Di bruciare di navi

Anche se passato subito in cavalleria a causa dello scarso senso dell’umorismo di alcuni islamici mangiaranocchie, il fattaccio di queste vacanze di Natale era stato l’incendio-quasi-naufragio della Norman Atlantic con susseguente fortunosa evacuazione avio-trasportata.

Avendo preso quasi più traghetti che aerei nella mia vita, vorrei dare i miei due centesimi sulla faccenda del trasporto marittimo, non fosse altro perché nel lontano 1995 un traghetto su cui ero imbarcato prese fuoco, fortunatamente non lontano dal porto del Pireo in una bella giornata di sole agostano.

Si trattava di un traghetto, Agios Raphael (credo), di quelli con il garage a vista e la zona passeggeri sopra a mo’ di  balcone: dopo una notte intera di lanci di mozziconi di sigarette dall’alto, un camion telonato che trasportava ouzo prese finalmente fuoco. Nel giro di pochi minuti (era tutto a vista, non c’era nemmeno bisogno di sirene), il ponte fu letteralmente inondato da fiumi di acqua, volti più che a spegnere l’incendio (che infatti non si spense e oltre al camion coinvolse un’altra decina di auto) ad evitare di farci squagliare le ciabatte. Arrivammo ad Atene senza bisogno di aiuti esterni: noi in particolare, stavamo a piedi quindi, sia pure con i sacchi a pelo zuppi, appena ci fecero scendere ci dileguammo, nemmeno tanto provati dall’esperienza.

(Sempre a proposito di traghetti, sempre in Grecia, forse quello stesso anno, presi un altro traghetto Samina Express, che mi sembrò decisamente più fatiscente e incapace di tenere il mare del solito… E infatti pochi anni dopo affondò malamente, con molte vittime, ma senza prendere fuoco).

Tornando alla Norman Atlantic, tutte le volte che sono su un traghetto, forse perché mi annoio, do un’occhiata alla storia della nave. Di solito,  ha almeno 30 anni, spesso anche 40, ha cambiato 4 o 5 compagnie e, negli anni, è passata da ovattate rotte baltiche (Svezia – Germania, per dire), a ruspanti rotte british, per venire infine (?) a morire sulle nostre rotte mediterranee. Non era il caso della Norman Altantic e questa è forse l’unica parte delle faccenda che mi ha davvero stupito.

Sempre perché mi annoio, guardo pure, per quanto possibile, le dotazioni di sicurezza. Piani di evacuazione, dove stanno i giubbotti salvagente e se si sono, il numero di colpi di sirena da sentire, le facce dei marittimi che in teoria dovrebbero salvarmi, ma, soprattutto, do un’occhiata alle scialuppe.

Il più delle volte, la situazione è questa (almeno sui traghetti che prendo io, ultimo in ordine di tempo, quello, ignobile, che mi ha portato e riportato da Cefalonia l’anno scorso): plastiche cotte dal sole e (all’apparenza) fragili, argani, motori e carrucole senza traccia di grasso e spesso con diverse mani di vernice sopra, targhette con i dati della scialuppa ossidate o cancellate, motori, ove visibili, di dubbia provenienza e ancor più dubbio stato di manutenzione.

MockbaAmmesso che riescano a scendere in acqua (come sulla N.A.?), forse galleggeranno, ma non credo che siano in grado di regalare nulla di più.

Un’altra cosa che mi era sempre saltata all’occhio e che si è puntualmente vista nel caso della N.A. è l’assoluta incertezza di quante persone siano (e dove siano) a bordo: da un lato le navi sono, specie d’estate, sempre molto più affollate di quanto gli spazi lascerebbero prevedere (cosa che, se unita alla situazione scialuppe, è abbastanza inquietante), dall’altro c’è sempre un grosso lassismo nel divieto di accesso ai garage. Dopotutto, se le cabine dei camion possono trasformarsi in cuccette sulla terraferma, non si capisce perché un camionista (o un camperista), in assenza di enforcement in senso contrario, debba pagarsi una cabina di coperta o dormire scomodo in poltrona. Probabilmente, anzi, si potrebbe pensare (male) che il lassismo nell’accesso ai garage possa costituire un vantaggio competitivo di una compagnia sull’altra. E, ovviamente, visto che nei garage, di notte, non c’è “nessuno”, “nessuno” può far niente di male o di stupido (tipo accendere fuochi).

Insomma, tutto questo per dire che quello che è successo tra Natale e Capodanno, non può stupire chi ha un po’ di esperienza di viaggio sui traghetti di linea e che, nonostante tutto, è andata fin troppo bene. Ma il punto vero è che questi disastri sono sempre lì pronti ad accadere e che quello su cui tutti – passeggeri, compagnie, guardie costiere, enti di certificazione – contano sapendo di contarci è che il Mediterraneo, tranne qualche giorno l’anno, è un mare che perdona quasi tutto.

Un’ultima cosa: di queste cose, che sono da sempre sotto gli occhi di qualsiasi viaggiatore, nessuno ne parla, anche dopo la Norman Atlantic.

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