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Beh, quanno ce vo’ ce vo’. Invettive, acidate, cattiverie e incazzature.

Ora come allora… Una merda.

silvio berlusconi crisi manovra forza italia 1994 giuseppe calderisi tasse 1314084969933 Ora come allora... Una merda.

Aaah,com’era diverso…

Se avessi avuto l’età, e il diritto di voto, nel ’94 avrei votato per il “Polo della libertà”, la coalizione con cui Forza Italia e Lega Nord si presentavano agli elettori del Settentrione. (Andrea Mingardi, oggi su Il Post)

Non che ce l’abbia particolarmente con Mingardi – so a malapena chi sia e me ne scuso – ma a me questo rimpianto generalizzato del Berlusconi delle origini (Monti, Giannino, Sechi e altri grossi e piccoli calibri della destra sedicente “liberale”) mi fa venire l’acidità di stomaco.

Io nel 1994 c’ero e votavo pure (per fortuna). Berlusconi era esattamente la stessa merda che è oggi. La sua carriera di imprenditore era opaca tanto quanto lo è la sua attuale prestazione politica. Ammanicamenti politici, cattive compagnie, già voci di mignotte, debiti, mafia, aziende sull’orlo, Standa incendiate, …

A me, con tutto quello che si può dire sulla “gioiosa (quanto infelice) macchina da guerra occhettiana”, sembrava allora e sembra ancora che il “meglio”, molto prima del “nuovo”, fosse dall’altra parte. Dalla nostra parte.

Capisco che la pregiudiziale “comunista” possa essere un ostacolo per alcuni. (Chissà perché poi? Che gli avranno mai fatto? A parte mangiarglisi qualche nipotino…).

Capisco pure che Occhetto & c. non fossero un bel vedere.

Capisco, infine, pure che chi dice oggi che nel ’94 Berlusca era un fico, lo dice perché vuole dare una qualche facile mazzata al Berlusca odierno.

Ma che il mondo della destra, dei fascisti (perché nel ’94 di fascisti si trattava) e dei sedicenti imprenditori anche allora non riuscisse ad esprimere nient’altro che un Berlusconi con mafia e polizia alle calcagna, mi sembra una condizione di cui c’è ben poco da rimpiangere.

Sparagli Peter, sparagli now…

Guardatevi questo video (via IlPost). E’ in inglese, ma si capisce.

0 Sparagli Peter, sparagli now...

Si capisce anche perché è stato pensato per un target di anime semplici. Concetti semplici, scritte grosse che ripetono quello che dice la voce, pochi colori,… Aggiungerei pure un’estetica, non so quanto voluta, da videogioco sparatutto.

Ma non è soltanto l’estetica ad essere puerile, il messaggio lo è molto di più. Le “figlie del Presidente”, le “guardie armate pagate con i soldi dei contribuenti”, i “vostri figli”, … Questa gente fa ribrezzo.

Che poi il passo di civiltà che si sta chiedendo all’America starebbe proprio nel fatto che chi porta le armi (who bears arms) DEVE essere “pagato dai contribuenti” e dislocato secondo l’interesse pubblico dei contribuenti stessi. Non credo che questi ultimi, quali che siano le loro idee politiche e razziali, si sentirebbero tranquilli a pensare che la sicurezza della famiglia del capo della prima potenza mondiale è affidata a dei dilettanti allo sbaraglio dal grilletto facile.

Ma la cosa che mi ha colpito di più, sull’onda della lettura di questo libro di cui avevamo già parlato, è l’accusa – abbastanza gratuita – di elitism che ‘sti stronzi muovono ad Obama.

Ora. A parte che, se non fa parte di una elite il Presidente degli Stati Uniti, non so di chi ne potrebbe far parte. A parte che questo suo essere de facto elite è sancito dal voto democratico di una nazione intera e da una Costituzione, entrambi venerati (quando fa comodo) dagli stessi fascistoni dietro lo spot della NRA. A parte che, infine, in assenza di voto, di Costituzione e di elite, si profila uno scenario un po’ sovietico, non so quanto gradito ai fascistoni medesimi.

A parte tutto questo, la questione vera è quella per cui elitist è un insulto, uno dei peggiori.

