Poco orgoglio, molto pregiudizio

La riforma del lavoro di cui si parla (ve ne siete accorti anche voi?) in questi giorni ha diversi mantra che vengono ripetuti da una parte e dall’altra. Ce n’è uno in particolare, ripetuto dal Governo, che dice più o meno: “Non bisogna tutelare il posto di lavoro, bisogna tutelare il lavoratore“. Come a dire che di posti di lavoro di cui liberarsi in Italia ce sono fin troppi, ma è pur sempre una brutta cosa mettere tutta quella gente in mezzo a una strada.

Già su questo, sull’inutilità/inadeguatezza/irrilevanza di molte presunte attività produttive in Italia, nessuno ha mai il coraggio di dire abbastanza: molte aziende italiane sono dei dinosauri, sia come prodotto/servizio erogato, sia come mentalità d’impresa. Fermo restando che in questo rigoglioso e affascinante giurassico industriale, gli imprenditori non hanno nessun alibi possibile, perché loro è la prima responsabilità del posizionamento delle loro aziende, i lavoratori pensano bene, con questi chiari di luna, di lavarsene le mani riesumando la “lotta di classe”.

Ma torniamo al mantra di prima. Come si “tutela il lavoratore”? Essenzialmente, mettendolo in condizione di adeguare le proprie competenze al nuovo scenario competitivo, cosicché sia in grado con poco aiuto e in poco tempo di trovarsi un nuovo e più soddisfacente lavoro. Questo essenzialmente, vuol dire “corsi di aggiornamento”, “formazione” e, in molti casi tutt’altro che marginali, un’opera di vera e propria alfabetizzazione con relativo teletrasporto nel XXI secolo. Io non voglio fare generalizzazioni becere, né mostrare una hybris che, con l’aria che tira, rischia pure di ritorcermisi contro, ma – sinceramente – il lavoratore italiano quadratico medio che studia, che si avvicina a nuove tecnologie, che impara qualcosa di diverso da quello che ha fatto, spesso svogliatamente e passivamente, per vent’anni io proprio non ce lo vedo.

Ma c’è anche un altro aspetto, molto più strutturale e molto più drammatico. Provate a raccontare a *CHIUNQUE* (me compreso, eh!) che “il re-inserimento del lavoratore in un mercato più fluido, più moderno e più competitivo passerà necessariamente da corsi di formazione erogati da appositi enti sotto l’egida statale” e vedrete che la reazione più equilibrata sarà, al netto delle volgarità, “Seee…. Vabbè…

Questa reazione – anzi, questo riflesso pavloviano –  è più devastante di qualsiasi riforma-lacrime-e-sangue e di qualsiasi macelleria sociale. E’  il segno che l’emergenza vera di questo paese è la fiducia e che qualsiasi cosa si faccia o si proponga di fare – da un tunnel in Val di Susa a una riforma del lavoro, da una liberalizzazione a una vertenza sindacale – rimarrà lettera morta, fino a che non ci si ponga come obiettivo esplicito e prioritario quello di demolire con i fatti questa soffocante ingessatura di pregiudizi, sia pure comprensibili.

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