Pensieri sparsi su Burioni e il burionismo

Scrivevo tempo fa che l’antivaccinismo, per quanto deteriore, non può non evocare in alcune sue componenti e alcune sue orecchiate sentenze una certa sinistra d’altri tempi, a metà fra le fregnacce new-age e il sospetto a prescindere verso qualsiasi struttura più organizzata di lei (sia essa Big Pharma o un club di Forza Italia). Io c’ero fra loro e io me li ricordo: all’epoca stavamo parecchio avanti rispetto al resto del paese e quindi, oltre a tirarcela (tanto per cambiare), ritenevamo inconsapevolmente opportuno chiudere un occhio su certe approssimazioni di giudizio. read more

Anticorpi

E’ quasi un anno che non scrivo. L’ultimo post è del 5 ottobre 2017. Nel frattempo, mi sono sposato, ho cambiato radicalmente lavoro e mi sono trasferito con moglie e figlia in Germania. Potrei dirvi che non ho scritto perché avevo da fare, e in parte è pure vero, ma di base non riesco a trovare la tranquillità mentale per mettermi a scrivere. Il fatto di avere quasi sempre davanti un PC con l’orrenda tastiera tedesca e una bambina piuttosto vivace che scorrazza per casa, non aiutano.

Nel frattempo, dicevamo, sono successe altre cose. L’Italia ha deciso di consegnarsi mani e piedi alle due forze politiche più grette, becere e cialtronesche dell’emisfero. E pare pure che le piaccia, all’Italia, dico…

Rilevo che, sebbene l’essere “distante” da certa gente mi faccia solo che piacere, questa distanza non è mai stata così incolmabile. Da un lato, c’è l’elettore del #governodelcambiamento così ingenuamente tronfio e farcito di speranze da fare quasi tenerezza, dall’altro ci sono io e qualche happy few, che, non solo penso di essermene andato nell’ultimo momento utile, ma provo anche vera, sincera apprensione per le persone a cui voglio bene, che sono rimaste là e non hanno avuto la mia così tempestiva fortuna.

Due parole su questi disgraziati (in entrambi i sensi) che sono al governo e su chi li vota. E’ già evidente che non sono capaci di fare nulla (ad esempio, sull’ILVA aveva ragione Calenda, sui vaccini, la Lorenzin, sui conti, Padoan, …) ed è altrettanto evidente che non lo ammetteranno mai: la gente continuerà a votarli, senza troppi problemi. Se ciò sia colpa degli hacker russi o solo di sano ur-fascismo italico, di analfabetismo funzionale o di interpretazioni superficiali della complessa realtà globalizzata, sinceramente non saprei nemmeno dirlo, però quelli sono, quelli votano e quelli ci teniamo (io un po’ più da lontano).

Poi, ovviamente, è colpa di Renzi e del PD. Non ho mai sopportato Renzi e se vi andate a rileggere il blog, vedrete che ne ho parlato quasi sempre molto male. (Dico qui, a futura memoria, che l’unico vero possibile punto di svolta per l’Italia e per la sinistra è stato nel 2013, con Pierluigi Bersani, che si è trovato sulla strada i grillini del 2013, quelli dello streaming poi passato di moda, incazzati come vipere, vacui come bolle di sapone, inutili e fastidiosi come le zanzare e ignoranti come pecore).

Renzi, dicevamo. Renzi politicamente giganteggia rispetto a questa gente e vedere che c’è chi non riconosce questo semplice fatto, da sinistra, è qualcosa per me di abbastanza incomprensibile. E’ come se tutti ce l’avessero *personalmente* con lui e lo ritenessero il responsabile di tutto: OK, non è di sinistra. OK, il PD non è più un partito di sinistra, ma l’onestà intellettuale di riconoscere una normalità politica in un panorama di fascisti e di nani rancorosi, non dovrebbe costare nulla. Indipendentemente da cosa e se si vota.

