Shenzen – Nei posti bisogna starci

Ieri ho finito di leggere Shenzen (sottotitolo: A travelogue from China) di Guy Delisle. E’ un libro a fumetti come mi capita spesso di leggere in questo periodo, ma è molto diverso dagli altri. Non so bene cosa sia precisamente un “travelogue”, ma questo è un diario di un soggiorno di tre mesi in Cina, a Shenzen appunto, per lavoro nell’anno 2000.

Se vi state chiedendo che ci fa un fumettaro in Cina per lavoro, sappiate che il Delisle era stato inviato a supervisionare la realizzazione in outsourcing di una serie di animazione. Talk about globalization…

Ma non è questo il punto. Capita pochissime volte leggere libri (fumetti o no) che non riguardano “viaggi”, ma “soggiorni”. In generale, la letteratura di viaggio, di cui pure sono un accanito consumatore, ha lo stesso ritmo del viaggio. Sei uno straniero in terra straniera, ma hai una missione da compiere: andare qui, raggiungere lì, vedere questo, mangiare con quello, interagire con quell’altro. Quando si viaggia, non si vive: non si dorme, non si va in bagno, non ci si annoia, si capisce tutto ciò che ci circonda e soprattutto si è circonfusi di una specie di “charis del viaggiatore” che permette di cogliere tutto quello che ci succede intorno.

Tutto questo costituirà la materia del racconto una volta tornato a casa, sia che tu sia Goethe o Chatwin, sia che tu sia uno sfigato con i filmini da far vedere alla suocera o a Licia Colò.

Nessun viaggio, ovviamente, è mai così denso, ma la sua condensazione è la condizione necessaria per poterlo/doverlo raccontare a chi non c’era.

Comunque la si guardi, tuttavia, un soggiorno lungo è talmente rarefatto da essere incondensabile. Specie se si tratta di un soggiorno di lavoro: il motivo principale per cui sei straniero in terra straniera è qualcosa di noioso o di tecnico o di politicamente scorretto ai limiti della irriferibilità, altro che charis del viaggiatore… E di questo, che pure è la cosa che riempie il 90% delle tue giornate, non si parla, se non en passant

Eppure, si riesce a guardare il paese estraneo con uno sguardo molto più vicino di quanto riesca a fare anche il più mimetico dei viaggiatori. Stai lavorando, quindi interagisci con i locali, hai tanto tempo a disposizione, quindi puoi prenderti il tuo tempo per capire, sei grosso modo stanziale, quindi puoi permetterti di fare cose “normali” e registrare le stranezze e le differenze tra queste e le stesse cose “normali” fatte a casa.

Prendiamo il passeggiare per strada o l’andare al supermercato. Indipendentemente dal fatto che lo si faccia o no durante un viaggio, difficilmente questa esperienza entrerà nel racconto più o meno romanzato che il viaggiatore farà quando ritorna a casa. Per chi soggiorna, non soltanto capire in fretta come muoversi in strada o al supermercato è una questione di sopravvivenza, ma sarà pure un’esperienza ripetuta, nella noia quotidiana, un bel po’ di volte, permettendo all’osservatore attento di cogliere sfumature e particolari altrimenti inafferrabili.

Nel libro di Delisle, c’è tutto questo. Il piacere della scoperta, l’attenzione al particolare, la descrizione minuziosa dello straniamento nelle azioni più quotidiane, ma anche e soprattutto, la solitudine, la noia e la difficoltà di avviare una qualsiasi interazione soddisfacente con i “locali”, anche in presenza delle migliori intenzioni.

Sarà che io in Albania ci sono stato un anno e mezzo e nel mio piccolo, su questo blog, ho provato a fare un’operazione simile, ma è la prima volta che ho visto qualcuno vivere e raccontare le stesse piccole frustrazioni e le stesse piccole vittorie, con lo stesso sguardo curioso e lo stesso atteggiamento condiscendente e, soprattutto, la stessa pazienza.

A fumetti, per giunta.

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