The Fear Index – Il peggior Harris di sempre

Non leggetelo!

Su Anobii gli ho dato tre stelle. Ne meriterebbe due, ma, a parte l’affetto e la lunga frequentazione, i romanzi di Harris hanno un ritmo tale che riescono a sopraffare qualsiasi cosa. Noia, storia debole, situazioni improbabili…

Tolto il ritmo, però non si salva quasi nient’altro: ci sono troppi spunti non sviluppati (il CERN buttato là, il funzionamento degli hedge fund appena accennato, il 95% dei personaggi che hanno lo spessore dei superman cartonato senza la faccia)…

Ma, oltre a questo che già non sarebbe poco considerato a che cosa ci ha abituato Harris negli anni, ci sono due cose davvero imperdonabili.

+++Segue spoiler, ma io fossi in voi eviterei proprio di leggerlo++++

La prima è che già intorno a pagina 30 si capisce che cosa sta succedendo, chi sarà il “cattivo” e dove si vuole andare a parare, questo toglie di mezzo ab incepto anche la remota possibilità di un colpo di scena finale. E infatti il libro finisce come era evidente che sarebbe finito, con l’aggravante che si ha anche l’impressione che nessuno dei personaggi sopravvissuti abbia effettivamente capito che cosa è successo e perché.

Noi lettori un po’ l’abbiamo capito, ma, anche fatta la tara all’atto di fede fantascientifico (altra cosa poco Harrisiana), veniamo al secondo uber-handicap di questo libro: mancano gli spiegoni. Eh sì, perché tu non puoi propinare al lettore situazioni improbabili, addirittura fantascientifiche, come se gli stessi raccontando che stamattina sei passato al supermercato. O quello che racconti è normale, e allora ti chiami Fabio Volo e non Robert Harris, o è “strano”. Ma se è qualcosa di strano è necessario spiegarlo, dettagliatamente e ripetutamente, per far sì che l’inevitabile gap che si crea all’interfaccia fra la linea narrativa “strana” e il contesto “normale” che la circonda, sia il meno evidente possibile. (Di questo avevamo già discusso in passato).

Harris stavolta non ci pensa nemmeno a farlo. Come funziona un algoritmo del genere? Quali strumenti utilizza/utilizzerebbe? Come “diventa intelligente”? Quando c’è la svolta? Perché quello diventa intelligente e altri no? Possibile che è solo un problema di quanta potenza di calcolo gli metti sotto al culo?

Sono tutte questioni che non solo rimangono irrisolte, ma non vengono nemmeno poste. In “The Fear Index”, ci sono solo fatti (strani, improbabili e, a volte, proprio campati in aria) e manca completamente l’analisi.

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