Post cattivo

hopper
Ma certe cose vanno dette.Ammiro Santoro, Anno Zero e ritengo che dare un taglio strappalacrime alla politica e ai suoi sconquassi abbia la sua utilità e ci aiuti a ricordare che non ci sono solo processi, leggi ad personam, fregne (e non solo) in libera uscita e servi sciocchi.

Probabilmente, molto del popolino che si commuove davanti al disoccupato arrampicato sulla gru per protesta è lo stesso che vota pervicacemente a destra, non legge un libro o un giornale a pagarlo e si abbronza con il resto della televisione tutte le sere… Ma tant’è… Come ha detto D’Alema, in una delle poche affermazioni condivisibili, l’altra sera da Fazio: “L’Italia è un paese di destra, non lo dico io, lo dicono i numeri…

La simpatia e la vicinanza umana per tutte queste persone senza lavoro, maltrattate e turlupinate da padroni improvvisati, disperatamente attaccate al loro (ex) posto di lavoro, non può non far pensare che prima di qualsiasi riflessione vengono le persone, la loro sofferenza e le loro storie personali.

Però…

Beppe Grillo ha il coraggio di dire una cosa, sia pure con i modi tranchant del tribuno: “Difendere il lavoro va bene, ma difendere certi lavori è deteriore, assurdo e superato dalla storia“. Difendere la produzione di auto antiche, in stabilimenti antichi, secondo modi e filiere di produzione deliranti (Melfi > Camion > Termini Imerese > Camion > Nave > Savona > Camion > Rete di vendita, senza contare il giro che fanno le materie prime…) è qualcosa di surreale, assurdo e aberrante nella sua inefficienza e, chi lavora lo sa, puzza tanto di “situazione in cui ci si è infilati un po’ per volta per evitare di prendere decisioni drastiche quando era necessario”. Le decisioni drastiche ogni tanto ci vogliono e, se gestite responsabilmente e con lungimiranza da tutti gli attori coinvolti grandi e piccoli, fanno bene.

Si parlava dell’auto e della Fiat di Termini Imerese, che chiuderà nel 2011. Intanto, chiude l’indotto (e pure qui sorgono spontanee molte domande…) e giustamente, come si suole ultimamente, la gente sale sul tetto del capannone per protestare, poi arriva Anno Zero, poi chissà.

Ora… Dover salire su un tetto per difendere il proprio posto di lavoro è una cosa ben triste e disperata, ma la solidarietà delle mogli (give me a break!) preoccupate per la salute del marito che respira “vicino agli scarichi di anidride carbonica” mi sembra un po’ una forzatura e mi fa passare la simpatia.e la solidarietà… Non credo che lavorare in quella fabbrica sia molto più salubre che starci sul tetto. E poi, sempre le mogli fanno venire cattivi pensieri, quando dicono: “Abbiamo votato il governo e quindi deve darci il lavoro! Per questo l’abbiamo votato!“… Quando si dice l’eterogenesi dei fini… Chissà se il governo lo sapeva (o ha mai pensato) che questa gente voleva il lavoro… Mah.

Tempo fa, un mio amico mi disse: “Mia sorella era comunista convinta, poi è andata a lavorare in fabbrica per qualche tempo e ha capito che chi vuole difendere la classe operaia non l’ha mai guardata con attenzione“.

Ma veniamo al tema che più mi sta a cuore. Ieri sera, accanto ai metalmeccanici, ci stavano pure i lavoratori (senza stipendio, licenziati, liquidati, senza ammortizzatori sociali, ecc.) del call center di Phonemedia (ora Gruppo Omega), in cui qualcuno è scappato con la cassa, ha chiuso baracca e burattini e ha lasciato migliaia di addetti a spasso.

Dei call center abbiamo già detto tempo fa, in situazioni un po’ più allegre, ma, pur essendo un “addetto ai lavori”, molte cose e molti toni non riesco proprio a capirli.

Rivendicare la propria professionalità, il proprio “creare ricchezza per il padrone” può andar bene in molti casi, ma non per il call center. Quello che quella gente rivendica è il posto fisso o, perlomeno, l’illusione dello stesso.

