Red jaguars

Venerdi sera, stavo all’aeroporto ad aspettare che bnb arrivasse qui a Tirana. Il volo era un po’ in ritardo e mi stavo guardando la partita alla tele del bar dell’aeroporto.

Nota: E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori affiancati e relativamente piccoli: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo e ti fa male il collo come ad una partita di tennis. Vabbè.

La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ritornare in mente una divisa praticamente identica di tanti anni fa.

Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalità nel corso delle selvagge partite a palletta in corridoio all’ora di ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano; si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fra le sei quinte dalla A alla F, che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da Armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi pesti, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perché fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero, segno forse di quarant’anni di malgoverno democristiano.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato durò poco e sicuramente non riuscì a terminare: le maestre cominciarono a strepitare e a minacciare, per quanto si possa minacciare in quinta elementare.

Grazie a qualche genitore illuminato e con una facilità oggi impensabile, il campionato risorse come la fenice e si trasformò in una serie di accanite pomeridiane a Villa Borghese.

Cambiata la location, cambiarono un sacco di altre cose.

Cambiò il terreno di gioco, passando dal rettangolo 6×40 del corridoio al bizzarro semicerchio del Parco dei Daini (giocare a pallone in un semicerchio è disturbante e, se ci pensate, fa molto Mad Max).

Cambiò il pallone che divenne un pallone vero e cambiò il fondo, passando dalla mattonella ministeriale alla famigerata terra e ghiaia di Villa Borghese, quindi dai lividi alle ginocchia sbucciate.

Cambiò l’abbigliamento dei partecipanti, da pantaloni e camicia (“tua madre ti manda a scuola vestito come un principino e guarda come torni…” diceva sempre mia nonna) a un’appropriata mise calcistica . Per regolamento ogni squadra doveva avere una “divisa ufficiale”: maglietta, calzoncini e numero (sia sulla maglietta che sui calzoncini) mentre fu lasciata libertà di coscienza sui calzettoni. Noi scegliemmo una t-shirt rossa (Fruit of the Loom) e i calzoncini neri (come l’Albania, appunto). Per i numeri utilizzammo del banale nastro telato nero in quantità industriali. Infine, lo sponsor: MDF aveva più Playmobil che capelli in testa e, visto che la Roma aveva Barilla e la Juve Ariston, si inventò una mai ben approfondita partnership con un negozio di giocattoli di Via Po, Elisabetta Toys, ora estinto. Impose a tutti l’adesivo del negozio da applicare sulla maglia e chissà che il numero dei suoi Playmobil non sia aumentato…

Come tutte le squadre che si rispettano, ci scegliemmo anche un nome: i Giaguari Rossi. Roba forte, e anche un po’ psichedelica.

La primavera avanzava e finalmente si passò al calcio giocato. Due delle quinte coinvolte si persero per strada e le rimanenti quattro decisero di disputare una specie di play-off ad eliminazione diretta.

Qui va aperta una parentesi. Noi, i giaguari, eravamo la quinta B ed eravamo in assoluto quelli che ci credevano di più, subito dietro c’era la quinta D, gli eterni rivali, che nel frattempo si erano autoproclamati Stelle Azzurre (maglietta azzurra e pantaloncini neri, senza sponsor). Tutte le altre quinte erano un po’ squadre materasso che servivano a rendere l’idea del campionato. Tutto ruotava intorno a questa rivalità aspra e, all’occasione, senza esclusione di colpi.

Che la B la D si incontrassero in semifinale era improponibile, visto che tutto il cinema, fin dalle sfide a palletta in corridoio, era teso ad un inevitabile scontro finale tra le due. Quindi, le semifinali, decise senza nemmeno un sorteggio, furono B contro E e D contro C.

Nella E ci giocava un certo Andrea B., abbastanza temuto, guance rosse, pelle molto chiara, labbro leporino e capelli alla Wolverine. Per quanto circondato da pippe, era abbastanza forte, almeno per i nostri standard: correva molto, girava sempre con la maglietta o la tuta della Roma e si favoleggiava che giocasse con i pulcini. Il talento, ammesso che ci fosse, non poté nulla contro la pippaggine circostante e vincemmo facile, 3 a 1.

