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VIP e fichigirotti

Scegliamo il bar in cui mangiare guidati da un cartellone un po’ retrò, con buona pace di chi dice che il marketing tradizionale è morto

Nel bar, oltre al banco dei panini, sul quale ci avventiamo subito, c’è molto altro, in un barocchismo di cioccolate, roba di San Valentino, sedie e tavolini spaiati. I panini valgono poco -non è evidentemente il loro business- ma ce ne accorgiamo a malapena, in quanto la nostra attenzione è catturata da un chiassoso gruppo del migliore "generone" romano in gita, che è appena entrato.

Saranno sette, otto 60-enni molto gaggi, montonatissimi e occhialatissimi, capitanati nientepopodimeno che da Nicola Pietrangeli. Costoro, dopo aver militarizzato il bar con caffè assortiti (macchiati-caldi, macchiati-freddi e un misterioso macchiato-macchiato), iniziano ad organizzare -neanche a dirlo- un torneo di tennis (!?). Sorteggi, teste di serie, accoppiamenti di presenti e assenti, fra cui ci è sembrato di sentire nominato anche Fabio Caressa.

In 20 minuti, purtroppo, è tutto finito, i mostri (con la m di Milano) risalgono sui gipponi e se ne vanno.

Dopo aver origliato ancora un po’ di una conversazione, tenera quanto superficialotta, fra un locale e una procace slava molto scosciata, ci dirigiamo alla scoperta delle specialità locali.

Chiediamo alla barista che cosa sono i fichigirotti e lei ci spiega tutto quello che voi potete trovare qui. Ne prendiamo due e scopriamo che anche se buoni, in quanto fichi secchi, hanno ben poco di particolare, a parte il fatto di essere 4 fichi per porzione e costare un euro e mezzo.

Infine, prima di togliere il disturbo, si va a fare pipì e, salendo al piano di sopra, si scopre l’altra faccia del bar. Al rutilante mondo del pianterreno, con VIP, straniere, slow food coi fichi secchi e cuori di San Valentino, fa da contraltare una simil-bisca di videopoker e similari, frequentata da anime perdute locali, che giocano, bevono e fumano, in barba ad ogni divieto.

Il bagno comunque è pulito, si tira l’acqua e si va via.

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