Archivi annuali: 2013

Italo?

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E così, con appena un paio d’anni di ritardo sul lancio, stamattina ho preso Italo. (È molto in realtà che non prendo nemmeno il Frecciarossa, quindi le mie impressioni potrebbero essere un po’ meno “specifiche” di quanto siano in realtà… Vabbè, statece.)
Era pure la prima volta che entravo nella nuova stazione Tiburtina e, per quanto sia imponente e bella e nuova e moderna da fuori, dentro mi è sembrata la solita Tiburtina della mia adolescenza: muri, tanti muri, scale mobili per nessun dove, numeri di binario ubriachi e il solito, immutabile, basso sottopassaggio di travertino degli anni trenta, topos delle ferrovie italiane come i pastori col piffero, le pecore e i ruderi nelle vedute del Settecento. Di nuovo, solo un pippone di Cavour (nientemeno) inciso su una stele
neo-rugginosa di venti metri all’ingresso, che blaterava sulla centralità (della questione) della Capitale (scelta infelice, come se avessimo qualcosa da dimostrare a qualcuno). Non l’ho letta, era presto, ero in ritardo, pioveva, le cavallette… Ma mi ripropongo di farlo nella vita, più che altro per essere stato il primo a farlo.
All’altezza del binario, ancora dentro al sottopassaggio in travertino e orbace, una tipa col foulard al collo mi fa “Buongiorno!” tutta squillante, io le contro-bofonchio qualcosa e, già sul primo gradino, mi interrogo (a) su che vita fa sta poraccia, (b) sul fatto che i posti di lavoro saranno pure pochi, ma potrebbero essere anche meno con poco sforzo, (c) su quanto sia cambiata la mia giornata ora che una tipa nella penombra del sottopasso mi ha detto buongiorno a bruciapelo.
Il tempo di finire i gradini (in realtà, ora che si usa il trolley anche per andare all’asilo, non c’è nessun gradino) e ritorno in Italia, con una banchina stretta, affollata e solo parzialmente coperta (piove a Roma, ma ormai non fa più notizia).
Arriva Italo (anzi, .italo, minuscolo e col punto davanti) e salgo. Dentro è spazioso e moderatamente vuoto. C’è la solita signora che si stranisce perché il suo posto è occupato e poi realizza che non ha sbagliato carrozza, ma ha sbagliato proprio treno. Lei scende e noi partiamo. Giornale, controllo biglietto e passa la colazione. Il tè caldo non c’è (la tipa me lo vorrebbe dare freddo e sembra stupita dalla mia richiesta come se le avessi chiesto un succo di melograno) e ripiego su un caffè fatto con cialda e macchinetta (chissà attaccata a quale corrente) e uno “sfizio dolce”. Perché vicino al caffè, ci si può mettere “uno sfizio dolce, uno sfizio salato o acquistare una colazione”, cioè un cornett(acci)o. Io prendo i “biscottini al limone”, preferendoli ai “biscottini al cacaoennocciole” e a delle ancora poco investigate “meringhe”. Le tipe, tuttavia, nonostante siano le sette di mattina, spingono molto le “lingue di pane al rosmarino”, che nessuno prende, ma che danno al vostro affezionatissimo l’occasione di riflettere sul senso di dare certi nomi alla roba da mangiare, su quanto sia straniante sentirli pronunciare a voce alta invece di vederli soltanto scritti su un pacchetto, su chi e perché si inventa nomi del genere e, soprattutto, su chi potrebbe essere invogliato a consumare (di più) dopo aver capito che lo “sfizio salato” non è uno qualsiasi, ma proprio una “lingua di pane al rosmarino”…
Questo mi porta a soffermarmi su una riflessione ulteriore su quante delle stranezze verbali, dei formalismi e delle convenzioni “moderne” che vediamo in Italia, spesso applicate da personale giovane, precario, ammaestrato e sottopagato, sono, nelle forme, se non anche nella sostanza, importate dall’estero e adattate senza troppi pensieri ad un’italianità scomoda, disagevole e caricaturale. Come un italiano, abituato da millenni ad un’ospitalità o spontanea o inesistente senza vie di mezzo, non possa accorgersi di questa doppia sovrastruttura e non provare un certo imbarazzo per chi è costretto a certi stilemi, è qualcosa che mi sfugge. Mo sto a Bologna, mi faccio un’oretta di pennica. read more