E invece no. Non si capisce perché uno sedicente di sinistra che, legittimamente, voglia prendere le distanze dal PD e dal suo operato, riesca più di talvolta a sentirsi attratto da offerte politiche che definire scadenti è fargli un complimento. Io ho l’impressione che tutti questi maitre à penser da ballatoio che hanno votato 5 Stelle, o non erano di sinistra già prima, o non hanno capito un cazzo del mondo attuale e, in entrambi i casi, avevano gli anticorpi antifascisti già belli compromessi.

Discutiamo di tutto, diciamo che tutto va male, neghiamo l’evidenza, droghiamoci, ubrichiamoci, scappiamo, emigriamo, andiamo in montagna, ma i fascisti teniamoli sempre alla giusta distanza e nella giusta loretiana posizione. Mai coi fascisti.

A proposito di anticorpi, in questi giorni di inizio anno scolastico, si riparla di vaccini e di quei minus habentes che non vaccinano i figli. Vorrei condividere con voi una mia teoria, con la quale, a onor del vero, diverse persone a cui la ho esposta a voce non si sono trovate d’accordo….

Perché gli antivaccinisti hanno raggiunto numeri così preoccupanti? Di gente pazzerella ce n’è sempre stata, ma questi sono di più dei soliti quattro gatti… Come hanno fatto proseliti (ancora non moltissimi, per fortuna) anche fra persone che non avevano una chiara opinione in merito? Come hanno conquistato una fetta di indecisi (o, meglio, agnostici) sul tema? Io penso che alla base ci sia *taa-daa* la pigrizia (bum).

Stare appresso a un bambino piccolo è faticoso e porta via un sacco di tempo. Imbarcarsi in un percorso vaccinale, combattere con la sanità pubblica, discutere con i pediatri, fare file e buttare mattinate, vederselo e tenerselo un po’ abbacchiato e febbricitante dopo il vaccino, è una cosa disagevole e spiacevole. Sbattersi per un bambino che sta male, ha la febbre, vomita, è un conto, ma, se il bambino sta bene, chi me lo fa fare? Visto che, ovviamente, per i motivi sopra esposti a proposito delle scelte di voto, le persone sono in media anche ignoranti come l’erba e non hanno idea di quello di cui si sta parlando?

Quindi, la mia teoria è che dietro queste mamme (e papà) coraggio, almeno dietro alle meno convinte di loro, c’è il ragionamento seguente.

Il fatto che ci sia gente che dica (urli) che i vaccini non fanno bene, è proprio la scusa perfetta di cui avevano bisogno per non fare, per rimandare, per trovarsi con il bambino di tre anni non vaccinato, senza nemmeno sapere bene perché. La legge sull’obbligo vaccinale è particolarmente invisa a questa gente, non solo perché li mette de facto fuorilegge o perché li mette davanti alle responsabilità di genitore e cittadino, ma anche perché li mette davanti alle loro non-scelte, perché li sputtana più o meno pubblicamente come mezzi-deficienti e perché, soprattutto, li colpisce dove fa più male, impedendo loro di togliersi finalmente il pargolo da casa, mandandolo all’asilo. Che diciamolo i bambini so’ belli, ma quando non stanno fra i piedi 24 al giorno, lo sono di più.

Da lì, tutte le giaculatorie su Facebook, i gruppi chiusi, i forconismi e, soprattutto, tornati sulla terra, tutta la serie di sotterfugi e zozzerie (honestà, honestà… ) di cui sono piene le cronache. Obiettivo: riuscire a far prendere il figlio a scuola, senza vaccinarlo e, con buona pace di Gandhi e di Mandela, minimizzando sia lo sputtanamento, sia la discussione. Cose da film di Pierino, che, unite al fatto che sono architettate, non dimentichiamo, da forme di vita appena più intellettualmente vivaci dei licheni, diventano spesso esilaranti.

