Aruba, again

Tornando ancora per un momento sulla faccenda del down di Aruba di venerdi scorso, vorrei fare due ulteriori considerazioni in aggiunta a quanto già detto.

La prima riguarda il limbo culturale in cui si trova l’hardware che manda avanti internet. Ora, io un po’ per lavoro, un po’ per cultura personale, ho una (vaga) idea che che cosa ci sia tra la tastiera con cui sto scrivendo e il vostro schermo su cui voi mi state leggendo; ma, anche sapendolo, spesso mi dimentico (o, meglio, ritengo trascurabile e dimenticabile) che in mezzo ci sono cavi, server, impianti, livelli di servizio, piani di disaster recovery, sistemi di back-up. E ancora palazzi, persone, impianti antincendio, impianti di condizionamento e UPS. Affinché tutta la catena funzioni, ogni singolo anello deve funzionare e, di solito, funziona così bene che non solo non ce ne rendiamo conto, ma ci dimentichiamo completamente che la catena stessa esista (io scrivo e voi leggete, facile no?). Se questo momentary lapse of reason capita a me, che ho (qualche) esperienza di datacenter e problemi ad essi correlati, figuriamoci a quelli (tanti) che hanno un atteggiamento molto più fideistico verso la tecnologia e pensano ancora che non bisogna mettere le dita nella presa della corrente perché c’è il ragnaccio…

La seconda considerazione riguarda l’immancabile reazione del Codacons (quelli che volevano denunciare la TEPCo per gli effetti della nube di Fukushima qui in Italia…), che mi piace pensare figlia del fideismo di cui sopra e non di un più banale “buttarla in caciara”. Tecnicamente, secondo loro, potrei partecipare ad una class action contro Aruba per il disservizio che ho subito. Certo, molta gente magari aveva siti e servizi più importanti ed economicamente remunerativi del mio su Aruba, ma sicuramente nulla di così mission critical… Altrimenti, avrebbe scelto un provider di fascia un po’ più alta con qualche garanzia in più… Che costoro, aizzati dal Codacons, si lamentino (e denuncino) ora per quel poco che è successo mi sembra un altra faccia dell’ignoranza e del fideismo tecnologico di molti, oltre che di un discutibile spirito di servizio di qualcun altro.

Nel frattempo, comunque Aruba con Twitter c’ha preso gusto, hanno messo un avatar diverso dall’ovetto di default e ormai ci avvisano anche quando spengono la luce…

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3 pensieri su “Aruba, again

  1. oneNo Gravatar

    Tutto molto giusto.

    Secondo me pero’, anche se uno ha davvero subito una perdita tale da voler “far casino”, da un punto di vista legale non c’e’ molto da sperare a meno che nel contratto che avete non ci sia una ben precisa definizione sulle SLA (anche detto: se succede qualche cosa entro quanto tempo siamo in grado di risolvere il problema e di ritornate 100% online).
    Se tale SLA non esiste, cosa immagino sia altrimenti i prezzi sarebbero ben altri, certo che potete baccaiare ma l'”unico” risultato che secondo me potrete ottenere e’ sputtanare il provider (cosa che di solito, pero’, brucia assai: la faccia negli affari e’ importante) ….

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  2. Jedan58No Gravatar

    Senza entrare nei dettagli che eventualmente potremmo approfondire in privato, visto che si tratta (in parte) del mio lavoro quanto va definito è innanzi tutto un livello di impatto che ogni singolo anello della catena avrebbe sull’insieme in caso di disservizio. E’ triste dirlo ma nella maggior parte delle IT company che danno “servizio” informatico in tal senso siamo ancora al fatidico motto anni 80/90 che il backup funziona finché non fai un restore 🙂 E molto peggio è nelle private che lo danno all’interno perché in Italia questo è ancora considerato un onere imposto più che una scelta migliorativa.
    E infine, una cosa è fare Disaster Recovery senza garantire gli adeguati tempi di ripristino ed il danno accettabile (RTO/RPO) e ben altro è fare Business Continuity che ha comunque costi molto più elevati.

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