Middlebrow-ing

Da qualche giorno sto leggendo “The age of the American unreason” di Susan Jacoby, che in estrema sintesi è un saggio sul rincoglionimento progressivo delle masse americane (e non solo) dovuto alla pervicace banalizzazione di questioni complesse operata dai media “popolari”.

Mi aspettavo una requisitoria su quanto è ignorante la gente e quanto sono fichi gli intellettuali che non si fanno ingannare da Fox News e infatti, più o meno, l’aria che tira è quella, ma devo dire che Susan Jacoby non ci va tanto leggera nemmeno con gli intellettuali, di cui lei stessa a occhio dovrebbe far parte. La prima parte del libro (credo di averla finita ieri sera) è una cavalcata sulla storia di che cosa voleva dire produrre cultura negli Stati Uniti dalla dichiarazione di indipendenza fino agli anni ’60.

E qui, tra cose lette e considerazioni mie, mi si è già aperto un mondo. Che vi ripropongo qui, un po’ alla rinfusa.

Innanzitutto, il concetto, di cui non avevo mai colto la vastità, di middlebrow per indicare la produzione editoriale a metà strada fra la cultura “alta” (highbrow) e la cultura “bassa” (lowbrow). Immaginate a un capo di un brow-asse l’intellettuale newyorchese o lo scrittore cosmopolita, e all’altro capo il taglialegna del Nebraska o il pescatore di gamberi della Louisiana, dove collochereste la famiglia medio-borghese che vive nella villa a schiera alla perifieria di Minneapolis? Ecco… A metà strada fra i due estremi, c’è tutta la middle class dell’American century, che lotta con i suoi molti mezzi economici e i suoi pochi strumenti culturali per acquisire/acquistare cultura sul mercato di massa. Il filone middlebrow (Life magazine, Book of  The Month Club, Great Books, ecc., per capirci) andava a soddisfare questo desiderio di emancipazione in modo naif, sincretico e scientemente depurato di qualsiasi avanguardismo socio-culturale e proprio per questo veniva continuamente sbertucciato dagli intellettuali highbrow, ma – riconosce Jacoby – aveva anche il grande merito di portare cultura e curiosità in generazioni di americani ricchi, ma inevitabilmente ignoranti e privi di radici (e di un sistema come dio comanderebbe di istruzione pubblica).

A questo proposito, fa un interessante raffronto fra il Michelangelo de Il tormento e l’estasi di Irving Stone (middlebrow, fatto e finito) e il moderno Leonardo de Il codice Da Vinci di Dan Brown (di cui si era anche parlato qui) e fa vedere come il primo, sebbene si tratti di un polpettone di dubbio valore letterario, restituisca un quadro storico documentato, credibile e utile a far capire che non c’erano solo i cow-boy nel passato dell’umanità (*), mentre il secondo non si fa scrupoli a falsificare un po’ tutto quello da cui attinge per rendere la storia godibile e complottesca.

Un altro spunto interessante è la storia della (non) istruzione pubblica americana, nel senso che pare (ma dovrei verificare) che nella Costituzione americana e negli emendamenti con cui ce li fanno sempre a peperini, non si fa parola della necessità di un sistema scolastico “unificato”, ma tutto viene nei fatti poi lasciato alle singole comunità (nemmeno ai singoli stati). Ovvio che le comunità più ricche alla fine avranno scuole sempre migliori e le comunità più povere sempre peggiori, ma quello che è davvero inquietante in tutto questo non è tanto l’effetto, quanto la causa: il fatto cioè che i Padri Fondatori (Washington, Jefferson, Franklin)  erano – per forza di cose, direi, visto che erano in America nel 700 – degli autodidatti e tali sarebbero continuati ad essere per tutto l’800 (Lincoln). Questo ha portato la destra americana al riflesso pavloviano di dire, tutte le volte che si parla di istruzione pubblica  “ma se puoi diventare come Lincoln studiando per conto tuo, non ti serve la scuola, ti serve solo la volontà“… (E poi nel dubbio, si appellano al Secondo Emendamento e mettono mano alla pistola, come faceva quell’altro).

Poi ci sarebbero un paio di considerazioni, più mie che sue, sulla religione, perché in questo scenario devastato ci vuole poco a farsi prendere da millenarismi surreali come i nostri amici yankee puntualmente fanno.

Anche Jacoby nel libro prende ad esempio dell’eterna lotta fra la ragione e la religione il dibattito evoluzionismo/creazionismo che insanguina il panorama culturale americano dalla seconda metà dell’800. Il problema è che noi, da europei antichi quali siamo, riteniamo quasi naturalmente che, indipendentemente da chi abbia più o meno ragione, la lotta sia fra due “culture”, fra due schieramenti ugualmente acculturati che si abbeverano a fonti diverse. Invece, non è così: Jacoby ci spiega come la libertà religiosa, sancita dai Padri Fondatori per evitare ingombranti e vituperati “papismi”, abbia avuto un duplice effetto negativo (ne avrà avuti anche di positivi, immagino, tipo non avere il papa fra le palle).

Da un lato, ha permesso a chiunque di fare il “pastore di anime”, anche alle persone più ignoranti e bacchettone, persone per cui in senso letterale “non esisteva altro libro che la Bibbia”. Dall’altro, ha dato libertà a questi predicatori di competere sul mercato (ne avevamo preti) e di selezionarsi sulla base delle capacità imprenditoriali o di “chi strilla di più”, non certo della solidità scientifica o anche teologica della loro dottrina. Di fatto, quindi gli evoluzionisti, che sono persone normali che leggono libri e ragionano con la propria testa, si trovano di fronte dei mostri simili a multinazionali, che hanno tutto l’interesse a dire che il mondo è stato creato 5000 anni fa da un signore annoiato con la barba, visto che è proprio dicendo cose simili che la loro azienda ha avuto successo.

Vista così, si rivaluta in parte anche Santa Romana Chiesa che, certificando e sistematizzando le sue baggianate, evita di fatto che ci sia concorrenza selvaggia “a chi la spara  più grossa” e si pone come unico interlocutore su tutti gli aspetti anche lontanamente religiosi, ruolo in cui, se confrontata con certi pastorismi d’oltreoceano, può anche fare una figura decente e vagamente avanguardista su alcuni temi.

Un’ultima considerazione che voglio fare è quella che, se il Reverendo Lewis MacKenzie della Settima Chiesa del Calvario Infinito del Texas, mi viene a raccontare la storia del Signore annoiato con la barba, io gli rido in faccia e gli dico “Ciccio, ‘ste cose valle a dire a i tuoi parrocchiani e torna dopo che hai letto un  libro qualsiasi“, se invece, Joe “Palpatine” Ratzinger mi viene a dire “Ce lo sai che la Madonna ha concepito e ha partorito ed è rimasta vergine?“, io, pur pensando che è una cazzatona col botto, sarei decisamente più educato.

Proprio per rispetto della cultura in sé e del fatto che migliaia di persone-colte-che-sbagliano sono giunte a quella bizzarra conclusione… Questo vorrà dire qualcosa?

 

(*) Rileva Jacoby, che il buon Stone, con mossa coraggiosa e molto poco middlebrow, non sorvola nemmeno sul punto della omo/bi-sessualità di Michelangelo, su cui invece sorvola goffamente il film con Charlton Heston (sempre lui).

(**) Di questo abbiamo già ampiamente parlato, ma la situazione è davvero grave, se mi trovo costretto ad usare “creazionismo” e “culturale” nella stessa frase.

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