C’è però, a dirla tutta, un altro aspetto di questi No Vax che mi disturba. Antropologicamente, non li sento così lontani da me (ari-taa-daa). Il rifiuto della scienza un po’ New Age, la mobilitazione grassroot (ancora l’erba…), le multinazionali cattive, la natura che deve fare il suo corso, sono temi che hanno accompagnato la mia giovinezza di ragazzetto di sinistra (a.k.a zeccacolorata). Poi, io e molti altri, siamo andati un po’ avanti e abbiamo messo in prospettiva tutto questo. Molti non lo hanno fatto e queste posizioni così ingenuamente “contro” sono entrate, grazie alla mediazione di Facebook & co., nell’immaginario collettivo anche di persone che sono piuttosto lontane dai centri sociali (estetiste di Rovigo, datori di lavoro di se stessi, energumeni tatuati, portatori sani di sopracciglia ad ala di gabbiano, fan di Vasco Rossi e mammine pancine). Gente che quegli anticorpi antifascisti di cui sopra non ce li ha mai avuti e infatti vota come vota e si sente pure barricadera. Come direbbe il Vate:

bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!

Mi scuso per il post un po’ sconclusionato, anche, rileggendo, pensavo peggio. Abbiate pazienza, avevo voglia di scrivere. read more

Friends and Foes

Friend
Friend

Da un po’ di tempo, su Facebook, ho una nuova amica; è americana, un po’ agée, si chiama Hillary e vuole diventare Presidente degli Stati Uniti.

A me lei piace molto: la trovo una tosta, cazzuta e realista e, soprattutto, capace e preparata per fare quello che vuole fare. Devo anche dire che ora che è più vecchietta, rispetto a quando era “solo” First Lady, ha un po’ perso la fisionomia banalmente americana da avvocatessa battagliera, raggiungendo un nirvana estetico da nonna rassicurante. (Anche se bisogna dire che le foto di lei da giovane con quegli occhialoni da sfigata sono inarrivabili).

#miRAGGIo

Topolino e Gambadilegno
Topolino e Gambadilegno

E quindi, pare che governare Roma non sia effettivamente questa passeggiata. Pare che il primato della Società Civile sulla Politica brutta, sporca e cattiva non sia così evidente. Pare anche che la buona volontà, ammesso che ci sia, da sola non basti…

Premessa doverosa. Non sono tra quelli che dicono “Ah, però mi dispiace! Non li ho votati, ma sarebbe potuta essere una buona occasione per fare il bene di questa città…” No, per me dovevano estinguersi in un lampo di fuoco già ai tempi dello streaming con Bersani (una delle pagine più buie ed infami della storia italiana) ed ogni minuto che ci separa da questa catarsi è un minuto sprecato.

Ciò detto, ci sono un po’ di cose che secondo me, in questo turbine di merda (inevitabile) che ha investito i 5 Stelle, non sono state sufficientemente evidenziate.

Ma chi cazzo è sta Virginia Raggi?

La prima è quello che chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale avrebbe dovuto chiedersi fin dall’inizio. “Ma chi cazzo è sta Virginia Raggi?” Cosa vi fa pensare che sia capace di fare la Sindaca di Roma? Cosa pensa? Da dove viene? Cosa ha fatto in passato che la distingue da una sciacquetta qualsiasi? Perché, soprattutto, al netto di tutti queste zozz questi incidenti di percorso, Roma dovrebbe migliorare sotto la sua guida? Qual è una proposta del suo programma per cui possiamo dire “fatela lavorare, la giudicheremo su quello“?

Ha stravinto le elezioni, ma non aveva un programma, non aveva una squadra di assessori, non aveva nemmeno uno straccio di idea politica da mettere in pratica. Ad esempio, di Giachetti (avversario a suo modo surreale, in quella partita a Traversone che erano diventate le elezioni romane) si poteva dire tutto il male del mondo, ma anche, ad esempio, “è  radicale, almeno le Unioni Civili le celebrerà senza problemi…” Cioè, dove sono per la Raggi quei piccoli traguardi di default che un nuovo Sindaco, per il suo stesso essere “persona con delle idee”, non fatica a mettere in pratica? E poi, vabbè che avere idee politiche è vecchio e demodé, ma non è che sarai un po’ più manipolabile da chi invece qualche idea ce l’ha ma nessuno l’ha votato?

