessanti… So bene che si parla di flussi di milioni di persone e che ci saranno mille eccezioni, ma a me in linea di massima, guardando all’Italia che conosco meglio, il discorso convince.

Il segnale

C’è un ultimo sassolino che mi voglio levare, visto che siete arrivati fin qui. Molti, moltissimi illuminati avranno votato Leave solo “per dare un segnale all’establishment“, convinti che alla fine vincesse il Remain. Sarebbe stato perfetto, loro avrebbero avuto la coscienza pulita e si sarebbero potuti atteggiare per mesi ad intellettuali scomodi: il Remain avrebbe vinto per un pelo e sarebbero vissuti tutti felici e contenti. Ma si sarebbe parlato a lungo di quanto era incazzato il popolo “contro l’establishment, contro l’Europa delle banche, contro i burocrati misuratori di vongole, contro chi si ostina a pensare che l’UK è uno staterello come gli altri, con quattro nazionali di calcio, ma senza nemmeno uno straccio di impero“.

Ora, ovviamente, molti di questi intrepidi fustigatori sono un po’ scossi dall’aver giocato agli apprendisti stregoni (esattamente, come quel Cameron, probabile bersaglio del loro segnale) e vorrebbero tornare indietro.

Beh, a questi vorrei stringere personalmente la mano. Uno per uno… (Un po’ come a quelli che votarono Grillo per dare un segnale a Bersani).

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