La sindrome di Mandrake (reprise)

Due anni fa, in tutt’altro contesto, scrivevo questo:

Facciamo ancora un passo indietro e scopriamo che questo “Fini/AN/MSI pride” non è un fenomeno particolarmente antico, ma anzi ha una datazione precisa, il 1993, ovvero il ballottaggio Rutelli-Fini per la carica di Sindaco di Roma. All’epoca ci fu l’endorsement inatteso di B. e, soprattutto, Roma arrivò davvero vicina ad avere, come oggi, un sindaco fascista (solo che si poteva anche dire, oggi non si usa più). Ricordo mio padre che tornò dall’ufficio in uno di quei giorni e disse qualcosa del tipo: “Certo che i fascisti sono tanti… Probabilmente ci sono sempre stati, ma prima non si vedevano, oggi girano tutti tronfi per strada, in ufficio…” Insomma, la sensazione, anche se lui queste cose non le dice (ciao papà), era che avessero aperto le gabbie o le fogne…

E’ quest’ultimo tratto che mi fa essere pessimista sul “partito” di Fini. L’elettore di destra (rincoglionimenti cultural-televisivi a parte, per una volta) ormai è abituato a vincere. Non potrebbe sopportare di arrivare al lavoro, il giorno dopo le elezioni, e trovarsi, improvvisamente, al 3 percento.

Inutile dire che, nonostante tutto quello che è successo nel frattempo, avevo proprio ragione, almeno sul partito di Fini e sul fatto che a destra “size matters“.

Ma perché sto ripensando a questo in questi giorni? Perché niente mi leva dalla testa che dietro l’ottusità di Grillo e dei grillini, prima dell’ideologia, della paranoia da accerchiamento, delle regole del non-statuto (ecco, l’ho scritto…), c’è la tracotanza del vincitore inatteso (a.k.a. la sindrome di Mandrake).

Non sono pronti per governare in proprio e lo sanno, anche se il fatto che si ostinino a non fare nomi è particolarmente avvilente. Ma non sono pronti nemmeno per proporre qualcosa, sia perché le loro proposte sono talmente campate in aria che la restituzione dell’IMU sull’unghia al confronto sembra il New Deal, sia soprattutto perché proporre implicherebbe il parlare con un qualsiasi “altro”, inviso per definizione, e riconoscergli un potere e una capacità maggiori e più efficaci dei loro… Cosa rimane?

Rimane, quindi, il rumore di fondo (“Ho vinto io, tu hai perso, pappappéro“) e lo stallo di tutto il resto.

Rileggendo il frammento del post qui sopra, noto che ritenevo che il pappapperismo militante allignasse in particolare nell’ “elettore di destra”… Ora, se il PD riuscisse a vincere le elezioni una volta tanto, potremmo finalmente decidere se siamo tutti pappapperisti in potenza, basta darci l’occasione, o se i grillini rientrino di diritto fra gli elettori di destra…

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