Di abbracci e principati

Il paese di Filettino (FR) è in cima all’alto corso dell’Aniene ed è meta talvolta delle mie scorribande motociclistiche.

E’ ultimamente salito agli onori delle cronache per una serie di iniziative in opposizione alla ventilata possibilità di abolire i comuni sotto i 1000 abitanti – cosa che lo riguarda molto da vicino, in quanto, all’ultimo censimento del 2001, ne contava appena 550 – in trend negativo. Tra queste iniziative, c’è la proclamazione di un suggestivo principato autonomo, l’emissione di moneta locale e il tentativo di cooptazione come principe nientemeno che di Emanuele Filiberto. Tutte cose che farebbero sorridere di più, se, come dice giustamente Simone,  non fossero un reato anche grave, che, in tempi e luoghi meno ridicoli dell’Italia di oggi, richiederebbe l’intervento dell’esercito o dei caschi blu. Ma tant’è. Nessuno fila noi italiani, nemmeno noi stessi, figurati se noi ci filiamo Filettino.

Su Filettino – pur nella sua irrilevanza oggettiva – tuttavia c’è un’altra storia da raccontare o da ricordare. A Filettino nacque nel 1882 il generalissimo di Mussolini Rodolfo Graziani, repressore di libici negli anni 20, gasatore e rastrellatore di etiopi negli anni 30, discreto casinista durante la Guerra in Africa nel ’41-’42 e, last but not least, capo delle Forze Armate repubblichine fino al ’45 (sua la famigerata legge Graziani, che imponeva l’arruolamento obbligatorio, pena la morte, e un severo addestramento in Germania). Filettino è molto affezionata a questa gloria locale, tanto da avere ancora qualche targa che lo riguarda nel centro del paese (*), dopo essersi chiamata dal ’38 al ’45 Filettino Graziani. Va da sé che un maschio alfa del calibro del “macellaio di Fezzar” esercitasse anche dopo la guerra un peso non indifferente di fama e di carisma su tutta la zona… (E si sa che i borghi più remoti, pur di avere un senso qualunque, si invaghiscono di personaggi anche impresentabili).

Anche se Graziani nella sua fase repubblichina, una volta riposta l’iprite, fu uno dei meno ideologici e probabilmente era convinto di stare a combattere per l’Italia e non per il Fascismo, fu tuttavia uno dei pochi vecchi arnesi del fascismo “storico” che sopravvissero alla fine della guerra e per questo assunse un po’ il ruolo di simbolo e di “madonna pellegrina” per il neonato MSI.

Ebbene, alla fine di un comizio che Andreotti tenne ad Arcinazzo (lì vicino) all’inizio degli anni ’50, ci fu uno storico abbraccio fra il Maresciallissimo e l’astro nascente della politica italiana – nato a Roma ma di famiglia di Segni (un po’ più lontano, ma sempre lì). Andreotti, naturalmente, ha sempre teso a ridimensionare quell’episodio (“fu una stretta di mano come tante“), ma “l’abbraccio di Arcinazzo” diventò presto per la sinistra italiana il momento simbolico del passaggio del potere dall’apparato fascista all’apparato democristiano in funzione anticomunista… Oltre che, più localmente, una pietra angolare per la costruzione del feudo elettorale andreottiano in Ciociaria che durò fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.

(*) Io ricordo anche la presenza di una statua di Graziani, ma non ho trovato riscontro e dovrei ritornarci per vedere se c’è davvero o se me la sono sognata.

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