Serendipità pelosa

Forsenontuttisannoche nella Riforma del Mercato del Lavoro recentemente approvata, è stato approvato anche un emendamento, presentato da due parlamentari del PD, che rende difficile la delocalizzazione delle attività di call center in paesi stranieri, come ad esempio (ma è solo un esempio) in Albania. Avendo io stesso dedicato un anno e mezzo della mia vita a delocalizzare un call center italiano in Albania, è naturale che questa faccenda mi interessi, anche se ormai indirettamente, ed è facile capire come la pensi nel merito.

Quello che ci interessa di più qui oggi, però, è il metodo dell’operazione.

In nome di cosa, infatti, viene di fatto impedito ad un’azienda italiana di spostare le sue attività dove meglio crede? In nome, pensate un po’, della privacy.

Se io chiamo un call center di un’azienda italiana, tipo Sky, e mi risponde un operatore albanese, i miei dati personali compaiono su un monitor in un paese extracomunitario e, anche se non escono dal sistema (i.e. con stampe, copie su USB, ecc.), sono comunque gestiti all’estero. Ora la legge sulla privacy, recentemente aggiornata, già prevede un caso del genere e richiede degli adempimenti piuttosto macchinosi, ma comunque gestibili. In poche parole, se chi gestisce i dati in Albania si impegna formalmente a gestirli secondo alcune rigide regole imposte dal titolare di quei dati, la cosa si può fare: è un incubo burocratico, ma tutto lo è quando c’è la privacy di mezzo.

A monte di tutto c’è però un’accettazione unatantum da parte del cliente (l’utente di Sky, nell’esempio) di clausole relative alle finalità e ai modi in cui i suoi dati verranno gestiti nell’ambito del contratto di servizio. L’emendamento in questione, essenzialmente, rende la ripetizione di questa scelta necessaria ogni volta che il cliente chiama il (o è chiamato dal) servizio: egli deve essere messo in condizione di sapere – e quindi di scegliere – chi e da dove gli sta rispondendo e gestendo (i.e. guardando) i suoi dati.

Tralasciando gli aspetti attuativi ad oggi ancora assenti, la probabile incostituzionalità del tutto (cfr. art. 41 della Costituzione) e il fatto che il caso è già ampiamente regolamentato da una legge apposita e recente, a me, quello che mi fa incazzare di questa cosa è che per l’ennesima volta si chiama in causa la privacy per ottenere dei risultati che con la privacy non c’entrano nulla.

Se ricordate,  quando avevo parlato del Registro delle Opposizioni, avevo rilevato che la riservatezza e la correttezza di gestione del dato personale non c’entra niente con la privacy intesa come “non essere disturbati a casa”. Il Registro, infatti, non valeva laddove il consenso era stato raccolto preventivamente, ma valeva praticamente solo come argine per le campagne a tappeto, anche lì già abbastanza fuorilegge secondo la normativa vigente.

Nel caso dell’emendamento Vico-Lulli, il fine tutt’altro che implicito è quello di salvaguardare l’occupazione (e che occupazione…) in Italia molto prima della salvaguardia di qualsiasi dato personale (*). Siccome vietare la libera impresa tout-court suonerebbe troppo Corea del Nord, la vieta in nome della privacy, che è una parola magica che mette tutti d’accordo, senza badare al fatto che la privacy stessa è già una materia ampiamente regolamentata senza bisogno di secondi fini.

Supponiamo che io voglia eliminare le auto dalle strade perché ci sono troppi incidenti stradali e però non possa dire che è vietato possedere un auto, o produrla, o comprarla, perché non siamo ancora in URSS.

Che faccio? Penso “Beh, il mal di schiena è una brutta cosa, è una piaga sociale, sapete quanti soldi il SSN butta per curare il mal di schiena? E di chi è la principale colpa del mal di schiena? Dei sedili delle automobili!“. Allora, impongo alle case automobilistiche e ai possessori di automobili di spendere una quantità ineconomica di soldi per adeguare i sedili del parco circolante, fino a ridurlo drasticamente.

In nome, ovviamente, della lotta al mal di schiena, mica alle auto assassine.

(*) Se cercate “emendamento Vico-Lulli” su google trovate solo comunicati di giubilo di sigle sindacali. Enti che notoriamente hanno come primo obiettivo e ragion d’essere la tutela dei dati personali (e non dei posti di lavoro).

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