Rivirgination fascista

Secondo punto. Narra la leggenda che votino Movimento 5 Stelle moltitudini di persone “sinceramente di sinistra” che non si sentono rappresentate dal PD. Io sono di sinistra (spero, sinceramente), non mi sento rappresentato dal PD (il 90% delle volte), ma non capisco per quale passaggio logico mi dovrei sentire rappresentato da questi qua? Ancora.. Quand’anche fosse, pensate che il 68% al ballottaggio fosse composto da questi “segnalatori delusi”? O magari, anche e soprattutto dalla solita destra romana, che dopo la figura demmerda con Alemanno, ha cercato di rifarsi una verginità? Ma qualcuno pensa che all’elettore fascio-medio-romano che ha votato in massa la Raggi gliene frega qualcosa di Roma e di quello che sta succedendo? Che sia stato in qualche modo abbagliato e abbia detto fra sé “Ah, oneshtà! Bell’idea… Come ho fatto a non pensarci prima?“… O non è più probabile che l’abbia voluta solamente buttare in caciara (magari sentendosi barricadero per una volta nella vita)… E caciara fu…

Volponismi

Terzo punto. Io non lo so se si può governare una città senza fare i conti con l’establishment, ma NULLA di quanto sta facendo la Raggi finora sembra andare in questa direzione. Tutte le persone che le girano intorno a me sembrano dei vecchi volponi, sia quelli presi dalla Società Civile, sia quelli presi dalle prime linee del M5S romano.

Ci sono delle foto di Raggi con la Muraro che esemplificano plasticamente l’eterno dualismo lupo/agnello. (Non so a voi, ma a me piacerebbe che fra i due,  il mio sindaco facesse il lupo…). Ma, volponismi e lupismi a parte, nessuno (nessuno!) di questi personaggi mi sembra antropologicamente espressione di un partito di sinistra. E quindi, torno a bomba, il PD non mi rappresenta: bene. Un motivo, datemi un cazzo di motivo, per cui mi devono rappresentare questi qua.

Fatevela ‘na risata (evergreen)

Infine, quarto punto. L’empatia… Io ‘na pizza con Giachetti me la sarei andata a mangiare, con la Raggi proprio no. Sempre incazzata, sempre scocciata e, chi mi conosce, sa come potrei andare avanti. Di base, ‘sti grillini in missione per conto di dio che non si fanno manco una risata, hanno veramente rotto il cazzo. Sarà la cosa meno importante fra quelle che ho evidenziato, ma forse è quella su cui più probabilmente cadranno, quando la gente si renderà conto di aver eletto un evanescente manico di scopa a sindaco della propria città.

On Brexit

Brexit2

A me questa Brexit, da qualsiasi lato la si guardi, fa incazzare. Mai avrei pensato che con il Movimento5Stelle qui da noi, quella verduraia della Le Pen in Francia, epigoni di Salvini e Meloni in ogni angolo di Europa, proprio in UK, dove ci sono ancora la Regina, il Commonwealth e i Lord con la parrucca, ci potesse essere un’epifania così deprimente di quello che stiamo (tutti) diventando. Metto qua di seguito alcune riflessioni che ho fatto in questi giorni.

E adesso?

Tra tutte, la cosa che mi ha lasciato più l’amaro in bocca di questa brutta, brutta faccenda, è il fatto che non c’era un piano. Nel senso: porti il tuo popolo ad una decisione di tale portata, mediante un referendum che, per definizione, ha solo due esiti possibili, fai campagna per uno di quei due risultati, pure con toni e modi da fiera di paese, poi vinci e non sai cosa fare? Ti rimangi un’ora (nel senso di sessanta minuti) dopo le promesse che hai fatto per mesi e cominci a dire “Non così in fretta… Calma… C’è tempo…

Tutti, evidentemente, sia chi faceva campagna per il Leave, sia chi faceva campagna per il Remain, pensavano che il Remain vincesse più o meno comodamente. I primi avrebbero potuto cavalcare alle prossime elezioni il vento antieuropeista nei collegi pro-Leave nello Stocazzoshire profondo, chiagnendo e futtendo, come avevano sempre fatto. Gli altri, forti di una vittoria (benché inevitabilmente mutilata), avrebbero continuato con il business-as-usual.