Evidentemente l’agognato passaggio da precario a “tempo indeterminato”, con tutto l’inevitabile corollario di mutui, gravidanze, debiti, ecc. è stato interpretato un po’ troppo alla lettera. Indipendentemente dal tuo contratto e dal numero di colleghi che puoi avere, sei sempre un dipendente di un’azienda piccola, con logiche da azienda piccola in un mercato di pescicani (veri)… Il posto fisso, con tutto il rispetto, è un altra cosa e, soprattutto, una cosa che non ha niente a che vedere con il tipo di contratto in essere fra le parti.

Ma non finisce qui.

Il call center non è un lavoro, non soggiace a “piani industriali” veri e propri, richiede un investimento minimo (almeno l’outbound), ha ricavi estremamente variabili (da mercato azionario) e soprattutto non crea un rapporto di mutua fedeltà fra lavoratore e azienda.

Quest’ultimo punto è fondamentale. Nessuno “gode” a fare l’operatore telefonico: o si vede quel lavoro come una condanna o si sta a farlo perché si intravede una possibilità di crescere all’interno della struttura stessa del call center.

Nell’uno e nell’altro caso si cerca di fare “altro”. Ora, vedete anche voi che prendere a tempo indeterminato un lavoratore così ontologicamente scazzato non vuol dire pensare al futuro, e quindi, “finché la barca va” nessuno dice niente, ma appena il vento gira (e gira spesso, non serve la crisi) si tende a scappare con la cassa… contratto o non contratto.

Al di là di sempre probabili malversazioni e illegalità (il capitalismo italiano lo conosciamo tutti), non mi sentirei nemmeno di buttare tanto la croce addosso agli imprenditori o presunti tali.

Dopo anni di conoscenza del settore posso affermare con relativa sicurezza che la “regolarizzazione” dei contratti di lavoro non conviene a nessuno. Non conviene all’azienda che si carica di costi (utili o inutili si può discutere, ma comunque costi), non conviene al lavoratore che è sicuramente più protetto sulla carta, ma non certo nella sostanza (come i fatti stanno dimostrando), non conviene agli stakeholder del servizio (utenti finali o aziende clienti) che si trovano degli automi scazzati invece che dei giovani ambiziosi a gestire i loro clienti o i loro problemi e, last but not least, non conviene alla meritocrazia, perché i numeri e i costi non permettono più di “far crescere” qualcuno anche se il talento è evidente.

Infine, il call center da punto di passaggio (quasi inevitabile, ma di passaggio) per “giovani ambiziosi” diventa, suo malgrado, punto di approdo per personaggi che hanno fallito altrove, una specie di ghetto sociale, con umanità e dinamiche da ghetto. Tutte queste cose le ho viste, vissute e continuo a viverle e a vederle.

Ma nulla di questo traspare da trasmissioni come Anno Zero di ieri, che, forse comprensibilmente, si ferma al “caso umano”.

Aggiungo, giusto per scaricare l’ultimo fiotto di acido, che ieri sera si raccontava di un certo signore che era emigrato da Catanzaro a Torino a lavorare per Iveco e prendeva come operaio 1.300 euro al mese. Gliene hanno offerti (stendiamo un pietoso velo sui criteri di selezione) 1.200 per tornare a Catanzaro a fare l’operatore di call center con uno di questi carrozzoni. Lo sventurato rispose (la vita è meno cara, è la mia terra, ecc.) ed ora si trova col culo per terra perché il call center di Catanzaro ha chiuso insieme a molti altri del gruppo.

Ferma restando la massima solidarietà e il massimo rispetto per le scelte personali di ognuno, mi sembra evidente che l’unico driver di paragone possibile fra un lavoro in Iveco e il fare l’operatore di call center a Catanzaro non riguarda i talenti o le inclinazioni o la formazione o gli stimoli professionali, ma solo e soltanto la forma contrattuale: i due lavori sono uguali perché sono entrambi a “tempo indeterminato”… Io trovo ciò aberrante (e il fatto che anche in Iveco si sarebbe trovato con il culo per terra, oggi come oggi, non sposta di una virgola la questione).

