Proud to be

Volevo parlare di questo di cui vi sto per parlare da parecchio tempo, almeno, direi, dai tempi magici dell’Albania. L’occasione per rimettere mano a questo vecchio blog, così tanto trascurato (*), me l’ha data la triste storia di Katia, la direttrice di banca di Castiglione delle Stiviere (dove per altro era ambientato il mio libro di Narrativa della seconda media, ne avevo pure parlato qui).

In un passato non troppo remoto ho lavorato per una multinazionale. Non direttamente, per carità, no. La mia azienda di allora era una dimenticata filiale di questa mostruosità globale che misteriosamente non era ancora stata dismessa, benché ce ne fosse più di un motivo. Non ultimo, il fatto che la Multinazionale faceva un lavoro e noi ne facevamo un altro. Non ho mai capito se ciò fosse dovuto alla cecità del gigante, alla furbizia del nano o a impicci comuni.

Fatto sta che da un certo punto in poi, quella Multinazionale ha battuto la testa ed ha cominciato a imporre a tutte le sue “subs” (parola che evoca, non a caso, mise cuoiate e palline in bocca) uno stile “corporate”: procedure comuni, corporate communication, inutili e faticose raccolte di dati di tutti i tipi e ovviamente contest “para-artistici” a livello globale.

Prima di raccontare un po’ di questi ultimi, vorrei spendere una parola sulle “inutili e faticose raccolte dati”, che, essendo fortunatamente passato a miglior vita, avevo rimosso e mi sono rivenute in mente ora mentre sto scrivendo.

Un’azienda, si sa, deve produrre utile e quando qualcuno, un’altra azienda, è il tuo “padrone”, costui ti tiene d’occhio mediante, di solito, una reportistica periodica di indicatori economici. Sacrosanto. Prima che la Multinazionale battesse la testa, questa si accontentava ogni tre mesi di sapere quanti erano stati i nostri quattro soldi di fatturato e margine; all’epoca, peraltro, pur non smettendo mai di essere delle forme di vita microscopiche, andavamo pure piuttosto bene.

Poi, quando, da normale e piccola sub in un paese difficilmente riconoscibile sul mappamondo, se non fosse per quella sua bizzarra forma a stivale, diventammo parte integrante della Corporate, della sua cultura e dei suoi brand-values, i report economici non bastarono più (e il fatto che i numeri peggiorassero di anno in anno, aumentava la voglia del nostro Management di “parlare d’altro”). Cominciarono a chiederci report mensili su tutto: quante sedie avevamo, come erano le postazioni di lavoro e quanto si discostavano percentualmente dalla postazione perfetta standard del Gruppo, quante ore avevamo lavorato e fatto lavorare, quanti accessi facevamo alle piattaforme corporate (nessuno, non avevamo nemmeno gli account), chi erano i nostri clienti (ne avevamo moltissimi e molto pulciari, visto che ci davano in media l’equivalente di un’utilitaria l’anno), come differenziavamo la monnezza (alla cazzo come tutti), quanta gente nel mese avevamo assunto e quanta cacciato, ecc.

Ma in finale, ci sarebbe pure stato… Il core business della Corporate era, benché da anni ampiamente commoditizzato, basato sulle persone e molti di quegli indicatori – benché sicuramente inutili, sottoutilizzati e molto più costosi che benèfici – potevano anche avere un senso.

Il punto, tuttavia, è che, come ho detto poco fa, noi facevamo un altro lavoro e quelle cose o non erano affatto pertinenti al nostro business o – ecco il vero incubo per me che avevo vinto il cappello di dare retta a sti cazzo de contafacioli, come li chiamavo quando non ero volgare – potevano alla lontana essere adattati a ciò che facevamo: si aggiungevano così al lavoro già inutile e ingrato, estenuanti discussioni con la Corporate per spiegare come li avevamo adattati, che noi facevamo un altro lavoro, che era inutile contare cento clienti, quando Pareto insegna che l’80 percento del fatturato te lo fanno in 4-5, ecc.

Più passava il tempo, più la situazione, se possibile, andava peggiorando per il combinato disposto di diversi fattori:

  • la Multinazionale era sempre più ingarellata con ste stronzate, che magari calcolate ed applicate in qualche suo megasito nei paesi emergenti (quelli da cui la gente tendenzialmente fugge) potevano avere un barlume di senso;
  • i miei interlocutori, man mano che tirare fuori questi numeri diventava routine per gli altri, cambiavano (quindi bisognava rispiegare tutti i nostri magheggi a gente nuova e sempre più ottusa) e si abbassavano drammaticamente di livello (quindi, avevano lo zelo dei miracolati, presi da chissà quale buco del culo di posto promossi a contare fagioli, e la inclinazione al rischio del fratello codardo del Rag.  Geom. Calboni).
  • io mi dovevo scrivere come mi ero inventato i dati del mese precedente, per dare un minimo di coerenza a quei 4 numeri in croce che riuscivo a fornire.