Invece i secondi sono stati malamente sconfitti, ma i primi forse stanno ancora peggio… Ora, armati delle loro belle facce sveglie, si trovano in teoria a dover gestire una situazione molto complicata, in un terreno sconosciuto, con alle spalle un paese diviso in due… Ammesso e non concesso che siano le persone serie, che, almeno nell’immaginario di noi provinciali, dovrebbero popolare la politica anglo-sassone. In fondo, c’hanno le parrucche in testa e la Democrazia l’hanno praticamente inventata loro, no? Vuoi che non sappiano gestire un referendum…

La democrazia diretta

Il referendum è uno strumento rozzo e irreversibile. Non tutte le operazioni si possono praticare con il machete, per alcune ci vogliono strumenti un po’ più fini. La domanda referendaria può essere semplice a piacere (e sinceramente non capisco tutta l’ironia sulla differenza fra le domande referendarie italiane e quella inglese), la complessità tuttavia è insita in ogni decisione e dovrebbe essere il tema portante del prima- e (non solo) del dopo-referendum.

E poi, sta cazzo di Sovranità Popolare… La democrazia diretta non funziona, se non su questioni molto, molto locali. Già ai tempi dei Comuni, nel Trecento, faceva acqua da tutte le parti, poi, più recentemente, sono arrivate le riunioni di condominio e i meet-up di Grillo a darle il colpo di grazia definitivo.

Io non ho nulla contro il suffragio universale in sé: va benissimo per eleggere rappresentanti che prendano decisioni al mio posto, permettendomi di non essere un tuttologo, ma ho moltissimo contro il referendum come strumento per prendere decisioni politiche (e sorvoliamo sul modo e sul motivo per cui questo specifico referendum è stato indetto). Questo vale sia per merdoni epocali tipo il Brexit, sia per cazzatelle locali di palese inutilità.

Se il popolo, invece di bearsi dell’essere investito di questo potere decisionale taumaturgico, si preoccupasse, alle elezioni vere, a suffragio universale, di mandare a prendere decisioni gente seria e preparata (molto prima che onesta e/o simpatica), probabilmente non saremmo a questo punto. Né in Italia, né in Europa, né in UK.

Populismo ed elitarismo

E’ stato pubblicato dal Post tempo fa e ripreso spesso in questi giorni, tra sindaci grillini e eurofobia british, questo articolo, che si domanda se il diritto di voto universale non stia diventando un lusso che le democrazie non possono più permettersi. La tesi è probabilmente provocatoria, con buona pace di qualche immancabile letteralista stracciapalle, ma il ragionamento è molto serio. La decisione – ogni decisione, e tanto più quella prettamente politica – deve essere informata e contestualizzata e questo costa fatica: la delega al popolo di decisioni di grande momento, automaticamente, rimuove questa fatica e le rende decisioni viziate da un bias di ignoranza che può essere “il preludio a una farsa o a una tragedia”.

La proposta dell’articolo (ripeto, per me provocatoria) è quella di un patentino di educazione civica per ottenere e mantenere il diritto di voto. In fondo, anche guidare la macchina è un diritto universale, ma c’è bisogno di una patente e di un esame. (E non è che situazioni come il dopo-Brexit, con tutto il loro portato di becerismo e pressappochismo, siano meno pericolosi di una guida senza patente, ricordiamoci la povera Jo Cox).

Ma se dici questo sei elitario e dimentichi che la persona di sinistra dovrebbe stare dalla parte del popolo e quindi dei più e non delle elite colte ed istruite. A parte che non è proprio così, perché il patentino per votare lo avrebbe chiunque passi un esame (anche bifolco, anche immigrato, anche analfabeta), esattamente come avviene per l’altra patente, ma un pochino di fatica intellettuale e un moderato interesse per la materia, mi sembrerebbe il minimo sindacale, prima di andare a fare gli esperti di relazioni internazionali sui social (per dire).

(Almeno, si eviterebbe di leggere in ognidove che il Governo di Renzi – a me piuttosto inviso – è “illegittimo perché non l’ha eletto nessuno“… Sempre, per dire).

Ma, uscendo dal gioco provocatorio della letteralità, non è vero soprattutto per un altro motivo.