Il fatto che il capo di una nazione sia espressione di una elite e, in quanto tale sia facilmente distinguibile – quando parla, quando agisce, quando prende decisioni, quando esercita le prerogative del suo ruolo – dalla massa dei suoi elettori, dovrebbe essere un bene e non un male. Dovrebbe farci sentire tutelati e rassicurarci e non farci incazzare.

Io credo che alla base di tutto questo livore ci sia un complesso di inferiorità (dopo tutto è gente che compra e si circonda di armi…) verso chi è inevitabilmente percepito come migliore di noi, più bello, più colto, più di successo, più elegante, più esperto delle cose del mondo. Un presidente da barbecue come George W. Bush era molto più tranquillizzante, li faceva sentire migliori di lui e non li metteva di fronte alla loro inadeguatezza.

Vabbè, ’nuff said. Vaffanculo.

Voi, intanto, rifatevi gli occhi e le orecchie.

0 Sparagli Peter, sparagli now...

Libel (o diffamazione)

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Iniziamo con un proverbio arabo (trovato su Facebook, quindi di attendibilità più che dubbia, ma) decisamente in tema.

Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte.
Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “È vera?”
Sulla seconda campeggiare la domanda: “È necessaria ?”
Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: “È gentile ?”

Ci sono due notizie in questi giorni che mi spingono a scrivere questo post che era in attesa già da un po’ di tempo. Si parla di diffamazione e le due notizie sono questa, che dovreste aver sentito, e questa che forse vi è sfuggita. Sono storie strane, secondo me, come è strano tutto quello che riguarda la diffamazione.

Su quella di Sallusti c’è poco da dire, non mi piace che si vada addirittura in galera per quello che si scrive, ma quei giornali (Libero o Il Giornale, nemmeno li distinguo più) hanno una cifra di informazione urlata, di notizie facili da friantendere, quando non smaccatamente false nello specifico, di approcci deontologici discutibili (tipo Boffo, tipo la casa-di-Montecarlo, tipo Marrazzo, tipo praticamente ogni altra cosa)… In queste condizioni, va da sé che, almeno fino a che il reato esiste, qualche volta gli può anche dire male. Pare tra l’altro, se leggete con attenzione il primo dei due link, che tutta la vicenda scoperchi una gestione quasi industriale delle cause di diffamazione contro quei giornali, con schiere di avvocati che operano disgiunte dalle vicende del giornale e la sola questione costi/benefici a guidare l’approccio difensivo.

Quella di Carofiglio, invece, per quanto minore, mi sta più a cuore. Pare che il Nostro si sia stranito ed abbia denunciato per diffamazione un editore (Ponte alle Grazie), che gli ha dato su Facebook del “mestierante” e dello “scribacchino”.

Intermezzo: probabilmente non lo definirei in quel modo, ma è un fatto che – da vecchio fan – le fatiche recenti di Carofiglio sono prive della freschezza delle origini e, a mio modesto avviso, anche di senso letterario… E infatti, l’ho cassato, seppur a malincuore.

In questo caso, capisco che a Carofiglio un simile attestato di stima possa aver dato fastidio, ma credo che, se tu fai lo scrittore, devi mettere in conto che qualcuno ti dia del “mestierante” e dello “scribacchino”, il punto è casomai perché lo scrive, ma il discorso ci porterebbe un po’ troppo lontano dalla vera questione che voglio affrontare…

La difesa di Ponte alla Grazie si appella al “diritto di critica”, che, a mio buonsenso, si applica a fortiori in presenza di opere d’arte, come è lecito pensare che Carofiglio ed altri considerino i suoi libri. E’ questo diritto di critica che mi sta a cuore, perché anch’io negli ultimi tre anni, senza parlarne mai qui se non con riferimenti ellittici, sono stato al centro di una vicenda simile.

L’avvocato mi ha vietato di ripescare la vicenda e di raccontarla nei dettagli, ma la riassumo in maniera asettica e anonima. Nel 2008, all’alba del blog, scrivo un post di una cosa che mi era successa, parlando male del lavoro svolto da una certa ditta, che vorrei davvero citare, ma appunto non posso. Questi leggono il blog, si straniscono e sporgono querela per diffamazione contro ignoti (il blog era anonimo all’epoca), a febbraio 2010 – io ero in Albania – vengo convocato dai Carabinieri come “indagato” o giù di lì, mi devo trovare un avvocato (penalista) e sostenere un “interrogatorio di garanzia”.

