Sto su una gru, risolvo problemi

Sui miei blog di riferimento, oggi c’è una fiammata un pochino pedante sull’utilizzo improprio dell’espressione deus ex machina (1, 2 e 3). Corretta, eh?… Ma pedante.

Sicuro del fatto che i viandanti di passaggio sul mio blog sappiano benissimo cosa sia effettivamente un deus ex machina, non penso sia necessario spiegarlo un’altra volta (casomai, è scritto qui, molto bene).

Però…

Se si guarda alla lettera dell’espressione, questa sicuramente non vuol dire “capo supremo, ras, capoccia, imperatore” e pensare che lo significhi è sbagliato e basta. Ad esempio, questo appunto di Matteo Bordone a Gad Lerner di qualche tempo fa è (pedante ma) molto corretto.

Sarei invece molto più tollerante quando la stessa espressione viene usata, forse ancora a sproposito, in contesti che lasciano comunque intuire una situazione ingarbugliata sullo sfondo. Il deus ex machina, anche se un po’ alla cazzo di cane, in fondo, anche nella tradizione del teatro classico, era “uno che risolveva problemi”. Un Mr. Wolf, per dire, io non avrei problemi a definirlo deus ex machina.

Come a Mr. Wolf e ad altri spicciafaccende, ma soprattutto al “capo supremo, ras, capoccia, imperatore” oggi si chiede di risolvere problemi (alla cazzo di cane), sia in virtù dei suoi poteri taumaturgici, sia per quella passione molto italiana della delega in bianco, come a dire “la situazione è un po’ di merda, ma tu sei il capo e quindi so’ cazzi tua“.

Semmai è triste che al capo sia attribuito, come se fosse la cosa più normale del mondo, un ruolo di deus ex machina, ma non che ce lo si chiami.

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