Indipendentemente da quello che si può pensare della sinistra attuale, la sinistra – semplificando moltissimo – sta(va) dalla parte delle masse perché ne incarna(va) la voglia di riscatto e di progresso. Le masse inglesi che hanno votato per il Brexit, lo hanno fatto nel nome dell’arroccamento, della paura e della disinformazione populista: la voglia di riscatto e di progresso da una condizione di *oggettivo* impigrimento (se non abbrutimento) culturale la hanno buttata nel cesso da un bel po’. Stare dalla parte del popolo, ammesso che ancora voglia dire qualcosa, non vuol dire accettare supinamente e schierarsi per ogni fregnaccia che piace al popolo. Quella è la definizione di “populismo” (o di gentismo, come si dice adesso), non di “sinistra”; è il ramo dei Grillo e dei Farage, per capirci. Il panorama è così devastato che forse presto o tardi nessuno voterà più a sinistra e ce ne dovremo fare una ragione, ma quello di cui stiamo parlando, non è una massa da aiutare ad emanciparsi, ma è (letteralmente) l’esercito della Reazione (sempre massa, certo, come erano massa i contadini borbonici coi forconi).

Campagna e città

Si è detto, subito dopo l’ufficializzazione dei risultati, che le fasce di popolazione più anziane avevano votato in massa per il Leave, mentre il Remain era largamente maggioritario fra i giovani… In realtà, si è scoperto dopo che il Remain aveva stravinto fra i giovani, ma ovviamente solo fra quelli che erano andati a votare, che però erano proprio pochini.

(Noto a margine due cose: a) che nel 2016 c’è ancora chi fa confusione fra numeri assoluti e percentuali e poi ci lamentiamo dell’analfabetismo funzionale; b) si capisce perché il primo dato, quello del voto per fasce di età, possa venire solo da sondaggi/exit poll, ma mi sembra bizzarro che anche il secondo, quello dell’affluenza per fasce di età, debba venire dai sondaggi e non dai dati reali). Chiusa parentesi.

Quindi, il divide vecchi/giovani, si direbbe, è falso divide. Rimane quindi l’unico altro divide drammatico di questo voto. Quello tra città e campagna.

La campagna, ovviamente, non va intesa solo come landa agricola, ma soprattutto come costellazione di piccoli centri. Ora, io non voglio assolutamente professare qui la superiorità del cittadino sul campagnolo, del londinese cosmopolita sul pastore dell’Herefordshire, ma voglio solo far notare tre cose.

  • Il divide Grande Centro vs. Piccolo Centro è l’unico vero grande divide che esiste oggi. L’ho anche scritto qui altre volte. Io ho abitato sia in città, sia in provincia (piccolo centro) e mi è parso subito evidente che la percezione della realtà e i mezzi con cui si accede e si fruisce la narrazione del presente (e, a volte, finanche del passato) sono radicalmente diversi. Le visioni del mondo sono lontanissime e spesso inconciliabili. Partiti (e tipi umani) che prendono percentuali bulgare in provincia, sono quasi non pervenuti in città, e viceversa. In un “referendum politico”, in cui le scelte sono solo due e su cui, vista la complessità del tema e le conseguenti semplificazioni selvagge, la percezione e la narrazione fanno la parte del leone nel processo decisionale, il divide non può che polarizzarsi ulteriormente.
  • La linea di frattura città/campagna si porta appresso, inevitabilmente, anche altre linee di frattura. Sia pure con le dovute eccezioni, stiamo parlando anche della distanza fra chi ha visto più o meno mondo, fra chi ha più o meno studiato,  fra chi ha accesso ad una visione delle cose più completa e complessa e chi invece si fida solo della televisione (e dei social).
  • Altri divide classici – tipo destra/sinistra, giovani/vecchi, onesti/ladri, sistema/antisistema, progresso/reazione – impallidiscono al confronto con quello città/campagna a livello di radicamento nella società. Cioè non è che gli altri divide non ci siano più, come pure qualcuno dice, ma sono molto più fluidi e di volta in volta ricalcano o contraddicono la linea di frattura principale, che tuttavia rimane là, immutabile.
  • (Bonus). Tornando per un attimo al discorso giovani/vecchi, vista la grossolanità dei dati su cui si ragiona, potrebbe darsi benissimo che i giovani “di città” abbiano votato in massa e votato Remain, mentre i figli dei vecchi astiosi provinciali che hanno votato Leave, se ne siano stati a casa, impegnati in attività campagnole sicuramente più interessanti… So bene che si parla di flussi di milioni di persone e che ci saranno mille eccezioni, ma a me in linea di massima, guardando all’Italia che conosco meglio, il discorso convince.
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    L’ombrellone e la trivella

