Giotek experience

E così alla fine sono andato a Firenze da Giotek.
C’è stato un lungo periodo da settembre a gennaio in cui ho seriamente pensato di vendere la Tracer (per comprarmene un’altra, non vi preoccupate).
Il punto era che, benché non si potesse comprare altro perché il mercato continua a non offrire niente di confrontabile, cominciavo ad avvertire dei limiti strutturali che andavano risolti. Valeva la pena spendere una cifra importante dai 600 ai 1000 euro su una moto che si avvicinava ai 15000 kilometri. Non era meglio rimetterci un po’ di soldi, cosa inevitabile nella compravendita, e partire sul pulito con una moto nuova e subito performante?
Ero anche andato alla Yamaha a farmi fare un preventivo verso novembre.
Il tipo mi aveva detto “ma hai fretta? Aspetta il MY 2017, che è pure euro 4, tanto a gennaio ti faccio la stessa quotazione che ti farei adesso read more

Di bruciare di navi

Anche se passato subito in cavalleria a causa dello scarso senso dell’umorismo di alcuni islamici mangiaranocchie, il fattaccio di queste vacanze di Natale era stato l’incendio-quasi-naufragio della Norman Atlantic con susseguente fortunosa evacuazione avio-trasportata.

Avendo preso quasi più traghetti che aerei nella mia vita, vorrei dare i miei due centesimi sulla faccenda del trasporto marittimo, non fosse altro perché nel lontano 1995 un traghetto su cui ero imbarcato prese fuoco, fortunatamente non lontano dal porto del Pireo in una bella giornata di sole agostano. read more

The Edirne Effect

Edirne, se non lo sapete, è una città della Turchia Europea. In passato, si è chiamata per lungo tempo Adrianopoli ed è famosa, nel mio contorto immaginario, per essere la città in cui si è combattuto più volte nel corso della storia. Una delle tante, la più famosa, nel 378 d.C. i Goti, guidati da Fritigerno, sconfissero i “Romani” (virgolette d’obbligo) e lasciarono sul campo – incredibile dictu – anche il cadavere dell’Imperatore Valente. Fu l’inizio della fine. read more

Macarons

Premessa: più vedo i grillini e il grillismo all’opera, più mi viene da ri-linkare i  miei post del passato. (Repetita iuvant, per esempio, però due palle).

La scorsa settimana sono stato a Parigi per lavoro (chi vivrà, vedrà…). Il penultimo giorno che ero lì, Ale mi scrive da Roma e mi dice:

Se hai tempo vai qui http://www.pierreherme.com/ e mi compri una scatolina di macarons e altri dolcetti se ti ispirano? Sul sito trovi tutte le locations a Parigi!

Ero a pochi isolati dalle Galeries Lafayette (una delle locations di cui sopra) e mi è sembrato giusto andare. Entro nelle mille luci di questa mega Ur-Rinascente, dove non ero mai stato (nemmeno in gita scolastica, per dire). Un palazzo molto bello infestato da specie di luxury-suk del XXI secolo (a cui però è molto difficile non far caso in nome dell’architettura): un non-luogo strabico, che con un occhio vigilerebbe arcigno sul gusto francese, mentre strizza l’altro al burinismo italo-giappo-sino-slavo-arabo. read more

Italo?

