A Mario, stacce. Stamoce tutti.

Profetico, a meno di una vocale
Profetico, a meno di una vocale

A me da che mondo è mondo, i Mondiali di calcio cominciano ad interessare dalla fase ad eliminazione diretta, cosa che di per sé non va molto d’accordo con il tifare per l’Italia. Non che tifi contro, cosa che pure ho fatto in passato, ma vedere una Roma deserta (turisti a parte) per una partita col Costarica è qualcosa su cui varrebbe la pena interrogarsi. Tanto più se poi quella partita la si perde pure.

Tutte le (poche) volte che ho visto giocare l’Italia, cosa che mi è particolarmente invisa a causa della ormai proverbiale cialtroneria con cui la RAI gestisce tali eventi, ho visto una squadra lenta, triste, spaesata e infarcita di gente che non sapresti nemmeno bene indicare con che squadra giochino (tipo Darmian, tipo Thiago Motta). Molto, certo, è ignoranza mia, ma mi sembra evidente che i fenomeni siano altri e altrove, perché quelli almeno li conosco. Probabilmente se non ci fossero certe telecronache e certi cronisti ce ne renderemmo conto con più facilità. L’impressione è che, avendo vinto gli ultimi due mondiali (1982 e 2006) con partenze sciatte e un certo pressappochismo in termini di gioco, ogni volta che c’è un mondiale, si parta di retorica “a prescindere”, scommettendo su una successione di botte di culo fino a che la squadra “non ingrana”.

Sentivo ieri, su Sky, dall’ottimo Federico Buffa che lo spettacolare collasso dello spogliatoio francese ai mondiali del 2010 fu legato solo indirettamente all’evidente sgradevolezza ed inanità di Domenech: la spaccatura era fra giocatori islamici e giocatori “cristiani” e nasceva sulle difficoltà di condividere lo spogliatoio e la vita in comune (mangiare carne hallal e fare la doccia col costume invece che con il pisello di fuori). Pare che qualche “cristiano” abbia fatto particolarmente lo stronzo rispetto a questi “precetti” di convivenza e che gli islamici non l’abbiano presa bene. Forse un cittì un po’ meno scostante di quello che avevano, avrebbe potuto aiutare, ma non ce l’avevano e, dopo essersi qualificati con un colpo di mano (islamica) ad eliminare la cattolica Irlanda, sono usciti al primo turno con lancio di ortaggi.

Perché racconto questo? Perché Buffa ieri ha anche aggiunto che con tutta probabilità la Francia attuale, figlia di quel fallimento, sta adesso molto attenta all’armonia etnico-religiosa dello spogliatoio e (che pare) che alcune teste calde non siano state convocate proprio per non turbare l’equilibrio. Apparentemente funziona.

E qui vengo a Mario Balotelli. L’Italia, sia la Nazionale, sia il Paese, non sono pronti per avere Balotelli. Forse non lo è nemmeno Balotelli stesso, ma la maturità del singolo non dovrebbe costituire un problema, se no il calcio avrebbe chiuso baracca da tempo.

Finché tutto va bene – che vuol dire finché lui gioca bene o, più spesso, finché non si tratta di partite importanti – il fatto che Mario sia un nero, non solo passa inosservato, ma tutti sentono un quid di autocompiacimento in più per quanto è “moderna” la nostra Nazionale e quanto siamo moderni noi che la tifiamo. Dietro questo provincialismo ipocrita, si tralascia il fatto che Balotelli, sebbene non propriamente una pippa, è tutt’altro che un “top player”. Al massimo è una specie di Cassano dieci anni dopo: un bel po’ di talento, una testa da dimenticare, black-out che durano stagioni intere e l’inveterata incapacità di essere decisivo in un contesto più ampio di una singola partita.

Poi, però, come accade puntualmente, le partite si fanno decisive e Balotelli si dimostra non all’altezza non solo dei veri “top player” moderni (Cristiano Ronaldo, Robben, Neymar, solo per dire i primi che mi vengono in mente), ma anche di molti onesti pedalatori di seconda fascia, iniziano le critiche, come è giusto che sia, e il fatto che sia un nero torna improvvisamente non trascurabile. Non tanto da parte di chi lo attacca (anche se di stronzi è pieno il mondo), ma soprattutto da parte di chi lo difende, a cominciare da lui stesso e dai suoi tweet del cazzo. Ieri, per dire, Lucia Annunziata scriveva cose da Libro Cuore sul suo conto e lui rivendicava non il suo talento, ma la sua negritudine, twittando che “Non ha scelto lui di essere italiano” e che “I negri non lo avrebbero trattato così, come noi italiani ingrati“.

Verrebbe quasi da dirgli “A Mario, hai giocato da pippa, forse piano piano stiamo pure scoprendo che sto fenomeno non sei… nel dubbio, stacce.

Però, non si può. Ogni psicodramma intorno a Balotelli, dalle figlie biologiche da riconoscere, alle Ferrari sfasciate, alle eliminazioni dai mondiali, diventa automaticamente un referendum sul nostro razzismo più o meno latente. Io mi sono un po’ rotto le palle di questo ricatto psicologico e rimanderei la questione a tra una ventina d’anni, quando sia lui, sia il resto dell’Italia saranno pronti e capaci, come sembrerebbe stare facendo la Francia, di gestire la diversità.

PS: ora che mi ricordo qualche anno fa avevo già le idee chiare e scrivevo sul blog.

Infine, diciamolo apertis verbis, anche se è poco politically correctBalotelli è un povero deficiente, antisportivo, maleducato e ignorante e per vedere questo basta guardarlo in faccia. Il fatto che sia anche di colore è, ovviamente, del tutto irrilevante.

PPS: visto che sono in vena di giudizi para-calcistici, sono arcicontento che ci siamo levati dalle palle Prandelli, simbolo, secondo me, icastico dell’ipocrisia cattolicheggiante dello sport italiano.  Mesi a stracciarci le palle con i “valori” e il “codice etico”, fino al pippone su chi ce l’ha più lungo (il patriottismo) tra noi e l’Uruguay, senza assolutamente riuscire a correggere una che sia una delle carenze del nostro calcio: carenze tecniche, carenze di talenti, carenze, banalmente, di cultura sportiva.

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