Outing

Ci sono delle cose che sono parte di te. Altre che nel tempo lo diventano. Il mio nickname è una di queste.

Io ho cominciato a girare su internet nel 96 e ad interagirci poco dopo: prima con l’email, poi con i newsgroup (ve li ricordate?), poi con Napster e i suoi epigoni, poi con i forum, fino agli ultimi anni in cui sono esplosi il web 2.0 e i social network. E quindi il blog (nel 2008), poi Anobii, poi Twitter e tanti altri”minori”.

Chi ha cominciato direttamente con Facebook senza passare da altri servizi (e quindi è “entrato” nel sistema già col proprio nome) o, più spesso, ha interagito con quei servizi in maniera più utilitaristica di me (e quindi non è arrivato a dare una “personalità” al nick che usava), probabilmente non si è mai posto il problema di cui sto per discutere, ma vi assicuro che per me è (stato) un passaggio davvero delicato.

Sto parlando dell’uso dei nickname e della questione associata dell’anonimato sul web. Dopo un iniziale periodo con Pallino, pallino72. etc. mi sono trovato intorno al 2002 questo nick, Jestercap72, e praticamente, su internet, io così mi chiamo. Tutto è andato bene fino a quando quello che serviva per interagire su internet era un semplice nome utente. Quando, però, i contenuti che si condividevano dietro il nom de plume hanno cominciato ad essere personali, filosofici, esistenziali, io sono effettivamente diventato Jestercap72.

Chi non mi conosce e capita su questo blog, leggendo con attenzione in mezzo a tanti post, potrebbe facilmente capire che mi chiamo Alberto, che ho 39 anni (questa è facile), che lavoro in un’azienda di servizi (che assomiglia pericolosamente ad un call center), che sono di Roma, chi sono e cosa fanno alcuni miei amici. Tutto questo è pacifico e, dopo 3 anni e mezzo di ammorbamenti blogghistici, sarebbe stato davvero difficile impedirlo senza essere paranoici.

Ma, va da sé, un conto è che si capisca chi sono, un conto è che proprio si sappia. Un conto è farsi un’idea di una persona che si cela sotto uno pseudonimo e che non fa nulla per nascondersi, un conto è che tutto, ogni singola parola, pensiero, acidata o commento, vengano attribuiti univocamente e manifestamente ad una singola e ben precisa persona, con un nome e un cognome.

Noto, a margine, che la riflessione appena scritta è a tutti gli effetti una pippa mentale, perché, come alcuni fatti hanno dimostrato, a capire chi si cela dietro Jestercap72 ci vuole veramente poco in caso di querele e coinvolgimento dell’Autorità costituita. Non sono certo WordPress o Splinder che si ergono a paladini del mio anonimato; nessuno glielo chiede e infatti non lo fanno.

Eppure, vi assicuro che, anche se è il segreto di Pulcinella e anche se, quando il gioco si fa duro, l’anonimato non serve a niente, è difficile scrivere qui come mi chiamo. Anche perché, per quanto banale, è sempre un punto di non ritorno.

Si, vabbè… Ma cos’è cambiato? In fondo, tutto questo che ho scritto è vero ed è noto da almeno un anno e mezzo. Sono cambiate due cose.

La prima è che ho scoperto che questo problema è comune a molti altri blogger o comunque membri attivi della comunità virtuale. Le motivazioni di un tale outing sono le più diverse, ma vanno tutte più o meno in una direzione comune che io condivido: cioè che la rete, senza l’anonimato “apprescindere”, è e sarà un posto migliore. Non che io sia un troll, né tantomeno un maitre à penser, ma credo nel mezzo, nelle sue potenzialità, nella sua forza di appiattire il mondo, nell’essere l’unico vero luogo libero e accessibile rimasto. E quindi, se ci credi, è giusto metterci la faccia. Sia in giro, sia, a maggior ragione, a casa tua. Cioè qui.

La seconda – udite, udite – è Facebook e qui bisogna fare un passo indietro. In miei due vecchi post (1 e 2), mi ero scagliato contro Facebook abbastanza violentemente e molte di quelle cose che avevo scritto, questione anonimato a parte, le penso ancora:

  • la poca voglia (a volte, proprio il malessere) di rivedere o risentire le persone che ho smesso di frequentare;
  • la superficialità delle relazioni che si (ri)creano;
  • la povertà media e il riciclaggio estremo di cose altrui che lo popolano;
  • la tristezza dell’immagine che dà di sé il prossimo tuo;
  • l’autolimitarsi, l’omettere questioni importanti o il mentire spudoratamente, perché la cerchia dei tuoi amici contiene pure persone con le quali legittimamente non vuoi condividere i cazzi tuoi.

Una volta, però, sopportata la sensazione di tristezza e messo in atto qualche accorgimento per limitare l’esposizione tua e dei cazzi tuoi alla melma, sto capendo, applicandomi, che è tutto superabile.

Rimarrebbe pertanto la sola questione del nick. Poiché Facebook non ha senso se non “ci metti la faccia”, avrei dovuto far convivere il Jestercap72 sul blog, Twitter e in tutti gli spazi sociali pubblici con il me stesso della mia vita, dei miei amici, delle cose che faccio, della città in cui vivo. Forse, con mille acrobazie e quadrumani seghe mentali, ci sarei pure riuscito, ma alla fine mi sono detto… Chi me lo fa fare?

Tutto questo per dirvi che:

  1. jestercap72 rimane come nick più per comodità che per altro (avere l’apostrofo nel cognome è un po’ una rottura di palle),
  2. che mi sono fatto un profilo facebook (che per ora sto gestendo in modo molto conservativo),
  3. che mi chiamo Alberto D’Amico.

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9 commenti su “Outing”

  1. Azz… pensavo fossi un altro, ho sempre sbagliato blog! 🙂

    Cmq nome e cognome conferiscono al blog un’aria più “autoritaria”.
    Come dire: “uno che ce capisce”.

    PS. anche “il blog di ADA” non sarebbe stato male, un po’ come DDR che si legge sui giornali sportivi (di una certa sponda).

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