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E così, con appena un paio d’anni di ritardo sul lancio, stamattina ho preso Italo. (È molto in realtà che non prendo nemmeno il Frecciarossa, quindi le mie impressioni potrebbero essere un po’ meno “specifiche” di quanto siano in realtà… Vabbè, statece.)
Era pure la prima volta che entravo nella nuova stazione Tiburtina e, per quanto sia imponente e bella e nuova e moderna da fuori, dentro mi è sembrata la solita Tiburtina della mia adolescenza: muri, tanti muri, scale mobili per nessun dove, numeri di binario ubriachi e il solito, immutabile, basso sottopassaggio di travertino degli anni trenta, topos delle ferrovie italiane come i pastori col piffero, le pecore e i ruderi nelle vedute del Settecento. Di nuovo, solo un pippone di Cavour (nientemeno) inciso su una stele
neo-rugginosa di venti metri all’ingresso, che blaterava sulla centralità (della questione) della Capitale (scelta infelice, come se avessimo qualcosa da dimostrare a qualcuno). Non l’ho letta, era presto, ero in ritardo, pioveva, le cavallette… Ma mi ripropongo di farlo nella vita, più che altro per essere stato il primo a farlo.
All’altezza del binario, ancora dentro al sottopassaggio in travertino e orbace, una tipa col foulard al collo mi fa “Buongiorno!” tutta squillante, io le contro-bofonchio qualcosa e, già sul primo gradino, mi interrogo (a) su che vita fa sta poraccia, (b) sul fatto che i posti di lavoro saranno pure pochi, ma potrebbero essere anche meno con poco sforzo, (c) su quanto sia cambiata la mia giornata ora che una tipa nella penombra del sottopasso mi ha detto buongiorno a bruciapelo.
Il tempo di finire i gradini (in realtà, ora che si usa il trolley anche per andare all’asilo, non c’è nessun gradino) e ritorno in Italia, con una banchina stretta, affollata e solo parzialmente coperta (piove a Roma, ma ormai non fa più notizia).
Arriva Italo (anzi, .italo, minuscolo e col punto davanti) e salgo. Dentro è spazioso e moderatamente vuoto. C’è la solita signora che si stranisce perché il suo posto è occupato e poi realizza che non ha sbagliato carrozza, ma ha sbagliato proprio treno. Lei scende e noi partiamo. Giornale, controllo biglietto e passa la colazione. Il tè caldo non c’è (la tipa me lo vorrebbe dare freddo e sembra stupita dalla mia richiesta come se le avessi chiesto un succo di melograno) e ripiego su un caffè fatto con cialda e macchinetta (chissà attaccata a quale corrente) e uno “sfizio dolce”. Perché vicino al caffè, ci si può mettere “uno sfizio dolce, uno sfizio salato o acquistare una colazione”, cioè un cornett(acci)o. Io prendo i “biscottini al limone”, preferendoli ai “biscottini al cacaoennocciole” e a delle ancora poco investigate “meringhe”. Le tipe, tuttavia, nonostante siano le sette di mattina, spingono molto le “lingue di pane al rosmarino”, che nessuno prende, ma che danno al vostro affezionatissimo l’occasione di riflettere sul senso di dare certi nomi alla roba da mangiare, su quanto sia straniante sentirli pronunciare a voce alta invece di vederli soltanto scritti su un pacchetto, su chi e perché si inventa nomi del genere e, soprattutto, su chi potrebbe essere invogliato a consumare (di più) dopo aver capito che lo “sfizio salato” non è uno qualsiasi, ma proprio una “lingua di pane al rosmarino”…
Questo mi porta a soffermarmi su una riflessione ulteriore su quante delle stranezze verbali, dei formalismi e delle convenzioni “moderne” che vediamo in Italia, spesso applicate da personale giovane, precario, ammaestrato e sottopagato, sono, nelle forme, se non anche nella sostanza, importate dall’estero e adattate senza troppi pensieri ad un’italianità scomoda, disagevole e caricaturale. Come un italiano, abituato da millenni ad un’ospitalità o spontanea o inesistente senza vie di mezzo, non possa accorgersi di questa doppia sovrastruttura e non provare un certo imbarazzo per chi è costretto a certi stilemi, è qualcosa che mi sfugge. Mo sto a Bologna, mi faccio un’oretta di pennica. read more

Poveri bimbi di Milano

Tramonto greco sulla bagnarola che ci riporta a Cefalonia da Zante. Si discute amabilmente con un ex-motociclista di Ancona che, causa figli, si è trasformato in una specie di orrenda manticora della mobilità, metà camperista e metà harleyista.
Si avvicina una bambina di 9-10 anni che aveva giocato fino a quel momento a uno-due-tre-stella (talk about nativi digitali) con i figli della manticora e ci fa…

Bambina: “Di dove siete?
Io: “Di Roma, (chi più, chi meno)… E tu?
Bambina: “Di Milano… Avete conosciuto il Papa?
D.: “Quello nuovo? No, ancora no…
Io: “Manco quelli vecchi, veramente…
D.: “E tu? Ci sei mai stata a Roma?
Bambina: “No. A Roma, no. Però sono stata all’Isola del Giglio, a due ore da Roma…
Io: “Ambè…
Bambina: “Ma dove andate in chiesa?
Io: “Dipende da chi è che si sposa…
E si allontana per riflettere su tale inaudita verità. read more