L’ombrellone e la trivella

Domenica c’è un referendum, sui temi del quale non mi va di dilungarmi (basta scrivere su Google Referendum 17 Aprile per capire di che si tratta), e io non andrò a votare. Generalmente ci vado, ma a sto giro mi sa di no.

Sono una persona moderatamente informata e interessata allo stato della cosa pubblica. Non capisco di tutto e molte cose mi annoiano, ma anche su queste cerco di mantenere un ABC di conoscenza funzionale. So, quindi, di cosa parla il referendum, mi sono informato, ma davvero non mi interessa.

Il concetto di quorum, che, tutte le volte che c’è un referendum un po’ naif in giro, diventa oggetto di ogni vituperio, serve proprio a questo. A dividere il mondo in tre categorie (non due): a favore, contro e non mi interessa. Certo, a chi si è sbattuto per indire un referendum ed è passato sotto la falce della Corte Costituzionale che gli ha bocciato un bel po’ di quesiti, può sembrare ingiusto che i risultati a lui sfavorevoli siano 2 su 3 e non 1 su 2. Ma il referendum è come il ritorno di Champions League, a volte si parte svantaggiati e si va a casa anche con un pareggio, non è come il tennis in cui uno vince per forza. E qui chi propone non può stupirsi di partire svantaggiato.

D’altronde, il referendum nasce dal basso e sta alla minoranza che cerca di indirlo scegliere un tema di interesse generale o rompere i coglioni al prossimo al punto di convincerlo che quello che sembra un tema di nicchia sia effettivamente di interesse generale.

Votare No (o chiedermi pelosamente di farlo, nel caso non sia d’accordo) sarebbe una soluzione, non solo poco intelligente dal punto di vista della teoria dei giochi (*), ma anche e soprattutto inadatta a manifestare il proprio disinteresse per l’argomento. Che poi del fatto che non sia “bello” che non mi interessi, se ne può parlare, ma la vita è breve e bisogna fare una selezione (o propormi cose più interessanti).

Va anche detto che il gioco funziona così e che potrei trovarmi dall’altra parte nel caso in cui un domani ci sia un referendum “di nicchia” che mi vede convinto sostenitore del Sì.

In quel caso, pazienza: so in che tipo di paese vivo, so come funziona l’istituto a cui sento il bisogno di ricorrere e se perdo, non darò la colpa alle moltitudini ignoranti e menefreghiste (che non scoprirei certo ora), ma solo e soltanto alla mia scarsa capacità di persuasione e alla scelta di un’arma spuntata per combattere una battaglia che mi sta a cuore.

Proprio perché (io) so in che tipo di paese vivo, rimane il problema della compagnia. Che tipo di gente, come me, non andrà a votare domenica? Anche “brutta gente”, certo. Ignoranti veri, menefreghisti, analfabeti funzionali e non… Ma quelli ci saranno sempre (anzi, visto cosa vota la gente alle Politiche ultimamente, magari a sto giro qualcuno di questi andrà pure a votare Sì!1!!, tutto contento), il punto è che bisognerebbe misurare quale sia la percentuale di persone “frequentabili” tra i tuoi vicini di ombrellone domenica. Io ho l’impressione che a sto giro sarà più alta del solito.

(*) Supponiamo che il 50% degli aventi diritto vada a votare e voti Sì (situazione non troppo diversa da quello che effettivamente succede tutte le volte che ci sono questi referendum naif), io vado a votare solitario e fieramente voto No. Il referendum passa e io mi sono pure perso un giorno di mare/moto/barbecue/buone letture.

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