Trovo l’avvocato (una grande, che sto ancora pagando), decidiamo una linea di difesa e facciamo l’interrogatorio. Dopo una prima richiesta di archiviazione, rifiutata dalla controparte e qualche rinvio, finalmente la vicenda si risolve con l’archiviazione a giugno di quest’anno. Uno dei punti chiave delle motivazioni del giudice che deciso di archiviare era che io avevo esercitato il mio legittimo “diritto di critica”. E sì che ciò che criticavo non era certo un ‘opera d’arte… Tutt’altro.

Che cosa ho capito io della diffamazione? Che quando ti querelano per diffamazione devi dimostrare tre cose, non tutte intuitive, ma tutte e tre previste dal proverbio arabo.

  1. che stai dicendo il vero, adducendo prove e testimonianze, magari non inoppugnabili nel merito, ma che servano a far capire che, al tuo stato delle conoscenza all’epoca del fatto, avevi motivo di pensar male del potenziale diffamato;
  2. che quello che vai affermando a contenuto potenzialmente diffamatorio è di interesse pubblico o comunque commisurato alla potenza del mezzo usato per diffonderlo. E qui si apre il baratro della giurisprudenza che riguarda internet – strumento potentissimo in teoria, ma, nel mio caso, trattandosi di un blog iperpersonale e poco frequentato, più innocuo di un ciclostile – per cui la decisione alla fin fine dipende da quanto e cosa il giudice ne capisce di queste cose;
  3. che quanto detto/scritto/pubblicato non soffra di “incontinenza verbale”, cioè non sia gratuitamente volgare ed offensivo nei confronti del potenziale diffamato.
  4. infine, in presenza di uno stato di alterazione dimostrabile, come per esempio l’ira provocata dalle azioni del potenziale diffamato, costituisce un’attenuante.

Quindi per fare degli esempi:

  1. è diffamazione se io ti dico ladro e non è vero;
  2. è diffamazione se io ti dico ladro e, anche se è vero, questo fatto non interessa oggettivamente a nessuno di quelli a cui lo sto dicendo;
  3. è diffamazione se io ti dico ladro e stronzo, anche se è vero che sei ladro e la cosa interessa oggettivamente a qualcuno.
  4. è un’attenuante il fatto che io sia davvero incazzato – e qualcuno possa testimoniarlo – per il fatto che tu sia ladro (e stronzo).

Vedo che con gli esempi non siamo andati tanto lontano dalla vicenda che mi ha riguardato…

Nel mio caso ovviamente, era tutto vero (documentato e documentabile) sia all’epoca del primo scritto, sia poi. Trattandosi di rapporti commerciali fra me e la ditta, la cosa era di interesse pubblico perché altri potevano incappare nella stessa prassi borderline. Ero stato tutt’altro che incontinente nel linguaggio, cosa che mi capita di rado: avevo solo detto che l’intento del post era quello di “sputtanare” questi qua a beneficio del prossimo (molto della loro querela ruotava intorno alla parola “sputtanare” piuttosto che sul fatto che io stessi affermando il falso, segno inequivocabile che avevano la coscienza pulita…). E sì, ero piuttosto incazzato quando avevo scritto il post, avevo anche testimoni (il buon Bnb, per dire, che poi non ho usato), ma molto meno di quanto lo sarei stato successivamente: quella malefatta, infatti, sarebbe stato solo l’inizio. Ma non divaghiamo.

Tutta la faccenda della diffamazione ruota intorno alla reputazione del diffamato. E’ questa che viene danneggiata parlandone male ad un uditorio più o meno vasto. Ed è proprio la reputazione di questa ditta che deve restare anonima (nonostante il giudice le abbia dato torto nel merito anche piuttosto malamente) che non poteva sopportare che nel 2008 sulla pagina dei risultati di Google, inserendo il loro nome, uscisse fuori il mio post: l’unica macchia fra almeno venti risultati istituzionali, autogestiti e acchittati apposta per far vedere che bell’azienda che erano (e purtroppo sono ancora). Eh sì, perché loro, nonostante il fatto non stiamo parlando propriamente della Apple, sono un’azienda molto attenta alla comunicazione sul web. Sito fichetto, pagina Facebook, foto delle cene aziendali, convegni, partecipazioni… Insomma, SEO alla vaccinara, ma pur sempre SEO.