Ma ovviamente, questi erano first world problems, se paragonati a quelle “persone” che erano al tempo stesso l’asset principale e la carne da cannone della Multinazionale. Dopotutto…

Dai lavoro molto poco qualificato a centinaia di migliaia di persone in tutti i paesi del mondo, ma – sempre Pareto – in massima parte in tre-quattro paesi, che in altri tempi si sarebbero detti sottosviluppati. Il lavoro che dai ai disgraziati e vendi ai tuoi clienti è notoriamente noioso e usurante. Li assumi e li cacci un po’ come ti pare a te, fino ad avere un turnover del 100% l’anno (**). Imponi a questi lumpen-disgraziati regole draconiane di comportamento (che non vi racconto, ma è davvero roba forte, quasi da puntata di Narcos).

Insomma, in qualche modo, sia per assicurare un minimo di produttività, sia per evitare che qualcuno imbracci un fucile e faccia una strage, queste persone-che-sono-il-nostro-asset-principale, te le devi tenere buone; devi fargli dimenticare che alla fine loro sono solo carne da cannone al servizio del capitale più becero. Che fai?

Da un lato cerchi di rendere il luogo di lavoro bello e accogliente con (rare) piscine, sale giochi, (frequenti) biliardini, pareti colorate, ecc. Tutte cose che hanno il duplice effetto, in alcune realtà sociali, non solo di far rilassare il malcapitato e scongiurare così la cattiva pubblicità di sanguinosi burn-out, ma anche e soprattutto di fargli vedere, tramite lo sfarzo a buon mercato del luogo di lavoro, lo squallore della sua vita non lavorativa, al punto che magari ti dicono pure grazie.

Dall’altro lato, vai a solleticare i loro sogni nel cassetto e organizzi i contest globali. Un’unica competizione globale in più discipline per tutti i “dipendenti”, un Amici-di-Maria-De-Filippi senza quartiere e senza vergogna, in cui si intrecciano danze tradizionali e hip-hop, mimi e cantantesse in lingue sconosciute, gente che si riprende mentre dipinge un quadro e siparietti di gruppo à la Katia Ghirardi.

Il premio, nella miglior tradizione terzomondista, era nientemeno che ripetere la performance vincitrice davanti ai mammasantissima aziendali riuniti annualmente in conclave a parlare di alta strategia in qualche resort a 98 stelle ad almeno un emisfero di distanza da qui (***).

C’è stato un periodo della mia vita, in cui io stesso mi sono trovato a capo di un pezzo sufficientemente grande e sufficientemente “emergente” (anche quello difficilmente individuabile sulle mappe, almeno per i meno sgamati) della Multinazionale in parola. In teoria allora tra i miei obiettivi ci sarebbe dovuto essere anche sviluppare, in quella nuova terra vergine alle meraviglie del capitale globale, la “Corporate Culture” con tutto il portato di regole draconiane, lustrini, cartelloni, contest, bastoni e carote.

All’epoca, per fortuna, la Multinazionale aveva appena “battuto la testa” e quindi il pressing per queste pantomime era molto meno asfissiante di quanto lo sarebbe diventato negli anni successivi, ma posso dire con orgoglio che in quei due anni opposi, complice pure un budget davvero da terzo mondo, una resistenza passiva da manuale. Ero il primo a non crederci e mi circondavo di gente che ci credeva, se possibile, anche meno di me. In poco meno di due anni, devo ammettere di essermela cavata decisamente a buon mercato: giusto un paio di discorsetti motivazionali alle feste comandate… Per fortuna comunque a un certo punto è finita e sono tornato ai miei numeri taroccati e ai fatturati tristi nel backwater da cui ero venuto, di nuovo ingranaggio e non più motorino del capitale globale.

Proud to be.

(*) Trascurato sì, ma molto più visitato che in passato. Il post su Giotek, per dire, ha fatto più di tremila contatti in 6 mesi.
(**) Che se ci pensate è una cosa enorme: vuol dire che in media nessuno regge più di un anno lì dentro: che, ancora tradotto, vuol dire che trova di meglio, che si stufa o che lo cacciano.
(***) L’unica cosa che mi è rimasta impressa di 5 anni di competizioni, a parte gli argomenti per supportare tutti i miei pregiudizi verso certi paesi lontani, è che un certo anno, direi il 2010, dei ragazzi della filiale egiziana avevano fatto una specie di video musicale, cantato e recitato, davvero carino e direi “professionale”. Io che allora, anche in virtù della raccolta dati di cui sopra, avevo contatti frequenti con qualche decisore della Multinazionale, mi permisi di sponsorizzare il video dei colleghi egizi dicendo che giganteggiava rispetto alla monnezza media degli altri partecipanti. La risposta fu maternamente laconica. Ah, l’Egitto… Quest’anno si e no se chiudono in pareggio… Non possono vincere loro. Che messaggio diamo al resto del Gruppo?

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