A book about fonts

The essence of new typography is Clarity. This puts it into deliberate opposition to the old typography whose aim was ‘beauty’ and whose clarity did not attain the high level we require today. This utmost clarity is necessary today because of the manifold claims for our attention made by the extraordinary amount of print, which demands the greatest economy of expression.

(Jan Tschichold, 1928)

Ci sono letture che ti aprono gli occhi. Magari possono anche essere tutt’altro che memorabili in senso letterario e anche fra i saggi capita di aver letto cose migliori. Ma avviene raramente che finisci di leggere un libro, lo chiudi, lo poggi sul comodino, fai mente locale per qualche secondo e decidi che qualcosa è cambiato, per sempre.

Va detto che tutte le volte che provi una sensazione di questo genere, così vicina all’assoluto, il secondo pensiero dopo “Fico!” è “Ma magari sono io che sono un superficialotto e non c’avevo mai pensato…” E dopo questo bagno di umiltà e di cinismo, la vita torna sui binari normali, spegni la luce e ti ci fai una bella dormita sopra.

Il libro in questione, questa volta, è Just my Type – A book about fonts di Simon Garfield. Era un argomento – i font e, più in generale, la tipografia – di cui ritenevo di conoscere lo stretto necessario per non fare brutta figura. Tutt’altro che un esperto, ma nemmeno sprovveduto: in realtà, come è facile capire dalla premessa, non ne sapevo nulla. Per un grande categorizzatore come me, con una buona memoria anche visiva, non essersi mai posto il problema di distinguere un font da un altro è abbastanza strano. Eppure era esattamente quella che era la mia grigia esistenza prima che Simon mi indicasse la via. Ma Simon, consolatorio, dice pure che in certo senso è giusto che sia così, perché la chiarezza e la leggibilità sono le caratteristiche principali di un buon font e migliore è il font, meglio esso “scompare” agli occhi del fruitore a beneficio del contenuto che veicola. In altre parole, se mi metto a guardare quanto è bello/strano/nuovo/interessante il font, finisce che mi distraggo dalla comprensione del testo che sto leggendo.

Parlando ancora un po’ di me, ero in grado di distinguere un font serif da un sans serif (preferendo di gran lunga i secondi ai primi), di accorgermi che i cartelli e le insegne di solito sono sans, mentre il libri e i giornali sono serif, di aver sentito a livello inconscio che fosse un passo avanti l’aver sostituito il Times New Roman e l’Arial con il Calibri come font di default per i programmi Office, di intuire che la distanza relativa fra coppie di caratteri adiacenti (la crenatura, avessi saputo che aveva anche un nome…) doveva essere un bel rompicapo quando la stampa era ancora analogica e manuale… Sembrava abbastanza, ma davvero non lo era.

L’evoluzione dei font nel tempo – ho scoperto – è un esempio impressionante di kaizen inconsapevole. Ci sono dei rari balzi in avanti tecnologici (Gutenberg, Linotype/Monotype, Letraset, il personal computer) che marcano i confini di quello che è tecnicamente ed economicamente possibile fare, ma fra l’uno e l’altro il tempo e le risorse vengono occupate ad affinare e adattare al gusto dei tempi quello che si ha. Ed è bello notare che le vette tipografiche del passato sono talmente raffinate da essere ancora attuali oggi (Garamond, Bembo, Baskerville) anche se il mondo che le ha prodotte e inventate non è più attuale da centinaia di anni. Lo stesso si può dire del modernismo di inizio novecento (Gill Sans, Futura) e del funzionalismo no frills degli anni 60 e 70 (Helvetica, Univers, Frutiger).

Oggi con le nuove diavolerie della tecnica, chiunque può costruire un font a casa propria, anche se, naturalmente, solo pochissimi riescono a fare cose utili ed originali. Il nostro occhio di fruitori, tuttavia,  si è abituato ad uno standard inconsapevole di bellezza, ordine, leggibilità, chiarezza, contro cui deve misurarsi tutto ciò che aspira ad entrare nel novero dei font “superstar”, che oggi non sono più di una trentina.

A partire da oggi, uno dei miei passatempi – di quelli che, conoscendomi, dureranno a lungo – sarà cercare di riconoscere i font nelle scritte che vedo in giro per strada, sui giornali, sulle pubblicità, sulle copertine dei libri. Sono ancora una pippa importante: il libro mi ha dato la coscienza del problema, anche se non mi ha aiutato molto a risolverlo, ma almeno so dove cercare e, in alcuni casi, anche come. Vi lascio con un paio di aneddoti e una mia irrinunciabile top 5 di font.

Aneddoto/1: fino agli anni sessanta i font blackletter (quelli che qui chiamiamo “gotici”) erano insegnati sia a leggere che a scrivere nelle scuole tedesche. Il blackletter(ing) aveva convissuto con i font “normali” per tutta la storia della Germania moderna, ma era tornato in auge, insieme al Blut und Boden, ai tempi del Nazismo come ulteriore segno distintivo della Germanità di fronte alle mollezze delle potenze giudo-demo-plutocratiche. Il grosso della produzione di quegli anni è in blackletter e chi andava a scuola anche dopo, doveva essere messo in condizioni di leggerla agevolmente. Quello che è curioso, tuttavia, è che non si fece “marcia indietro” dopo il Nazismo, ma durante gli ultimi anni del Nazismo stesso, anzi nel  momento del suo massimo fulgore durante la guerra: avendo occupato più di mezza Europa, si resero conto che se volevano scrivere e comunicare con gli occupati, i caratteri gotici non erano il mezzo più efficace, oltre al fatto che nelle tipografie fuori dalla Germania era quasi impossibile trovarne.

Aneddoto/2: i fissati coi font esistono (io potrei esserne appena diventato uno, ma meglio non pensarci) e pare che siano pure rumorosi. Sicuramente vi sarete accorti (:-)) che Ikea, tra il 2008 e il 2009, ha cambiato i font del catalogo e, in generale, di tutta la sua comunicazione cartacea (etichette, istruzioni, cartellini del prezzo) passando dallo splendido e raffinato Futura a un bello, ma inevitabilmente banale Verdana. Io qualcosa di strano avevo notato, forse avevo letto del rovente dibattito fra web-segaioli sull’argomento (manco fosse stata una dichiarazione di Massimo Mauro contro la Lazio), ma il motivo era serio e la scelta quasi inevitabile per un alfiere del senso pratico come Ikea. Il font del loro sito era già Verdana da tempo, visto che Futura non poteva essere, perché installato su ben pochi computer e (all’epoca) nemmeno web-safe: hanno quindi scelto di rimuovere (dolorosamente, immagino) la dualità sacrificando il “meno funzionale” dei due.

Irrinunciabile Top Five:

Albertus (savasandìr)

Baskerville (Vogliamo parlare di quella Q?)

Helvetica (è letteralmente ovunque, fateci caso. E assomiglia tanto a…, ma questa è un’altra storia)

Frutiger (bella, bella… non solo per la cartellonistica aeroportuale)

Futura (spettacolo)

 

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2 pensieri su “A book about fonts

  1. Jedan58No Gravatar

    Questo ti piacerà, ne sono sicuro 😉
    http://db.tt/3GnlPlEY

    Non so se nel tuo libro se ne parli ma io l’ho scoperto lavorando in General Electric, l’hanno fatto loro, si chiama Ge Inspira e risale alla fine degli anni 60.
    Se cerchi “ge” con Google nella sezione immagini ti renderai conto.

    Magari potessi usarlo sempre, ma non si può/potrebbe…non saprei. E’ installato tra i fonts del mio PC.

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