Pyongyang – Stalinisti e poco empatici

Ho finito or ora di leggere l’ennesima graphic novel. Si tratta di Pyongyang, sempre di Guy Delisle, sempre in giro per l’Oriente a supervisionare la produzione di cartoni animati in outsourcing. Diversamente dalla germogliante nuova Cina del 2000, la Corea del Nord del 2003 è decisamente più cupa e non basta l’humour corrosivo di alcune strisce a dare colore ad una realtà che trasmette in ogni sua manifestazione paura, sospetto e oppressione.

Ma non voglio parlarvi del libro, stavolta, ma del posto o di quello che se ne ricava leggendo i racconti di chi c’è stato. (In particolare, ho letto tempo fa questo libro che merita  sicuramente una lettura, se lo trovate).

Quando si va nei posti, anche nei posti strani, anche nei posti in cui ci sono situazioni estreme di povertà, di squilibri sociali, di dittatura, è difficile non solidarizzare con i popoli, con la gente che ci abita. Se io vado in America, potrò notare le bizzarrie degli americani, ma sarò molto più ben disposto verso di loro vivendogli vicino di quanto lo sono stando a casa (ci vuole poco, ma è così). A maggior ragione, là dove il sistema politico è più lontano dagli standard democratici (ma non solo) occidentali si tenderà a stabilire un rapporto di maggiore empatia con chi quei regimi deve quotidianamente subire, indipendentemente dai gap culturali e linguistici.

Ebbene, quello che emerge dalle mie letture sulla Corea del Nord è l’assoluta mancanza di solidarietà dei diversi cronisti con la situazione della popolazione civile. Non che ne parlino male, per carità, ma il regime riesce a mantenere fra il viandante e il popolo una tale distanza che ogni parola spesa nel racconto a favore di quest’ultimo sembra sempre vaga e generica. In altre parole, costoro non riescono a dire e a sostanziare nulla che già non sia praticamente già noto e appartenga a quelle quattro notizie in croce che il resto del mondo sa sulla Corea del Nord. Con il rischio reale che i viandanti sembrino più allineati alla vulgata ideologica occidentale sul regime, di quanto questi misteriosi Coreani lo siano alle baggianate dei loro Cari Leader.

Muoiono di fame, si sa, ma nessuno li vede morire di fame… Per quanto sia evidente il controllo, i cui metodi bizantini costituiscono almeno il 50% di ogni racconto, nulla si dice in concreto della repressione, che si immagina ci sia e sia implacabile…

Badate, non voglio essere assolutamente revisionista, cioè che lì si stia bene e la fame e la repressione non ci siano. Voglio dire che il regime è talmente “bravo” e potente che riesce a non dare certezze e lasciare anche nel viaggiatore/lettore il retrogusto amaro del vuoto conflitto ideologico, del mero confronto fra opinioni diverse e non fra fattualità opposte e inconfutabili.

E qui mi riallaccio a quanto detto all’inizio del post, cioè che nessuno dei viaggiatori riesce a solidarizzare davvero con la gente, perché questa, almeno quella che si vede, sembra (o è perfettamente ammaestrata in modo da sembrare) sinceramente devota ai Cari Leader e alla Juche: tale atteggiamento porta rapidamente ad un dialogo fra sordi (o più spesso al non-dialogo), in cui l’occidentale non riesce a trovare appigli “solidi” per la sua critica e il coreano non appare assolutamente interessato a ciò di cui egli è portatore.

Chi effettua questi reportage, da occidentale “libero”, non può capacitarsi di questo muro di gomma ideologico che gli viene opposto e nel rimanente 50% del racconto vi cerca, senza trovarle, quelle crepe che lascino presagire una fine vicina del regime.

Ma se, indipendentemente dai metodi con cui sono stati “convinti”, non le trovasse perché i nordcoreani pensano davvero di vivere nel migliore dei mondi possibili?

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