The Mother Tongue

Bryson è Bryson. Anche quando era giovane (1990).

Il suo forte, si sa, sono i libri di viaggio, ma, talvolta, non disdegna digressioni su temi enciclopedici, come in questo caso, al limite della pedanteria.
Si parla della lingua inglese (motivo per cui credo non si sia nemmeno provato a tradurlo in italiano).
Le sue origini, le sue stranezze, la ricchezza del suo vocabolario, la trasformazione delle parole nel tempo, l’ibridazione con le altre lingue e le immancabili diatribe sull’inglesità o meno della lingua parlata negli Stati Uniti.

Mi hanno infastidito, tuttavia, due cose:

  1. il fatto che Bill si esalta per tutte le cose appena elencate parlandone come bizzarrie tipiche della lingua inglese e soltanto di essa, quando chiunque parli e e conosca una lingua ricca e complessa come l’italiano o abbia studiato una lingua, ad esempio il greco antico, per conoscerla a fini culturali e non per parlarla all’aeroporto, sa che il nostro sta scoprendo l’acqua calda;
  2. i sistematici errori compiuti dal nostro quando, preso dalla necessità di confronti con le altre lingue, tira in ballo l’italiano. Non ne becca una. Rimane quindi il dubbio che se prende cantonate analoghe quando divaga in altre lingue, circa metà del libro è da buttare.

Lettura gradevole e a tratti anche illuminante, considerato il mio approccio all’inglese più lavorativo e aeroportuale che culturale.

Rimane però l’amaro in bocca di un libro scritto da uno (un po’) ignorante, per un pubblico DECISAMENTE ignorante.

Vi lascio con una chicca: lo sapevate che, secondo lui, la misteriosa parola schiacchenze in italiano (!), vuol dire “fare conoscenza” ed è un imbarbarimento dell’inglese “to shake hands”… Ma con chi ha parlato? Con Andy Luotto?

A Bill… Barbara sarà tua sorella…

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