Schegge di palestra /1

exerciseSono tutt’altro che un atleta, chi mi conosce lo sa, ma negli ultimi 25 anni ho frequentato, con lunghe pause, diverse palestre, anche con discreto beneficio di salute e di autostima.

L’umanità che si incontra in palestra è estremamente affascinante ed ho sempre desiderato scriverne. Fino a qualche tempo fa, tuttavia, sarei stato nei loro confronti un po’ troppo cattivo e rancoroso e quindi ho evitato. Io, come sapete, mi sono sempre ritenuto un uomo “di pensiero” e non nascondo che “dovermi” inserire in un contesto sociale in cui quello che pensi e come lo pensi non fa la differenza mi ha sempre disturbato parecchio. In altre parole, non essere fra i “migliori” e non poterlo essere perché “nativamente inadatto” a quel dato contesto competitivo, mi rendeva inviso il luogo e, per estensione, i suoi frequentatori. Di qui il rancore, o quanto meno la poca serenità.

Eppure certe cose vanno dette. Inizio con una, non mi va di fare un mega post, forse seguiranno altre puntate.

Recentemente, per riallacciarmi a quanto appena detto, ho notato che, sia pure con modi meno intellettualoidi (del cazzo) dei miei, il disagio non è solo mio, ma è abbastanza diffuso. Soprattutto nelle donne, che, come me, sono forme di vita piuttosto complesse. Escludendo quelle che definiremo fiche-spaziali-da-palestra, quelle cioè che danno il meglio di loro stesse sudate e inguainate in body da sturbo, la stragrande maggioranza delle donne/ragazze va in palestra vestita, quando va bene, come se dovesse fare le pulizie di casa. Poco o niente trucco, capelli alla come viene, pantaloni, leggings e canotte che hanno visto tempi migliori, colori scuri o indecisi, mutandoni e reggiseni da battaglia. Certo, si dirà, vanno lì per fare sport devono stare comode. Sarà sicuramente così e lo faccio anch’io (capelli a parte). Però, poi ho pensato una cosa ne ho sperimentata un’altra…

Ho pensato che lo faccio anch’io, sì, ma non (solo) per stare comodo. Anche per nascondermi. Fino a che non sarò sicurissimo del mio aspetto fisico palestra-wise (cioè, mai) continuerò a mettermi i pinocchietti larghi e le magliette oversize. Poi, magari, l’effetto estetico non è necessariamente da dimenticare (almeno secondo me) e all’interno di questo “anti-abbigliamento” ci può essere una cura non banale dei particolari, nella scelta dei colori o degli accessori, ma di base si va in giro in modo molto più “informe” che fuori. Perché lì dentro, tutti i criteri di valutazione del prossimo non possono prescindere da quello estetico e, in fondo, ci si va soprattutto per migliorarsi da quel punto di vista. Ma soprattutto, diversamente dalla maggior parte dei contesti sociali usuali, nessuno ti conosce e tutti, in un modo o nell’altro, ti guardano.

Avuta questa illuminazione, o meglio, fatto questo bagno di realtà, ho voluto fare una prova. Frequento una classe di ginnastica con attrezzi  che non so neanche bene come si chiama e che è frequentata in maggioranza da donne. Gli scambi durante la lezione sono praticamente nulli e si limitano a qualche mugugno, quando ci si urta rimettendo a posto il tappetino e poco altro. Tutti apparentemente scontrosi, pochi sorrisi, molta distrazione (apparente) e molto mantenimento delle distanze. Una volta usciti, ognuno se ne va nel suo spogliatoio e morta lì. Poi un giorno, casualmente, mentre stavo salendo in moto per tornare a casa, ho riconosciuto una tipa che usciva come una di quelle con cui faccio quella lezione lì. Ben vestita, pettinata e truccata, l’ho riconosciuta a fatica e l’ho salutata. Lei ha fatto altrettanto, molto sorridente e si è pure fermata a dire due banalità (la prima cosa che impari in palestra è di abbassare le aspettative, sappiatelo). La stessa cosa si è ripetuta con un’altra tipa, anche lei quasi irriconoscibile, pochi giorni dopo. Il punto, secondo me, è che “fuori” ci si sente molto più a proprio agio, si è molto più sicuri dei propri mezzi e ci si comporta di conseguenza: cercando di rendersi invisibili all’interno della palestra e ritrovando una certa umanità una volta fuori.

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