Siamo tutti un po’ vigili

Forse non è il giorno più adatto per parlare dei vigili di Roma, visto quello che è successo a Parigi e che davvero toglie il fiato, ma quello che dirò nel post ce l’avevo in testa da un bel po’ di tempo e quindi vorrei cogliere l’attimo, per quanto possa non essere il più appropriato.

Sebbene non ami particolarmente la categoria dei vigili, con tutto il relativo portato di autovelox e divise, stavolta non so da che parte stare. Certo, per essere un dipendente privato che non è mai stato in malattia in vita sua (tranne che per la convalescenza dopo l’incidente nel deserto), il (presunto) 83% di vigili in malattia la notte di Capodanno, mi fa fare tanti pensieri, cattivi quanto facili. Però, poi mi leggo una versione del vigile (leggetela, è piuttosto interessante) e mi viene da spingere la riflessione un po’ più in là.

Non tanto per spezzare una lancia nei confronti dei vigili romani, che, sia da sani sia da malati, trovo abbastanza poco difendibili, ma in generale per soffermarmi su quanto, in un contesto sociale ed economico sempre più difficile e pericolante, si sia guastata l’armonia nei rapporti di lavoro e si sia relativizzato il concetto di “professionalità”.

Il dover ingoiare continuamente bocconi amari sul luogo di lavoro (e poco conta se si tratti di un lavoro qualsiasi, tipo il mio, o di un lavoro percepito come privilegiato o “castale”, o se questi bocconi amari siano più o meno oggettivi e documentati) porta a un drammatico irrigidimento delle posizioni fra lavoratore e datore di lavoro.

Il datore di lavoro, magari anche con le migliori intenzioni dettate dalla necessità di far sopravvivere la propria realtà imprenditoriale, chiede al lavoratore di gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare molto di più di quel che contrattualmente dovrebbe.

Il lavoratore, forse anche a suo discapito sul lungo periodo, dopo anni di “cuori oltre l’ostacolo” privi di un ritorno tangibile (se non il fatto di stare ancora lavorando, che è oggettivamente un po’ poco) e spesso senza nemmeno un grazie pro-forma, tira i remi in barca e comincia a “fare l’impiegato” e, in ordine decrescente di scorrettezza, si mette in malattia, si imbosca, evita di esporsi senza motivo, dedica più tempo alla sua vita privata…

C’era un tempo in cui far tardi la sera, lavorare il weekend, fare straordinari, accettare missioni in posti disagiati, aveva un senso che andava ben al di là del mero tornaconto economico, perché – molto semplicemente – si pensava di far parte di una comunità professionale che, sia pure con alti e bassi, “dava” oltre che ricevere.

A leggere la risposta del vigile (discutibile, non foss’altro per l’anonimato del vigile stesso), invece, non si può non sentire echeggiare, insieme a trite rivendicazioni vetero-sindacali, anche una malcelata disaffezione verso la propria realtà lavorativa. (Tra le righe, ovviamente, perché in un mondo in cui i lavori di merda aumentano invece che diminuire, dire pubblicamente che il proprio lavoro fa schifo, sta diventando un tabù piuttosto paradossale).

E’ vero che c’è chi sta peggio dei vigili. E’ vero (forse) che molte delle percezioni nella lettera del vigile sono unilaterali e non oggettive. Ma è il vigile quello che alla fine sceglie di sbattersi o imboscarsi e la cui decisione sul fin dove ha senso che arrivi il proprio spirito di servizio e il proprio attaccamento alla maglia, è anch’essa necessariamente unilaterale e soggettiva (per fortuna, aggiungerei, a costo di apparire vetero anch’io).

E questo, al di là di torti o ragioni, di leciti o illeciti, di schieramenti pro o contro, è un problema oggettivo dei rapporti di lavoro che, con fatica, stanno sopravvivendo a questa infinita crisi economica, sociale e culturale.

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