Loro evidentemente no, ma tutto il mondo dovrebbe sapere ormai che, chi internet ferisce, di internet perisce, e quindi farebbe parte delle regole del gioco prendersi le critiche quando sono meritate e non pensare soltanto a fare il presepe telematico. O al limite si potrebbe finanche imparare a fare le cose onestamente e bene, ma forse è ancora tutto troppo avveniristico e poco affine allo zeitgeist. Infatti, visto che sono così scafati sulle cose di internet, il loro avvocato ha scritto quanto segue nella memoria con cui si opponeva alla prima richiesta di archiviazione. (Vado un po’ a memoria).

E allora chiunque entri in un ristorante e si alzi ritenendo di aver mangiato male, potrebbe andare su internet e scriverne in termini negativi, mettendo in guardia dall’esperienza i potenziali avventori?

Tutte le persone a cui l’ho fatta leggere hanno avuto la stessa reazione (dopo che avevano smesso di ridere): “E allora TripAdvisor? Non funziona proprio come l’avvocato paventa che ci si possa comportare?” Certo, ma anche tutti gli altri. Pensate alla ACER (di cui ho parlato bene) o alla Hertz che proprio a fronte di un lettera (e di un post) ci ha chiesto scusa a brevissimo giro di posta o a Toluna a cui ho provato a fare i conti in tasca. Sono cliente, tu mi tratti male, io mi lamento e lo dico in giro. Tu ti fai pubblicità su internet e io ti faccio pubblicità negativa su internet, magari c’è anche qualcuno che si è trovato bene con questi e magari sa anche mettere due parole una in fila all’altra… E’ una lama doppio taglio e dovrebbe innescare un voglia a fare meglio, non peggio. Ma evidentemente querelare un blogger costa meno fatica.

Oltre a far notare quanto questa pretesa fosse grottesca, il giudice mi ha anche riconosciuto il “diritto di critica” (a me, figuriamoci a uno che dà dell scribacchino a uno scrittore), l’interesse pubblico e ha detto che “sputtanare” era una parola “vivace”, ma senza incontinenza. Insomma, forse su quest’ultimo aspetto mi ha detto culo (ops, I did it again), ma leggere quelle motivazioni, dopo due anni e mezzo di rodimenti, è stato rinfrescante.

Alla fine ho speso un sacco di soldi di avvocato (senza alternativa possibile!) per avere la sola soddisfazione di vedermi riconoscere che “il fatto non sussiste”, e sapere nero su bianco che quindi quelli là mi hanno querelato a cazzo. E’ stata sicuramente una brutta vicenda e ancora mi brucia che, almeno secondo l’avvocato, e nonostante tutto, ancora non possa ripubblicare il famoso post e fare il nome di questa gente, ma prima o poi mi stuferò… Nel frattempo tifo per la crisi che inghiotta anche quell’azienda, tanto una più una meno…

Che cosa ho imparato da tutta questa faccenda? Ben poco purtroppo.

Ho imparato che cos’è la diffamazione.

Ho imparato quanto costa  un avvocato per una cosa simile.

Ho imparato che io ho pagato l’avvocato, mentre loro evidentemente no, perché altrimenti avrebbero fatto pippa rispetto al mio post. (A proposito di “specchiata reputazione da salvaguardare”, ho raccolto un po’ di notizie e gira voce, a Roma, che questi personaggi non siano nuovi a denunce penali pretestuose al limite del grottesco e che le utilizzano come supporto e strumento di pressione su altre cause, civili, che hanno in corso – esattamente come nel mio caso – su cui sono in ballo molti soldi. Si presume quindi che per loro gli avvocati siano un costo fisso forfettario indipendente dal numero di cause che intentano e che gli intentano, un po’ come la luce e il telefono).

Ho imparato che se non si va al processo, ma si punta come è logico all’archiviazione, nessuno ti rimborsa, perché tecnicamente non hai ragione tu, ma sono loro ad avere torto e quindi amici come prima, altro che rimborso delle spese legali e altri cazzi alla Perry Mason.

