Qui n’est pas Charlie

drewTempo fa, reduce da un viaggio a Istanbul, avevo scritto questo post e un passaggio di quel post mi è tornato più volte in testa tra ieri e oggi. Sull’onda dei fatti di Francia. Scrivevo:

Veniamo al burqa. Chi gira col burqa, tendenzialmente si accompagna con altre persone che indossano un burqa uguale o una variazione sul tema. Gruppi misti non ce ne sono, ma in una società laica, in cui quello dell’abbigliamento estremo è uno dei modi di (far) vivere la religione, incontri in situazioni sociali fra tipe vestite e truccate da mignotte e coetanee col burqa che paiono mascherate da Cattivik ci devono essere. Cosa fanno e cosa pensano le une delle altre in queste situazioni, considerato che, diversamente da quello che accade qui in Occidente, ambedue sono “normali” in quel contesto? Io penso che se riuscissimo ad avere (e a capire) la risposta a questa domanda avremmo fatto un passo in avanti fondamentale verso l’integrazione culturale.

Certo, sparare in una redazione di un giornale satirico e girare pacificamente in burqa sono due cose un po’ diverse. Ma sono entrambe due cose che noi occidentali non riusciamo a capire.

Capire è necessario. Capire non vuol dire né fare i buonisti, né giustificare nulla. Vuol dire cercare di dare maggior voce a chi fa cose strane e compie gesti estremi ed estremisti. Io, quando li prenderanno, vorrei sentir parlare le loro storie, le loro vite, le loro case, conoscere il contesto in cui sono cresciuti, parlare con i vicini di casa, con le professoresse, con gli imam. Ma non per colpevolizzare anche loro o una non meglio identificata “società”, ma solo per capire. Ma soprattutto, vorrei sentir parlare loro.

Michele Serra ieri, a caldo, diceva che il terrorismo in Italia ha iniziato ad essere sconfitto quando la sinistra ha riconosciuto che non si trattava di pazzi o di agitatori prezzolati dal nemico, ma di persone nate, cresciute e nutrite al suo interno: i “compagni che sbagliano“, l'”album di famiglia” di Rossana Rossanda, ecc. fino a Guido Rossa e alla linea della fermezza. E’ vero, lo penso anch’io e sono sicuro che tocca per primi agli islamici buoni fare il vuoto intorno a certa gente.

Ma, a proposito del terrorismo di sinistra italiano, penso anche un’altra cosa. Che ha perso veramente quando, nei processi ai primi arrestati e nei vari comunicati/volantini/rivendicazioni, si è mostrato il manierismo, la vuotezza, la sempre crescente povertà intellettuale di questi rivoluzionari in pectore. Gli italiani (di sinistra) si sono resi conto rapidamente che, ammesso che la rivoluzione potesse essere ancora un obiettivo, non era quella la strada per arrivarci. Il rifiuto del linguaggio ha contribuito almeno tanto quanto il rifiuto della violenza ad emarginare gli estremisti.

Ora non vedo la stessa cosa: di queste persone non si sa nulla. Mai che si facciano parlare questi che vanno in Siria a combattere, mai che si diffonda il loro “verbo” in qualche modo (in qualche modo devono pure comunicare fra loro e fare proseliti, no?), mai che si veda un islamico “buono” a confronto con un islamico cattivo in qualche contesto di discussione, mai che i terroristi jihadisti (più o meno autoctoni) non vengano liquidati come indistinti pazzi esaltati, mai che le tipe col burqa non siano rappresentate come altrettanto indistinte povere vittime disgraziate.

Perché un disgraziato immigrato (o più spesso figlio di immigrati), cresciuto in una periferia europea arriva a sfogare il suo disagio nel terrorismo fondamentalista, invece di rapinare una banca o drogarsi banalmente?

Io voglio saperlo e penso che, se siamo così sicuri di essere nel giusto con le nostre “libertà” barbaramente assassinate ieri, dovremmo volerlo sapere tutti.

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