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3 pensieri riguardo “Post cattivo”

  1. Era un po' che riflettevo sul modo di commentare in parte questo tuo interessante articolo e certamente perdonerai il ritardo con cui lo faccio.Non è molto che seguo le dichiarazioni di tale Lidia Udiemi, una perfetta sconosciuta ma che lavora come "tecnico" nello staff dell'IdV e che alla faccia della sua giovanissima età è preparatissima e cazzutissima. Ed è con alcune delle sue parole (due post a lei dedicati sono reperibili su Mentecritica) che vorrei rispondere.Anch'io non sono per la difesa del lavoro ad ogni costo anche se penso che la mancanza di futuribilità che ci ha accompagnati per decenni e decenni è destabilizzante in termini psicologici: la precarietà non costruisce nulla anche se la vita stessa è precaria. Ma ci sono certe situazioni che osservo da  più di qualche decennio e che anni fa ho vissuto sulla mia stessa pelle che continuo a non capire e non giustificare in nessun modo. E queste situazioni sono quelle legate alle cosiddette esternalizzazioni che in oltre il 90% dei casi sono state dichiarate assolutamente illegali: peccato che i singoli ricorsi vinti da una parte dei lavoratori "informati" non siano automaticamente estesi a tutti gli altri.E veniamo alle parole di Lidia Udiemi a proposito della ennesima "esternalizzazione" Telecom che, nel silenzio assoluto, ha messo a casa decine di migliaia di persone negli ultimi 10 anni…Scrive Lidia (qui l'articolo completo).A tal proposito, si tenga conto del fatto che nel comunicato sindacale (Roma, 12 marzo 2010) si denuncia la “non rispondenza tra le attività effettivamente svolte da molti lavoratori e le recenti attribuzioni al settore in questione”. Quanto affermato rientra sicuramente, nell’ipotesi di illegittima individuazione dei dipendenti addetti all’attività da trasferire, ovviamente previa effettiva verifica da parte del giudice. Sotto un altro punto di vista, l’azienda afferma che una volta realizzata l’operazione di trasferimento del ramo in SSC, saranno attuate operazioni di “efficientamento” per riportare il costo del lavoro a livelli paragonabili con quelli del mercato esterno…tali esigenze sarebbero determinate dalla condizione di mercato attuale, dalla persistenza di un debito importante, dalla riduzione dei margini”.Queste dichiarazioni sono contestabili sotto diversi profili. Anzitutto, in che cosa consistono le operazioni di “efficientamento” riguardanti il costo del lavoro? Si tratta di ridurre elementi quali premi aziendali, ticket, assicurazioni ecc… o l’intenzione è quella di attuare delle riduzioni di personale? E poi, quali sarebbero i livelli del costo del lavoro relativi al mercato esterno? Quelli derivanti dalla “gestione fallimentare” di molte grandi imprese causata dall’incapacità della classe dirigente di svolgere la funzione imprenditoriale basata sulla creazione di valore? Quali sarebbero in concreto i parametri di riferimento? Oppure il termine generico “mercato esterno” è un modo come un altro per fare sostanzialmente ciò che si vuole? Cosa c’entra, inoltre, il piano industriale di Telecom Italia, dato che l’attività è stata ceduta ad un altro soggetto giuridico, ossia SSC?

  2. Interessante, Jedan, ma non proprio in tema.Quello che ho scritto sui call center vale sia se il call center è intern(alizzat)o sia se è estern(alizzat)o. La volgia di starci è poca, la professionalità è vicina  allo zero e viene tirata fuori quasi sempre a sporposito.Il risultato è tanto più surreale se non solo ce la si prende con Telecom (o un altro mostro simile) che esternalizza, ma si vogliono applicare le stesse logiche ad aziende che sono nate per raccogliere ciò che Telecom esternalizza.In altre parole, i buoi sono scappati.

  3. Già, sapevo d'essere non proprio in tema ma il tuo argomento mi aveva incuriosito ed ogni tanto ci ripensavo su, forse troppo generalizzando.E' ineccepibile la tua affermazione sul concetto di "punto di passaggio" e tutte le conseguenze che ne derivano. Assolutamente analogo alla incuria con la quale eseguivano il loro lavoro alcuni dei miei colleghi dei tempi in cui insegnavo dai preti…loro erano lì "di passaggio" in attesa di vincere un concorso nella scuola pubblica…Il seguito su qualche bella strada appenninica!

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