Anche le Stelle Azzurre archiviarono facilmente la quinta C (la E e la C, consce del loro ruolo di vittime sacrificali, non si erano nemmeno date un nome…) con un punteggio tennistico, tipo sei a zero. E venne il grande giorno.

Noi, i giaguari, nonostante fossimo quelli che ci credevano di più, eravamo decisamente sfavoriti nella sfida dell’Armageddon. La quinta D era davvero forte: senza particolari talenti, però giochicchiavano tutti. A sorpresa FC, il mio compagno di banco, dice: “Mi metto in porta io, non vi preoccupate“. Boh, il portiere non lo voleva fare nessuno a quell’età, la ghiaia e la terra di Villa Borghese incutevano un certo timore e quindi di solito ci si divideva l’incombenza facendo il portiere a turno, con risultati facilmente immaginabili. Vabbè, da un certo punto di vista ci toglieva una rottura di palle, dall’altra però ci sembrava un po’ un astenersi dalla lotta. E invece…

Fischio d’inizio e cominciamo ad andare sotto di brutto. Non vediamo palla, sembra che ci sia una sola squadra in campo. In compenso, FC in porta fa il fenomeno. Ma il fenomeno vero. Nella nostra esperienza “da Villa Borghese” non avevamo mai visto nessuno giocare a quel livello decisamente un’altra categoria. Si scoprì poi che anche lui giocava a livello agonistico, da portiere, e non l’aveva detto mai nessuno, proprio per non correre il rischio di “finire in porta” quando giocava con noi. Quella volta, però, vista l’unicità dell’evento, si volle prendere, sponte sua, le sorti della squadra sulle spalle. Che età meravigliosa…

Il match va avanti e, incredibile a dirsi, si rimane sullo 0 a 0. Fino a che, verso la fine del secondo tempo un pallonaccio vagante rimbalza più o meno a centrocampo davanti al vostro affezionatissimo. Mezza rovesciata al volo piuttosto approssimativa, rimbalzone a scavalcare il portiere e gol(lazzo). Uno a zero per noi, poi melina selvaggia fino alla fine.

Un trionfo. Pressoché l’unico trionfo calcistico della mia vita.

Il fatto che io sia uscito addirittura capocannoniere dal torneo con tre reti (ne avevo fatte due nell’altra partita, molto meno rocambolesche, va detto) la dice lunga sul livello del tutto. FC a parte, che finì per un breve periodo a fare il portiere della Viterbese in C2, tutti gli altri erano e sono rimasti delle pippe inaudite a pallone. Io, in particolare, sarei stato per gli anni a venire un esempio vivente di incapacità a tutti  i livelli, fino ad auto-relegarmi in porta con l’obiettivo, neanche tanto segreto, di fare pochi danni senza affaticarmi.

Photoshoppata un po' selvaggia

Di quella stagione rimane oggi in qualche armadio o cantina una squadra di Subbuteo, una delle due in dotazione con la scatola in cui c’erano pure il campo, le bandierine e i palloni. Per celebrare la vittoria avevo infatti dipinto con la vernice da modellismo nera i pantaloncini, originariamente bianchi, della “squadra rossa” (che si diceva fosse il Galles). A imperitura memoria dei Giaguari Rossi.

Per la cronaca, l’Albania ha pareggiato 1 a 1 in casa con la Bosnia.

Sto all’aeroporto ada spettare che arrivi bnb qui a Tirana. Il volo e’ un po’ in ritardo e mi guardo la partita alla tele del bar dell’aeroporto.E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori relativamente piccoli e affiancati: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo. Vabbe’.La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ricordare di una divisa praticamente identica di tanti anni fa.Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalita’ durante delle selvagge partite a palletta in corridoio a ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano, poi si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fral le sei quinte dalla A alla F che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi neri, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perche’ fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato duro’ poco e sicuramente non riusci’ a terminare.
Con un’operazione che oggi sarebbe impossibile, un’operazione non ricordo ispirata da chi (probablimente qualche genitore illuminato imbeccato dalle minacce di qualche maestra), il campionato si trasformo’ con relatiamente poco sforzo organizzativo 

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3 commenti su “Red jaguars”

    1. Non l’ho letto. Alla mia ex di allora era piaciuto tanto.
      Io di Benni ho amato Baol.
      Forse un po’ datato come humus politico, ma davvero un capolavoro.

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