L’invasione delle maniche rosse

Io non lo so se, come dice Tremonti-Guzzanti, “la piccola e media impresa vale un piccolo e medio minga“. Diciamo che ne ho sempre avuto l’impressione, nel senso che il beneficio che il singolo piccolo e medio imprenditore trae dal suo piccolo e medio lavoro è molto maggiore di quello che ne trae l’Italia nel suo complesso, ammesso che ne tragga qualcuno. Si potrebbe obiettare il solito, sdrucito “E’ il capitalismo, bellezza!“, ma davvero a me sembra che la collettività non ci guadagni nulla.

Se c’è una cosa che ci rimarrà di questi anni, è la nozione, arrogante e consolatoria al tempo stesso, che “basta non avere un capo per essere imprenditori” con annesse badilate di retorica liberista. Il problema non è tanto la definizione, che sarà anche corretta, ma le badilate successive. E’ tutto da capire, infatti, che cosa c’entrino un panettiere e un pizzicarolo con il tessuto industriale del paese, la creazione di posti di lavoro e il benessere sociale, se non addirittura con l’innovazione, la ricerca e il progresso; eppure, questo è ciò che si dice a ogni pié sospinto e questa è l’immagine che si vuole dare del Sistema Paese, fino a mettere talvolta a disagio la stessa Confindustria.

Trovo però che doversi vantare della funzione sociale dei panettieri e dei pizzicaroli – professioni degnissime se esercitate nella legalità fiscale e contributiva – mette il Sistema Italia alla stregua del Sistema Babilonia o del Sistema Inca… Quelle professioni sono sempre esistite e, per quanto necessarie, in nessun caso hanno fatto la differenza fra un sistema arretrato e boccheggiante e uno moderno e vitale.

Ora qualcuno dovrà pur dirlo a Telecom Italia (e al sosia di Scilipoti).

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