I primati della politica

Io, lo sapete, sono un elitista di merda.

Ritengo che chi sappia o sappia fare di più debba essere messo in condizione di utilizzare il suo sapere e la sua statura intellettuale in ogni situazione possibile, anche in modo antipatico. Non parlerei nemmeno di meritocrazia… E’ proprio odio e repulsione per i mediocri, soprattutto quelli che non sanno stare al loro posto.

Il Governo Monti va in questa direzione. Non so se queste cariatidi siano effettivamente i migliori che potremmo desiderare, né se effettivamente abbiano posizioni e visioni politiche che mi garbano, ma intanto demoliscono, ontologicamente, il torpedone di rumorosi inetti della gestione precedente: quelli che non accettavano lezioni da nessuno, le ministre fiche dai meriti misteriosi e quei pupazzi vestiti di verde. Il ritorno dello stile, del decoro e dell’educazione dopo 10 anni (almeno) di governo new-dada (i.e. cacca e piscia) è un sollievo per me e probabilmente per tanti altri, anche per qualcuno con la sua coscienza di elettore più sporca della mia.

Lo stridore fra l’adesso e il prima è tale che fa passare in secondo piano, nell’irrazionalità della pura soddisfazione, perfino i danni oggettivi all’Italia e alla vita di tutti noi che avevano provocato e avrebbero continuato provocare alla ricerca della bella morte.

Ciò detto, però, c’è un tema un po’ spinoso da affrontare, quello del cosiddetto primato della politica. Una vulgata che si sente spesso, in particolare ad Omnibus la mattina presto, è che solo in un tempo “de grossa crisi” le responsabilità di governo vanno delegate ai tecnici: fare il ministro è un’attività politica e, salvo catastrofi, il ministro deve essere un politico. Prendiamo un ministero a caso, chessò la Difesa.

Nel mio mondo con poche sfumature, mi aspetto che un ministro di destra – La Russa ne è un ottimo, per quanto surreale, esempio – sia una macchietta che vuole essere amica dei militari, si vuole comprare più missili ed elicotteri di quanti ne servano, vuole fare bella figura il 2 giugno a via de Fori Imperiali… Insomma, una specie di “Vogliamo i colonnelli” senza proprio volerli… Basta fare scena.

Rimanendo in un mondo di macchiette, uno di sinistra (massimalista) alla Difesa probabilmente farebbe quello che la Gelmini ha fatto all’Istruzione: tagli, umiliazioni, insipienza e ancora tagli. Un po’ come se i militari dovessero pagare in quanto tali e non in virtù di un riefficientamento delle Forze Armate in un paese che di guerre non ne fa e non ne vuole fare.

Ambedue gli esempi (estremi, ma uno dei due purtroppo realmente esistito) portano le proprie idee politiche nell’attività ministeriale e impongono una visione “superiore” rispetto alla semplice amministrazione dell’esistente. Indipendentemente dalle simpatie di ognuno, se questo, opportunamente sfumato, è il valore aggiunto del “primato della politica”, ben venga un ammiraglio a fare il ministro tecnico.

Quello semmai che non va bene nei tecnici è che, essendo scelti solo per i loro meriti professionali ed essendo persone generalmente poco esposte e quindi poco conosciute, essi sono un po’ come il “pacco matto” che da piccoli si comprava in edicola: non si sapeva quello che ci si trovava dentro, ma tendenzialmente non se ne rimaneva mai soddisfatti del tutto. Vabbè, speriamo bene.

Post Scriptum (come Scalfari): c’è stato un po’ di movimento blogghistico e non solo sul fatto che (pareva che) non ci fossero donne e che l’età media dei ministri è elevata. Le donne alla fine le hanno tirate fuori (pretendo in quanto donna seimila cappuccini…) i giovani no. Ma in fondo è naturale che, in una società maschilista e gerontocratica (non da oggi e nemmeno da ieri), se bisogna trovare dei tecnici in emergenza, questi saranno maschi ed attempati, no? E poi se a te ti serve un fabbro di domenica perché sei rimasto fuori di casa, ti metti a sindacare sulle quote rosa fra i fabbri bravi che lavorano di domenica sulla piazza di Roma?

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