Nefelomantica

Prendo lo spunto da questo post di Mantellini/Punto informatico per fare qualche considerazione sul mio modo di fruire la musica in questo periodo (un periodo un po’ lungo visto che non è cambiato negli ultimi 5 o 6 anni).

Mantellini, descrivendo il nuovo servizio iCloud di Apple, rileva che l’offerta musicale sta passando da una base “canzone-centrica” ad una base “flusso-centrica”, nel senso che gli acquisti non si faranno più per singole canzoni da trasferire sull’hard disk di casa e poi mettere sui vari device, ma per servizi in abbonamento mediante i quali si accede al proprio catalogo che idealmente sarà sempre in linea ospitato sui server dei provider (la nuvola, appunto).

Questa è la scelta che sta facendo Apple con iCloud e avrà le sue buone ragioni per farlo. Apple a parte, comunque, Mantellini argomenta che questa è la naturale conseguenza di una tendenza alla fruizione della musica sempre più “superficiale” da parte del pubblico: fatto avvalorato, sempre secondo lui, dal fatto che tra quelli fermati a Londra e a New York, ce ne sono molti che non sanno cosa di preciso stanno ascoltando in quel momento.

Io non è che non sono d’accordo, magari è davvero così, ma proprio non mi ci ritrovo.

A parte che avere le cuffie nelle orecchie e non sapere cosa si ascolta, mi ricorda tanto la radio (ovviamente, data un’utopica offerta radiofonica che possa incontrare i gusti di tutti), non so se in Italia lo streaming dati su un dispositivo mobile abbia già un senso a livello di esperienza (campo, qualità, disponibilità, roaming, ecc.) e, soprattutto, di costi.

Ma quello che mi fa dire (per ora) “non mi lego a questa schiera” è che io non mi sento assolutamente superficiale nella fruizione della musica. Ignorante, poco vario, poco interessato al nuovo, sì, sicuramente. Ma se a me mi levate le cuffie dalle orecchie vi dirò vita, morte e miracoli della canzone  che sto ascoltando, del perché è finita in quella playlist e del perché mi piace ascoltarla.

A questo, inoltre, va aggiunto anche il fatto che, sempre per me, la frequenza con sui si trova qualcosa di “nuovo” che valga la pena di ascoltare è bassissima: sia gli astri nascenti che le vecchie glorie, quelle ancora in circolazione, non imbroccano una canzone da anni e un disco intero da decenni, e quindi tocca tenersi stretto il patrimonio accumulato negli anni, come se si trattasse di cose in via d’estinzione.

Infine, corollario della considerazione precedente, è che il distacco tra quella che una volta si chiamava con disprezzo “musica commerciale” e il resto dell’offerta si è clamorosamente ridotto e in questo il social-web, quello generalista, ha contribuito a massificare e a livellare qualitativamente l’offerta come mai in precedenza, bilanciando, a mio avviso, gli effetti benefici che aveva avuto il peer-to-peer dal punto di vista dell’offerta quantitativa.

Oh ragassi! Capita solo a me o certe cose “di nicchia” non si trovano nemmeno più su Emule?

 

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