Blinkist

C’è stato un periodo della mia vita in cui mi sono letto diversi saggi anglo-sassoni, finalizzati, in teoria, al self-improvement professionale. (Del self-improvement personale me ne sono sempre abbastanza fregato, visto che sono già pieno di me, così, al naturale). Lavorativamente, invece, ho sempre pensato che si potesse migliorare e colmare qualche gap. Pensa te…

Smarter Me? Me?

Smarter Me? Me?

Il contesto professionale in cui questo avveniva, sebbene lì per lì non me ne accorgessi, non era dei più evoluti e quindi, da un lato questi “saggi” erano – forse – poco adatti al mio microcosmo e non riuscivano a generare la giusta “trazione” sulle mie beghe lavorative, dall’altro, nei rari casi in cui beccavo un saggio potenzialmente utile, l’effetto “perle ai porci” era drammaticamente in agguato.

Ma questo era il passato, io sono invecchiato, sono cresciuto, sono diventato ancora più cinico, i porci sono sempre là e queste cose non mi attirano più… Il problema però non era solo legato al contesto “poco evoluto” (e alla mia inguaribile spocchia). Il problema vero – forse l’avrò già scritto da qualche parte in passato – era più che altro di metodo.

La saggistica anglo-sassone in generale e, visto il target “impiegatuccio sfigato”, la saggistica di self-improvement in particolare, hanno l’odiosa caratteristica di andare avanti per centinaia di pagine, ripetendo esattamente lo stesso concetto, che il più delle volte l’unica idea-forte del libro e dell’autore. Ora, se da un lato, da umile scrivano dilettante, non posso che ammirare un tale, sfacciato, virtuosismo tecnico, dall’altro, da umanista rinascimentale fuori tempo massimo, avrei la pretesa che i concetti (o gli insight, o le notizie, o le spigolature, insomma le “cose nuove”) di cui leggere siano in quantità proporzionale al numero delle pagine. Non era mai così – assolutamente! – e per questo mi incazzavo. E, infatti, piano piano ho smesso.

Vabbè, ma perché vi racconto questo (oltre che per parlarmi un po’ addosso)?

Perché ho scoperto Blinkist.

Blinkist è un app per il telefono (ne esistono anche altre) che offre un catalogo dei saggi più famosi (io ne ho visti una trentina circa, ma forse saranno di più) condensati bene in bignamini di 15 minuti.

Ovviamente, all’umanista di prima, un’operazione di carne di porco come questa farebbe solo ribrezzo se effettuata su opere letterarie o saggi veri e propri; in questo caso, però, non è così. Blinkist ovvia a quello che dopo una cinquantina di pagine di lettura diventava (per me) l’unica cosa che mi ronzava in testa…

Ma questo l’hai già detto, dimmi qualcosa di nuovo…

E poi, verso la fine del libro,…

Vabbè, una persona normale, su sti du concetti c’avrebbe scritto sì e no un articolo, non un libro…

e giù riflessioni poco lusinghiere sull’Americani.

Ecco, Blinkist evita proprio questo: rimette le cose al suo posto, condensa la tecno-fuffa in micro-saggi da leggere in 15 minuti. Che, sia detto, è il massimo del tempo che vale la pena dedicare a certe cose.

Note di bassa macelleria

  1. Gli articoli sono in inglese.
  2. L’app ha un periodo di prova gratuito, poi si paga, non ho ancora scoperto quanto. (Cercate di condensare nel periodo di prova il maggior numero di quarti d’ora).
  3. L’app non risolve il fatto che, anche condensati, la maggior parte dei saggi dicano minchiate e americanate.

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