We’re on the road to Vlore

Altri leggono Valona. Terra promessa.
A Valona c’è il mare, si dice, non è lontana, ma la strada è un po’ brutta… Brutta in realtà non rende propriamente l’idea.
Autostrada fino a Durazzo (facile, la faccio tutti i giorni o quasi),

poi primo e secondo panico in rapida (si fa per dire) successione.
Prima l’attraversamento del lungomare “nuovo” di Durazzo, con albergoni stile Alba Adriatica e panico balcanico da sabato mattina estivo a livello strada, poi circa venti kilometri da fare a passo d’uomo su una strada in costruzione (la lasciano così, sono passate le elezioni), praticamente sterrata,

rischiando la vita ad ogni immissione fino alla ridente Rrogozhine.
Da lì la strada si normalizza e diventa una normale statale a singola corsia da fare rigorosamente con una betoniera davanti a 30 all’ora.

Poi, con difficoltà, si arriva alla cosiddetta autostrada, 4 corsie, ma limite di 60 a tratti di 90, comunque con con più pattuglie della polizia che cartelli stradali… Armati di telelaser (certificato da chi? omologato da chi? utilizzato da chi?), questi vecchietti dall’aria avvinazzata sono pronti a fermarti in ogni momento per incularti in un modo qualsiasi…
Come se non bastasse la cintura del passeggero del nostro spompatissimo Freelander a noleggio, nemmeno funziona, quindi oltre al pericolo, devo pure far finta di tenermela a tracolla per non dare nessun appiglio al tutore dell’ordine che veglia sulla sicurezza rrugore.
L’autostrada finisce Fier, una delle mete del nostro viaggio (non sto a dirvi perché), terra di mafia albanese (dicitur) e di soldi di prostituzione riciclati (sempre dicitur).

Una bibita all’ombra della piazza principale,

vecchi che giocano a carte, bancarelle improbabili,

ma tendenzialmente e morettianamente “Fier… Pensavo peggio“.

L’uscita da Fier è un susseguirsi di fasti archeo-industriali, camion antichi e di incroci selvaggi,


il tutto per arrivare ad una valle un po’ malridotta e a una strada di campagna che si snoda felice tra altri camion sonnolenti e lapidi, lapidi e lapidi a bordo strada. Muoiono come mosche e su ogni lapide c’è tutta la storia del defunto ed una bella gigantografia serigrafata sul granito.
La valle si trasforma in una bella strada dritta, stretta e alberata, tipo Settevene-Palo, ai bordi della quale le lapidi (comprensibilmente più frequenti: il platano, si sa, non perdona) si alternano a banchetti con vecchie sorelelle che vendono pere già imbustate, vino, olio e miele…
Inutile dire che se a uno venisse voglia di una busta di pere dovrebbe fermarsi in mezzo alla strada, inserendosi, molto probabilmente, nella catena alimentare locale.

Gli alberi finiscono e si passa per una bizzarra pianura/palude-salmastra/salina

con alla nostra sinistra inquietante nella sua decrepitezza e spettralità una ferrovia monobinario, senza impianto elettrico e senza nemmeno un treno…

Infine, l’ultimo fiume (un fiume vero!), l’ultimo colle, un bel posto di blocco in cima al passo, ed ecco Valona…

non finisce qui, ma ne parliamo in un altro post (forse).

Update: We’re on the road to Vlore (un anno dopo)

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