Ho imparato che per motivi di non meglio precisata “convenienza” ancora non posso ripristinare il mio senso di giustizia, ripubblicando il famigerato post, raccontando con la dovuta enfasi i dettagli della faccenda con nomi e cognomi e riconquistando settimana dopo settimana ranking nella loro SERP del cazzo.

Ho imparato a scrivere invettive a prova di bomba? A prevedere i pericoli di una parola di troppo? A muovermi meglio? No, non credo. Ho solo imparato a muovermi meno e che nel dubbio è meglio non scrivere. E questa è la cosa più triste di tutte.

Fanculo.

Tu sarai diverso, ma in fondo sticazzi

Io questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. [...] Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi. La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici a Franco Fiorito, per il semplice fatto che sono identici a Franco Fiorito anche adesso. [...]. (Michele Serra, L’Amaca di oggi, dal blog di Triskel)

Il Post ha pubblicato il rimando a quest’Amaca stamattina e nei commenti c’è tutta una levata di scudi di personaggi che dicono, molto piccati, che loro “NON sono Franco Fiorito”, che Michele Serra “parlasse per lui”, che “non siamo in un film di Alberto Sordi”, ecc.

Piccature a parte, nemmeno io penso di essere Franco Fiorito, ma diciamo che mi manca il contro€s€mpio per esserne proprio così sicuro. Nessuno (o quasi) tuttavia sembra cogliere quello che, secondo me, è il vero punto delle osservazioni di Serra e che per una volta squarcia il velo del buonismo ipocrita verso che cosa sono davvero gli italiani.

Beh, nel caso non ve ne foste accorti da soli, una gran parte degli Italiani è ignorante, una gran parte degli Italiani non ha mai letto un libro, una gran parte degli Italiani si bea dei cine-panettoni, una gran parte degli Italiani si abbevera alla TV spazzatura, una gran parte degli Italiani pensa agli affaracci propri in ogni contesto e situazione, una gran parte degli Italiani vota come sapete e adesso voterà Grillo, ma poco cambia. Ma soprattutto una gran parte degli Italiani si indigna sempre e comunque di ogni malefatta e odia “la casta” con tutte le sue forze, ma nei suoi modi e nelle sue aspirazioni quotidiane sotto sotto la invidia e cerca di imitarla, senza nemmeno rendersene conto.

Non è detto che in tutti i casi elencati si tratti della stessa “gran parte” – anche se ci sono larghe sovrapposizioni e si tratta comunque di maggioranze tutt’altro che silenziose – e non è detto che anche chi si sente antropologicamente diverso da queste “gran parti”, tipo i commentatori de Il Post,  lo sia in ogni suo singolo comportamento e in ogni singolo istante della sua esistenza. Viviamo in tempi di sfumature, come certamente saprete.

A me se c’è una cosa che mi fa davvero incazzare quando guardo i dibattiti in TV è quando dicono “la gente, però, non è stupida“. Basta guardarsi intorno: la gente vota con pervicacia i suoi simili più grotteschi ed è stupida (ignorante, ecc.), solo che non ama sentirselo ricordare…

Velo OK – Post di lotta e di governo

Pare che finalmente la “fase di sperimentazione“, alquanto scalcagnata se mi è consentito, dei Velo OK del IV Municipio sia finita e che forse, già da questa settimana, una colonnina delle circa 40 sparse in modo surreale per Talenti sarà riempita con un autovelox.

Per quello che vale, la situazione a Viale Jonio non è cambiata e a Via della Bufalotta dove sono passato ieri sera, le migliaia di colonnine che hanno installato sono sempre finte e vuote, anche se in uno stato di forma migliore dell’ultima volta.

Premesso che a questo cambio di passo ci credo poco (ma non vorrei essere tragicamente smentito da una bella raccomandata), vorrei sollevare un po’ di questioni.

La colonnina serve ad aumentare la sicurezza stradale… Bene, la colonnina è (stata) finta, lo sanno tutti: ormai solo i forestieri ci inchiodano davanti, con buona pace della sicurezza stradale dei residenti. Anche ammesso che inizino a fioccare le multe, il circolo virtuoso che ci trasformerà tutti da pirati della strada a ultrasettantenni norvegesi col cappello in testa ci metterà un po’ a ripartire: il tempo della notifica, il tempo che si sparga la voce, il tempo che il singolo autovelox si faccia il giro di tutta Talenti come una madonna pellegrina… Insomma, tanto valeva saltare la fase di sperimentazione a pié pari: ci si faceva una figura migliore e io mi evitavo un po’ di post (cliccatissimi, peraltro).

