Scienza e democrazia (cristiana)

La vicenda della condanna a sei anni degli scienziati della Commissione Grandi Rischi è a suo modo abnorme – basta guardare che ne pensano all’estero – e serve comunque a poco specificare, pedanti, che l’accusa non era quella “di non aver previsto il terremoto”, ma – semplifico – di essere stati troppo rassicuranti nelle comunicazioni.

Per chi vuole saperne di più sulla vicenda, c’è un riassunto dettagliato qui e un commento, desolato quanto interessante, qui, che condivido parola per parola, anche dove dice

[…un paese] in cui spesso gli scienziati non sanno o non vogliono comunicare col pubblico, e si fanno tirare con leggerezza dentro meccanismi che poi non sono in grado di gestire.

che mi sembra un bell’epitaffio su una certa spocchia trombona e antimodernista della scienza (anzi, della Scienza) italica.

Ma il commento che mi è piaciuto di più, anche perché in fondo parla d’altro e l’ho letto più volentieri, è quello di Leonardo, che tocca temi molto cari al blog (tipo questo vecchio post).

E’ un fatto – dice – che non si possono prevedere i terremoti e quindi ogni risposta alla domanda “Devo dormire a casa o fuori casa?” è sbagliata: allarmista (dormi fuori), colposa (stai tranquillo), democristiana (non c’è motivo di star fuori, ma neanche di stare così tranquilli dentro). In realtà, lo dice pure Luca Sofri, l’ultima risposta, quella democristiana, sarebbe quella giusta, perché banalmente trasferisce nella testa del postulante l’incertezza – oggettiva e inevitabile – del rispondente, per quanto autorevole questo possa essere.

Ma Leonardo fa una considerazione in più, di quelle illuminanti. Dice praticamente che una risposta democristiana, in cui è inclusa sia la tesi sia il suo contrario (eventualmente, ma non necessariamente,  con diverse probabilità), è per necessità articolata e, di conseguenza, luuuuuunga. Ergo, cadrebbe nel vuoto anche quella, perché nessuno ha ormai la pazienza (e, probabilmente, neanche gli strumenti cognitivi) di confrontarsi con la lettura e l’assorbimento di un testo moderatamente lu(uuu)ngo.

Ora, non so se io sia proprio un buon esempio, ma quando studiavo inglese, tanto tempo fa, mi ricordo che ero sempre molto stupito dall’esercizio che si chiamava Reading for Comprehension: si trattava di leggere un brano (che per motivi misteriosi era chiamato Passage) e, a seguire, rispondere a delle domande su quanto appena letto. Non me ne capacitavo: si trattava di una cosa per me tredicenne davvero banale, perché è ovvio che, fatti salvi i problemi di lingua, se leggi una cosa (o l’ascolti: la listening for comprehension era una variante col mangiacassette), hai capito di cosa parla e quello che dice.

Eppure, ora non sono più tanto convinto di tanta ovvietà. Innanzitutto, io stesso vedo giorno dopo giorno ridursi il mio livello di attenzione e aumentare il mio sforzo attivo per mantenermi vigile rispetto a ciò che mi bombarda: sicuramente la sovraesposizione via internet alla parola scritta e alle notizie veloci c’entra qualcosa.

Ma, in secondo luogo, per ogni ragionamento articolato che uno provi a fare e per quanto si sforzi di scriverlo in un italiano corretto e godibile, il lettore medio se è già perso verso la terza riga, indipendentemente – ed è questo il punto – da quanto a quest’ultimo stia a cuore quello di cui sta leggendo e quanto ritenga autorevole chi scrive. Certo ci sono le eccezioni, ci sono lettori che superano in pedanteria anche gli “scrittori” rompicazzo e saccenti come me, ma sono appunto eccezioni su cui non si può contare quando si dà un “messaggio alla popolazione”.

Questo (triste) stato di cose porta a due conseguenze che ne amplificano ulteriormente l’effetto. La prima è che chi scrive, oltre a sentirsi un po’ frustrato (lo dico esperienza, anzi esistenza, diretta), si auto-costringe a comunicare in modo sempre più sintetico e sciatto per essere più “efficace”, nonostante questo faccia aumentare la frustrazione. La seconda è che il lettore si disabitua completamente alla parola scritta, riducendo la sua autonomia da tre righe a una, possibilmente scritta grossa.

Ma si può anche andare più in fondo, come dice sempre Leonardo. Non leggere più nulla – come fa Duccio, che infatti si trova benissimo – e affidarsi a quello che gli ha detto qualcun altro: i media, il cugino, il cognato, la portiera o altre figure totemiche. A quel punto, oltre agli strumenti, cominciano a mancare anche le informazioni stesse da analizzare e interpretare e si naufraga dolcemente in un turbine di sentito dire, di bufale, di viralità e di isterie collettive.

Anche se poi, nel dubbio, puoi sempre andare su internet a chiarirti le idee… 🙂

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