OK, panico

C’era una signora inglese, tale Karen Murphy, che nel suo pub di Portsmouth faceva vedere le partite della Premier League, utilizzando un abbonamento a un servizio satellitare greco. Anche se in Albania, se non hai un abbonamento Sky itialiano, non sei nessuno, è noto che la soluzione greco-albanese di Mrs. Murphy è (era) sempre stata ritenuta illegale. La Premier League vende a peso d’oro i diritti ai provider inglesi che ne esercitano l’esclusiva sul territorio nazionale. Poi li vende a prezzi decisamente più abbordabili ai provider stranieri, sapendo appunto che questi non sono legalmente fruibili sul territorio inglese. Lo stesso principio vale per tutti i paesi e per tutti i campionati.

Mrs. Murphy ha denunciato la cosa alla Corte di Giustizia Europea perché non le sembrava giusto che lei non potesse approvvigionarsi di un servizio dove più le convenisse all’interno di un (sedicente) Mercato Libero.

La Corte ha fatto due cose. Ha detto alla signora che, innanzitutto, non doveva fare la pulciara utilizzando in un esercizio commerciale (quindi traendone vantaggio economico) un abbonamento, sia pure greco, ma destinato ad un’utenza domestica. Ma, cosa molto più importante, ha detto anche che lei è libera di acquistare il servizio per la fruizione dei contenuti dove meglio crede, anche in Grecia. (Qui la storia).

Questo porta ad almeno tre ordini di considerazioni, che poi sono l’argomento del post.

Punto primo, diritti sportivi. Le serie nazionali (Premier, Liga, ecc.) si troveranno davanti una scelta: non vendere più all’estero i diritti per il campionato, ma concederne l’esclusiva ai provider nazionali, oppure abbassare i prezzi per i provider locali e alzarli (rispetto ad ora) ai provider esteri, fino al limite teorico dello stesso prezzo per tutti. In altre parole, potremmo non vedere più la Premier in Italia su Sky oppure arrivare a trovarcela in un abbonamento a parte, che, come avviene per la Serie A, seguirà un suo specifico modello economico, magari diverso per ogni paese.

Punto secondo, competizione. Visto che l’obiettivo è massimizzare i profitti, le varie leghe nazionali, condividendo lo stesso portafoglio clienti a livello europeo, si troveranno in competizione fra loro, perché naturalmente il totale dei diritti sportivi che venderanno sarà tanto maggiore quanto più appetibile sarà quel campionato, non più solo/soprattutto a livello locale, ma a livello internazionale. Non solo. Gli stessi provider potendo – legalmente – avere clienti finali in tutta Europa diventeranno competitor l’uno dell’altro e se ne potrebbero vedere delle belle.

Punto terzo, fruizione non tradizionale. Finché la fruizione delle partite avviene via satellite, tramite TV e decoder, i provider locali saranno sempre un po’ più avvantaggiati rispetto ai provider esteri, tra antennisti, parabole, decoder e smart card. Quest’ultima barriera potrebbe cadere – e la sentenza, aprendo alla concorrenza, va in questa direzione – se gli stessi provider sviluppassero offerte di fruizione internet-based, idealmente iper-personalizzate. Questo abbatterebbe gli ultimi vincoli brick & mortar presenti sul mercato e rimarrebbero praticamente solo la lingua e la qualità del servizio come driver di scelta.

Fico.

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