La colonnina (vuota) è esposta al vandalismo di alcuni scalmanati che vogliono continuare a vivere nell’illegalità e nel far west automobilistico, tanto da dover essere sorvegliata da telecamere di prossima installazione… A parte che si presume che la colonnina “piena” sia una preda ben più ambita (e sensata) per i raid devastatòri dei suddetti vandali, facciamo due conti:

  • 42 colonnine (è già qua vien da ridere),
  • 1 solo autovelox (qui si sghignazza) e
  • 42 telecamere (lacrime agli occhi e convulsioni).

Quindi, praticamente, metto 42 colonnine di plastica che hanno un costo (si presume) marginale, compro un solo autovelox per risparmiare, contando sull’effetto deterrente delle colonnine-tutte-vuote-meno-una, però, alla fine, devo mettere 42 telecamere, una per colonnina, per evitare che vengano vandalizzate – ora anche con il prezioso autovelox dentro – e magari anche qualcuno che se le guarda le riprese di ‘ste telecamere. Un affare, davvero… Ma la sicurezza non ha prezzo.

Posso ancora capire che pare brutto per un’Amministrazione darla vinta ai vandali, però, mi sembra una operazione fallimentare al limite del fantozziano. Forse lo era già dal principio e si potevano spendere quei soldi per riasfaltare qualche strada bombardata di Talenti, ma a me sembra che la “fase di sperimentazione” abbia certificato l’impossibilità del tutto al di là di ogni ragionevole dubbio… Gli esperimenti, per definizione, possono andar ben e possono andar male: questo è andato male e ha già coperto abbastanza di ridicolo l’Amministrazione, basterebbe riconoscerlo e lasciar perdere senza troppo clamore.

Ora, però, vorrei condividere con voi qualche pulce nell’orecchio che inizia a ronzare tutte le volte che leggo in giro gli annunci dell’Amministrazione su questa iniziativa. Ripetono come un mantra che…

… Nonostante le vandalizzazioni e in generale il cattivo stato delle colonnine stesse, tutta l’operazione, compresi i ripristini “già messi in conto all’inizio” e l’autovelox solitario, è costata all’Amministrazione del IV Municipio solo 25 mila euro. E’ tanto? E’ poco? Non lo so, ma chi le paga le telecamere? E i guardatori di telecamere? Ha comunque un senso spendere dei soldi così, tanti o pochi che siano? E’ evidente che il ripetere “solo 25 mila euro” non è (solo) fornire un dato di fatto, ma è molto probabilmente un goffo paravento per evitare che il cittadino pensi, in tempi di grillismi rampanti, che, visto che l’operazione è andata totalmente fuori controllo nei fatti, lo stesso sia accaduto anche con la spesa.

… Le multe provenienti dalle colonnine saranno multe “normali”, non destinate alle casse del Municipio (neanche fosse un comunetto in bancarotta su qualche statale di montagna), erogate e gestite dai Vigili Urbani. Bene. A me questo, ammesso che sia vero, mi sa tanto di scaricabarile preventivo: se questo autovelox non compare o non viene spostato o viene tenuto spento o viene vandalizzato, la colpa, ora che è finita la ineffabile “fase di sperimentazione”, sarà dei vigili e non dell’Amministrazione che ha tirato per prima il sasso e avviato questo psicodramma. A margine, rimane il problema delle telecamere e delle vandalizzazioni: chi le guarda? Chi le paga? Nessuno ha di meglio da fare?

Infine, una considerazione proprio terra terra, per i vigili o per il Municipio… Ma, visto che le vandalizzano che è una bellezza, non sarà il caso di farle in metallo invece che in plastica queste benedette colonnine? Non si può evitare che si smontino con una brugola? Non si possono fissare solidamente a terra? Voi mettereste un oggetto di valore, come si presume che sia il vostro (unico) autovelox, dentro un fustone così deboluccio in mezzo a una strada dove, è assodato, girano dei vandali implacabili?

Infine, infine… Ma in quest’anno e passa di “sperimentazione” che c’hanno fatto con il prezioso singolo autovelox? Le foto alle comunioni?