Saperla lunga

Più volte mi sono trovato a contro-commentare su Facebook che “A Coso mica lo freghi così facilmente, lui ha capito tutto“. Ove Coso è il grillino di turno (ma anche il leghista o il fascistello, perché ormai pari sono), che ti spiattella, in italiano zoppicante, una teoria arzigogolata di qualche complotto dei poteri forti ai danni dei poveracci come lui (mai parola fu più calzante). Ma, siccome “se guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te“, questa gente che in altri tempi sarebbe stata solo oggetto delle mie prese per il culo, mi ha stimolato qualche riflessione aggiuntiva. read more

Boikot fusillo (and read DFW)

monnezza

Courtesy of MLV

Ieri, se non stavate su Urano, vi sarete accorti che uno dei boss della Barilla, Mr. Guido Barilla, in un’intervista ha scosso un po’ la comunità LGBT (perché gay,  ormai, non basta più) e tutta quella parte di società socialnetworkicamente attiva e attenta ai diritti delle minoranze.

Anche se professionalmente magari ne avrebbe avuto qualche titolo, GB non ha evocato nostalgicamente i forni, né è stato a mio avviso particolarmente omofobo. Ha detto che (vado a braccio) che la “pubblicità è una cosa seria e che è giusto che ne parli chi ne capisce (non la Boldrini)”, che loro “non faranno pubblicità con famiglie “alternative” a quelle “tradizionali”, che “ognuno è libero di fare le sue scelte, senza disturbare gli altri”.  Insomma, ha detto quello che avrebbe detto mia nonna, delle cose da cui evidentemente traspare una certa sua posizione personale sul tema non troppo moderna (e saranno pure cazzi suoi, anche perché non mi sembra un maitre à penser particolarmente influente) ma, cosa più grave, ha attribuito la stessa opinione alla sua azienda dicendo “noi siamo per la famiglia tradizionale“. read more

I nostalgici della SIP (e delle code)

pandasip

Come cliente, che poi è il punto di vista di quasi tutti gli italiani, del passaggio di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica (anzi, Teleferica, come l’ho già sentita chiamare un paio di volte in TV), poco me ne importa. Non ho una linea Telecom in casa da quando ci sono entrato (nemmeno i cavi, direi) e quanto al mobile sono un pasdaran di Vodafone. I miei soldi, il mio diritto a comunicare e – orrore! – i miei dati personali sono già in mani straniere da tempo. E mi piace sottolineare che questa cosa non è capitata per caso, ma per una precisa scelta, non di non-italianità (che è una categoria, come l’italianità, che mi dà un po’ fastidio), ma da molto più banali considerazioni. read more

On driving (o del guidare)

Come forse  è facile intuire da altri post, io, oltre alla moto, non possiedo altri mezzi di trasporto. In altre parole, non ho una macchina. Non vivo questo come un limite, ma come un privilegio di cui il mio stile di vita mi permette di godere. Le mie esigenze di mobilità sono ampiamente coperte dalle due ruote, grazie al clima della città in cui vivo, alla “stabilità” (nel senso di “fissità dell’indirizzo”) del mio posto di lavoro, alle distanze da coprire e, soprattutto, al traffico che ti fa passare la voglia di guidare un qualsiasi mezzo un filo meno agile. read more

De rebus bestiarum

cane-lecca

Io ho un rapporto molto difficile con gli animali. Sono terrorizzato dai serpenti (molto più del normale, direi), maneggio senza problemi api, vespe, ragni e bacarozzi e, vabbè, odio le zanzare come tutti. Ma, spostandoci su gradimenti ispirati da parti del cervello meno primitive, quelli che veramente non sopporto sono gli animali domestici e, più ancora, i cosiddetti animali d’affezione. Cani, gatti, cavalli… Non me ne vogliano i miei amici cano-gatto-cavallari, ma quando mi trovo vicino a queste bestie, il mio stato d’animo va dal fastidio allo schifo. read more