Licenza di licenziare

working class joes Licenza di licenziare

E’ quasi ufficiale che fra le prime azioni di questo governo Monti ci sarà la riforma dell’articolo 18. Tutti lo dicono, tutti o se ne dolgono o dicono “Era ora!“.

Hanno ragione tutti e due. Da un lato è un riconoscimento definitivo che i tempi delle vacche grasse sono finiti e che i diritti conquistati (e anche un po’ abusati) negli ultimi 40 anni sono ormai di difficile applicazione nel mondo di oggi. Il mondo del lavoro è regredito a velocità maggiore di quanto è regredito il benessere e la situazione economica generale e nella zona grigia fra queste due velocità, qualcuno - imprenditorialmente incapace, almeno in senso classico – si è anche arricchito. Quindi, a me rode che tolgano diritti in generale e l’articolo 18 in particolare. Sicuramente, una parte cospicua del benessere diffuso che ci rendeva proteggibili fino a qualche anno fa è finito nelle tasche dei cinesi, se pensiamo globalmente, e degli evasori, se guardiamo in casa nostra. E’ una sconfitta, anche molto amara, ma non ammetterla sarebbe come continuare a giocare da soli in uno stadio buio, quando pubblico, avversari e anche una parte della tua squadra se ne sono andati da tempo “sotto la doccia”.

Questo è il perché, se si potesse, tenderei a lasciarlo… Perché si sta meglio con che senza… Vediamo ora perché non mi piace e perché toglierlo di mezzo (che non vuol dire necessariamente tornare al Far-West) è una delle cose più eque fra quelle che aleggiano in questi giorni.

Ai tempi della Grande Manifestazione di Cofferati contro l’abolizione dell’Articolo 18 nel 2002, io, che allora abitavo a Ivrea, approfittai dello sciopero e della bella giornata e me ne andai con la Fida, bel bello, a pranzare a Bra. Pur simpatizzando per la CGIL – e, soprattutto, antipatizzando con quel Governo Berlusconi ridens ac triumphans – ancora non mi era per niente chiaro per cosa si stesse scioperando, né nel bene, né nel male. Quel giorno, con la mia partecipazione simbolica e gastronomica allo sciopero (c’era pure l’autostrada gratis), segnò senza che lo sapessi l’apice delle mie simpatie per questo benedetto articolo.

Poco dopo avrei cambiato azienda, lasciato Mamma Olivetti e tornato a Roma a lavorare per una PMI del terziario dove ancora lavoro e, come diceva quello, ho visto cose…

Il poter assumere o licenziare a fronte di crescite e decrescite del business, purché all’interno di certe regole, è una cosa positiva per tre motivi:

  1. permette di “prendersela” in momenti di crisi con quei “rami secchi” che ci sono in tutte le realtà produttive e non, come capita oggi, su quelli che “si possono licenziare” (i.e. le varie specie di precari). Si dice sempre che la crisi è anche un’opportunità (l’ideogramma cinese e tutte le altre tavanate)… Beh, in questo modo sarebbe un’opportunità per fare un po’ di pulizia e dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno.
  2. permette a tutti (se e solo se sono eliminate o limitate di molto tutte le forme contrattuali precarie) di entrare nel mondo del lavoro avendo pari diritti e pari possibilità.
  3. in virtù del secondo punto, in un mondo – mi rendo conto – molto più perfetto di questo, permette anche a chi ha talento di cercare un lavoro più adatto alle proprie caratteristiche, senza essere aggrappato alla propria posizione lavorativa per mancanza di alternative. Questa è una situazione che distrugge la motivazione, generando stress e scazzo e, in casi estremi, rischia pure di farti entrare entrare nella lista dei “rami secchi”.

Inoltre, godere delle tutele dell’articolo 18 è un diritto, ma non esaurisce in sé tutti i diritti dei lavoratori e, più importante, non è l’unica differenza fra precari e forme contrattuali più tradizionali: c’è la malattia, c’è la maternità, ci sono i contributi pensionistici, ci sono le tredicesime, ci sono le ferie, ci sono gli scioperi, ci sono tutta una serie di cose, anche molto piccole tipo i buoni pasto, che i precari attuali si sognano. Per i quali, ammesso che ce ne siano le condizioni, perché molte aziende si gonfiano di precari ben oltre il necessario e il sostenibile di una corretta gestione, io credo che molti di essi metterebbero la firma anche senza articolo 18.

Quando lavoravo in Albania facevo fatica a far capire ai miei colleghi italiani, che pensavano che lì fosse il Far-West vero come in Italia una decina di anni fa, che i costi dei lavoratori del call center andavano sempre aumentati di un tot (nell’ordine del 20%) per tenere conto del sovradimensionamento dei turni per tenere conto di ferie, malattie, ecc. I lavoratori albanesi, almeno in una azienda “in regola” come la nostra, godevano di tutti questi diritti e di conseguenza riempire il call center ad agosto, per fare un esempio, era un’impresa possibile ma piuttosto onerosa; o ancora, visto che tutto il mondo è paese, c’era un fiorente commercio di certificati medici falsi o compiacenti per farsi giorni di malattia alle spalle dell’azienda.

Fatta la tara di tutte le differenze “di sistema” fra qui e lì (welfare praticamente assente, economia livello 1.0 ma molto più vivace, salari medi bassi), praticamente l’unica vera differenza che c’era fra quel call center ed un call center di operatori assunti a tempo indeterminato qui in Italia era che lì si poteva licenziare.

E’ vero, per carità, che mentre ero lì l’azienda è solo cresciuta e quindi non abbiamo avuto mai bisogno di ridimensionarci, ma non è che, noi padroni, abbiamo in alcun modo abusato di quella possibilità che la legge ci metteva a disposizione. Qualcuno è stato licenziato, ma il motivo per farlo c’era sempre, giusto o ingiusto che fosse in punta di diritto italiano, e sarebbe stato stupido e quasi malsano non avvalersene. L’azienda ne ha beneficiato e molto, con relativamente poco sforzo.

C’è un’ultima considerazione da fare e riguarda la mobilità lavorativa. Cambiare lavoro in Italia è difficile e permettere alle aziende di licenziare da un giorno all’altro, senza aver messo in piedi sistemi di tutela o di risarcimento, porterebbe nell’immediato ad una marea di gente in mezzo alla strada. Ma il punto al limite è se ci sono i soldi e la visione per mettere su un sistema del genere, non che non sia urgente o non necessario farlo.

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