Qui, per un ripasso, tutta la saga.

#concertone

Sì, lo so. Sono vecchio, me lo dico da solo e non da oggi.

Ma una delle cose più belle dell’abitare a Roma è di poter snobbare il cosiddetto Concertone del Primo Maggio. L’unica volta che mi sono trovato nei paraggi – giuro – era perché passavo di là e mi sono un po’ addentrato nella folla. Anche questo, a pensarci, è un bel vantaggio dell’abitare a Roma… il poter essere lì “di passaggio” e poter prendere subito e in modo credibile le distanze da comportamenti non commendabili.

Pur non essendo un amante dei concerti rock, diciamo che non mi sono particolarmente invisi e, se vale la pena e ho voglia, vado. Al Concertone, no. Nel modo più assoluto. Perché lo odio cotanto?

Un primo motivo è che, invecchiando e lavorando nel settore privato, l’immagine che ho del sindacato, pur continuando a definirmi “di sinistra”, si è nel tempo significativamente deteriorata. A nulla valgono più i santini di Placido Rizzotto e Luciano Lama sulla cui rendita hanno stra-campato per anni. Salvo casi individuali e battaglie giuste (ma comunque poche e di retroguardia), mi sembrano sempre di più una forza di vecchi, che pensa e dice cose vecchie, che difende interessi vecchi ed è, in quanto vecchia, incapace di modernizzarsi. Ma al di là delle idee da (e per) pensionati e pensionandi, è proprio il metodo del far finta di mettersi di traverso e poi negoziare, la puzza di naftalina e di acefalo riciclaggio che esce da certi slogan (*), che mi fa pensare che no, proprio non è il caso di legarsi a questa schiera. Anche se il cuore per cultura e tradizione andrebbe pavlovianamente da quella parte.

Un secondo motivo è il bonding-semel-in-anno, assurdo se solo leggete le cronache degli ultimi anni, che si dovrebbe stabilire il Primo Maggio fra i (gg)giovani, spesso disoccupati, spesso del Sud (ci arriveremo), e quest’accolita di vecchioni difensori dei pensionati. Perché, di grazia, i giovani e il sindacato dovrebbero trovarsi d’accordo su qualcosa nell’Italia di oggi? Qualcosa a parte Caparezza, intendo.

Il terzo motivo è che sono davvero vecchio. E che proprio non li reggo sti giovinetti autoconvocati a Roma, sudati e treniformi, che scendono dai paeselli per il grande evento che, forse è grande, ma è tutt’altro che un evento… L’unico pregio del concertone da questo punto di vista è che è gratis, ma in concerti veri sono altri, gli artisti veri sono (in massima parte) altri e, in entrambi i  casi, tocca pagare (bellezza!).

Il quarto motivo è la scena musicale italiana attuale (in realtà è la stessa da decenni) che è deprimente a dire poco e che è dominata da personaggi, spesso tutt’altro che giovani ed emergenti, che stanno a bagnomaria in questa notorietà sudata da-concertone-del-primo-maggio, alcuni in modo costante (tipo Caparezza), altri in modo saltuario e ricicciante (tipo Raìs & co., che non mi piacevano nemmeno negli anni dell’impegno).

Il quinto motivo  è un po’ la sintesi di tutti precedenti e sono le dichiarazioni che i (gg)giovani rilasciano ai telegiornali che li intervistano, tutti sudaticci sul prato, in cui pontificano sul non poter “avere un futuro”, “avere un lavoro”, “farsi una famiglia”. Bene… Finché uno guarda le statistiche potrebbe anche pensare che hanno ragione, ma poi basta vederli e sentirli parlare per pensare che “una famiglia” è anche meglio se non ce l’hanno e “un lavoro” non glielo darebbe nessuno sano di mente.

Sì, lo so. Sono vecchio, me lo dico da solo e non da oggi.

(*) Tipo, “Come mai? Come mai? Sempre in culo agli operai?” scandito il più delle volte da soggetti che non hanno mai fatto gli operai in vita loro? O “Lotta dura senza paura“, quando lo strumento principale di lotta, lo sciopero, è spuntato da tempo nella sua funzione primaria di interruzione della produzione e quindi danno al “padrone”?