The newsroom – Maschere, ma cazzute

Vado a rilento, sto ancora a puntata sei (quella col cameo di Roberto Gervaso, per capirci 🙂 ).

Ma a me Newsroom (il “the” è pleonastico) mi piace. Cioè, per carità, ne colgo tutti i limiti che evidenziano quelli a cui non piace: i personaggi tagliati con l’accetta, le linee temporali ubriache, la costante impressione che nel frattempo succeda tanto altro ma non ce lo fanno vedere, la tendenza al pistolotto,  la gabbia delle puntate monografiche… Cose a cui  mi sento di aggiungere, a mio personalissimo titolo, anche uno strisciante maschilismo, almeno finora… Però, però…

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Guerre e no

Sarà che è ricicciato Michael Cimino, sarà che mi sto riguardando – lento pede – Magnum P.I., ma ho un pensiero che mi frulla per la testa da un bel po’ e vorrei mettervene a parte.

Per chi come me ha passato la sua adolescenza negli anni ’80, la guerra del Vietnam era onnipresente nel cinema e nei telefilm. Non c’era un poliziotto che non fosse un veterano, non c’era un disadattato o un ubriacone che non fosse un reduce, non c’era un cattivo che in un modo o nell’altro non fosse stato cattivo anche ai tempi del Vietnam. L’esperienza della guerra era la causa ultima delle azioni, dei comportamenti e degli eroismi quotidiani ed era – o la finzione cinematografica lasciava intendere che fosse –  l’unica lente per interpretare la società americana di allora e i fatti che si stavano narrando. Senza parlare, ovviamente, della guerra stessa, ricostruita e messa in scena direttamente più e più volte in quegli anni: da Apocalypse Now al Cacciatore, da Full Metal Jacket a Platoon, da Rambo a Hamburger Hill, senza dimenticare L’aereo più pazzo del mondo.

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Magnum P.I. (trent’anni dopo)

Shirt + pants

Nella testa ho tutt’altro, però (o forse proprio per questo) mi sto guardando Magnum P.I., prima stagione, a 3-4 episodi a botta.

E’ uno dei pochi telefilm che vedevo già negli anni Ottanta. Un mio amico di allora – eravamo al ginnasio – era convinto di assomigliare (“essere il sosia”, diceva lui) di Tom Selleck e, Ferrari a parte, si atteggiava e vestiva come lui, dalle Lacoste, alle (tristissime in ogni epoca) Timberland “estive”, fino al gioco di sopracciglia piacione. Ovviamente, non gli somigliava per niente, come dice Johnny Stecchino, e l’intero Giulio Cesare, almeno per quella parte che era cosciente di questa asserita somiglianza, lo prendeva per il culo (io certamente lo facevo).

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Doppelgängers

Io credo che il personaggio dell’altra Olivia (B-Olivia, per gli impallinati) nell’universo rosso di Fringe sia stato imposto dall’attrice Anna Torv (o da qualcuno che le voleva bene).

Immagino che sia andata dagli sceneggiatori, tra un passaggio di ricciole e l’altro, probabilmente armata come il Grande-René-Ferretti, e ha detto loro:

A pezzi de mmerda! Io so’ n’attrice, me pagano pe’ esse ‘na fica spaziale. Me so’ rotta ‘r cazzo de fa’ ‘sta biondantica, coi capelli all’indietro, cor cappottino e la scopa in culo, poche chiacchiere e ‘na cifra de distintivo…

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Marcare il territorio

Mentalist

Approfitto della recente dipartita dello Zio Steve per raccontarvi qualcosa che mi turba da un po’. Nelle serie TV che seguo – e in molte altre, presumo – si vedono con insistenza immagini di questo tipo.

Queste le ho trovate in rete, ma mi riservo di fare degli screenshot in casa. Comunque, sono sicuro che in The Glades, The Mentalist e Fringe questi bizzarri laptop si vedono molto di frequente.

Ricordando i mitici poster dell’acqua Pejo in ogni inquadratura dei film della commedia ll’italiana o il carosello del Vat 69 a Febbre da Cavallo, potrebbe venire da pensare a qualche forma di pubblicità occulta, ma tutti – immagino anche Micorsoft stessa – sanno che Microsoft non produce laptop.

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Mi raccomando, non troppo alti

Hear me roar!

Ai più assidui del blog potrà far piacere che Peter Dinklage ha vinto l’Emmy, ieri sera.