    Domenica c’è un referendum, sui temi del quale non mi va di dilungarmi (basta scrivere su Google Referendum 17 Aprile per capire di che si tratta), e io non andrò a votare. Generalmente ci vado, ma a sto giro mi sa di no.

    Sono una persona moderatamente informata e interessata allo stato della cosa pubblica. Non capisco di tutto e molte cose mi annoiano, ma anche su queste cerco di mantenere un ABC di conoscenza funzionale. So, quindi, di cosa parla il referendum, mi sono informato, ma davvero non mi interessa.

    Il concetto di quorum, che, tutte le volte che c’è un referendum un po’ naif in giro, diventa oggetto di ogni vituperio, serve proprio a questo. A dividere il mondo in tre categorie (non due): a favore, contro e non mi interessa. Certo, a chi si è sbattuto per indire un referendum ed è passato sotto la falce della Corte Costituzionale che gli ha bocciato un bel po’ di quesiti, può sembrare ingiusto che i risultati a lui sfavorevoli siano 2 su 3 e non 1 su 2. Ma il referendum è come il ritorno di Champions League, a volte si parte svantaggiati e si va a casa anche con un pareggio, non è come il tennis in cui uno vince per forza. E qui chi propone non può stupirsi di partire svantaggiato.

    D’altronde, il referendum nasce dal basso e sta alla minoranza che cerca di indirlo scegliere un tema di interesse generale o rompere i coglioni al prossimo al punto di convincerlo che quello che sembra un tema di nicchia sia effettivamente di interesse generale.

    Votare No (o chiedermi pelosamente di farlo, nel caso non sia d’accordo) sarebbe una soluzione, non solo poco intelligente dal punto di vista della teoria dei giochi (*), ma anche e soprattutto inadatta a manifestare il proprio disinteresse per l’argomento. Che poi del fatto che non sia “bello” che non mi interessi, se ne può parlare, ma la vita è breve e bisogna fare una selezione (o propormi cose più interessanti).

    Va anche detto che il gioco funziona così e che potrei trovarmi dall’altra parte nel caso in cui un domani ci sia un referendum “di nicchia” che mi vede convinto sostenitore del Sì.

    In quel caso, pazienza: so in che tipo di paese vivo, so come funziona l’istituto a cui sento il bisogno di ricorrere e se perdo, non darò la colpa alle moltitudini ignoranti e menefreghiste (che non scoprirei certo ora), ma solo e soltanto alla mia scarsa capacità di persuasione e alla scelta di un’arma spuntata per combattere una battaglia che mi sta a cuore.

    Proprio perché (io) so in che tipo di paese vivo, rimane il problema della compagnia. Che tipo di gente, come me, non andrà a votare domenica? Anche “brutta gente”, certo. Ignoranti veri, menefreghisti, analfabeti funzionali e non… Ma quelli ci saranno sempre (anzi, visto cosa vota la gente alle Politiche ultimamente, magari a sto giro qualcuno di questi andrà pure a votare Sì!1!!, tutto contento), il punto è che bisognerebbe misurare quale sia la percentuale di persone “frequentabili” tra i tuoi vicini di ombrellone domenica. Io ho l’impressione che a sto giro sarà più alta del solito.

    (*) Supponiamo che il 50% degli aventi diritto vada a votare e voti Sì (situazione non troppo diversa da quello che effettivamente succede tutte le volte che ci sono questi referendum naif), io vado a votare solitario e fieramente voto No. Il referendum passa e io mi sono pure perso un giorno di mare/moto/barbecue/buone letture.