Your inner fish – Antenati, singhiozzo e girini

Stamattina, durante la mia sessione di lettura mattutina, ho quasi terminato (*) di leggere questo libro. Your inner fish è un libro di Neil Shubin, il paleontologo che ha scoperto pochi anni fa il fossile del Tiktaalik. Il Tiktaalik è un fossile di un pesce molto particolare, è la prima testimonianza tangibile del fatto che gli animali terrestri si sono evoluti dagli animali acquatici (i pesci). Anche se l’esistenza di specie di transizione era stata ampiamente prevista dalla Teoria dell’Evoluzione (e quindi non costituisce una notizia in sé), la scoperta di questo nostro lontanissimo antenato, il nostro primo antenato “asciutto”, è ugualmente fondamentale perché dimostra, ancora una volta, l’attendibilità della teoria di Darwin: non solo nella sua capacità di spiegare l’esistente, ma anche e soprattutto in quella di prevedere ciò che non è ancora stato trovato/scoperto. Inoltre, è quasi superfluo dirlo, ma questo tipo di scoperte sono ulteriori chiodi sulla bara del creazionismo, quella piaga mentale di cui abbiamo già discusso.

Ricostruire l’evoluzione, passo passo, dagli aminoacidi all’uomo è impossibile, visto che, anche conoscendo perfettamente tutto quello che c’è sulla Terra oggi (e non lo si conosce, se non in minima parte), rimane da conoscere tutto quello che sulla Terra non c’è più, perché si è estinto o evoluto. Per questo ci sono i fossili, la cui catena temporale è interrotta in più punti e piena di “buchi”. I fossili infatti richiedono particolari condizioni per formarsi, oltre naturalmente al fatto che non ti bussano alla porta di casa, ma te li devi andare a cercare.

Tiktaalik vestito
Tiuktaalik ti-vedo-e-non-ti-vedo

Buchi, dicevamo. La forza della teoria dell’evoluzione è quello che ci permette di “vedere” dentro questi buchi temporali della catena fossile, dicendoci in anticipo che cosa vi troveremmo dentro, se mai riuscissimo a trovare qualcosa.

Tornando al Tiktaalik, la situazione era esattamente quella appena descritta. Fino a 380 milioni di anni fa, c’erano solo (fossili di) pesci, a partire da 360 milioni di anni fa c’erano anche (fossili di) animali decisamente terrestri (proto-coccodrilli, proto-salamandre, ecc.). Mancava l’anello o gli anelli mancanti. Sebbene il Tiktaalik sia in effetti uno di questi anelli mancanti, quello che è davvero importante è il fatto che la Teoria avesse previsto esattamente:

  1. quanto indietro nel tempo lo avremmo trovato: cioè in rocce formatesi fra 370 e 360 milioni di anni fa;
  2. in che tipo di ambiente fossile: cioè in luoghi che “a quei tempi” erano delle acque dolci poco profonde;
  3. in che cosa sarebbe stato ancora acquatico: le pinne, le branchie e praticamente tutta la “biologia”;
  4. in che cosa sarebbe stato terrestre: il polmoni (branchie e polmoni insieme, sì ci sono anche pesci “attuali” che hanno questa caratteristica, oltre agli anfibi quando sono girini), l’ossatura degli arti, la testa piatta (tipo coccodrillo) e gli occhi in cima alla testa (e non ai lati).

Quindi, la teoria prevedeva tutto questo “a bocce ferme” con in più il bonus non trascurabile di dire esattamente ai paleontologi in quali tipi di rocce cercare, se volevano trovare qualcosa. Shubin e i suoi l’hanno fatto: hanno scavato in Canada, oltre il circolo polare Artico, e con un po’ di pazienza hanno tirato fuori il Tiktaalik. Con buona pace dei creazionisti, se non è scienza (metodo scientifico) questa, non so che cosa può esserlo.

E veniamo alla consueta spigolatura da un libro per il resto abbastanza dimenticabile.

Una delle tesi del libro è quella di dimostrare, con la catena dei fossili e con la descrizione del patrimonio genetico comune, che dentro di noi c’è una traccia ben identificabile di tutto quello che “siamo stati” negli ultimi 3 miliardi anni (protozoi-alghe-anemoni-spugne-…-pesci-anfibi-rettili-mammiferi-scimmie-homines sapientes). E siccome l’evoluzione, non crea, ma trasforma, adatta e “accrocca” quello che già esiste negli stadi precedenti, questo nostro passato da pesci, rane, spugne, meduse, affiora in alcuni nostri problemi attuali, perché su certe cose, l’evoluzione si è scontrata con situazioni “ineliminabili” o non migliorabili.

Una di queste condizioni “problematiche” che risale al nostro passato anfibio è il singhiozzo. Il punto chiave per capire il perché del singhiozzo è la sua ritmicità, cioè il fatto che tra un hic e il successivo ci sia un tempo più o meno fisso, come se nell’intervallo fra gli spasmi si dovesse compiere un “ciclo”. Beh, quel ciclo non è altro che il ciclo di “respirazione mista branchie-polmoni” dei girini: una parte di cervello fuori dal nostro controllo (come è fuori controllo la nostra respirazione) ha ancora impiantato dentro il ciclo di respirazione con cui i girini gestiscono l’utilizzo ciclico dei polmoni e delle branchie e, se quella zona viene stimolata da una qualsiasi condizione esterna (stress, impulso elettrico, ecc.), si parte con il singhiozzo. Quello che è interessante, infine, è che anche i metodi di contrasto del singhiozzo sono gli stessi in tutti gli animali evolutivamente successivi ai girini: trattenere il respiro, respirare anidride carbonica e, forse, pure bere sette sorsi d’acqua 🙂

(*) Dico “quasi terminato” perché mi manca la postfazione… Eh, sì… Leggo pure le postfazioni, sarà grave?

Post simili a questo

Un commento su “Your inner fish – Antenati, singhiozzo e girini”

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.