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Di quello che mi capita la lavoro e del lavoro che svolgo, parlo poco e malvolentieri. Spesso però situazioni lavorative generano riflessioni che vanno un po’ contestualizzate.

Chi mal fa, mal pensa

L’azienda per cui lavoro sta organizzando un evento per presentare i risultati di una ricerca che abbiamo fatto. Tra le diverse leve di pubblicità all’iniziativa, abbiamo pensato di creare un evento su Linkedin – cosa sia Linkedin e a cosa serva è uno dei grandi misteri del Web 2.0 – e di condividerlo il più viralmente possibile con i nostri contatti. Questo è il risultato.

er0tic Chi mal fa, mal pensa

Notate niente di strano? Beh, siamo stati costretti a sostituire le O di “erotico” con degli zeri, perché altrimenti Linkedin, sia nel titolo sia nella descrizione, non ci faceva salvare, dicendoci “This text can not be processed“.

A parte il fatto che poteva anche dirci chiaramente perché non poteva “processarlo”, invece di farci fare venti minuti di prove e controprove (per poi farsi bellamente uccellare, con il più stronzo dei trucchi), ma il punto è: perché? Da quando “erotico” è una parolaccia? Che gente frequente il signor Linkedin? Come pensano ‘sti Americani? Mamma mia…

Vi lascio con le immortali parole del Vate, quantomai in tema.

No… A me non piace l’erotismo… Piace proprio la pornografia.

Update: Proprio oggi Linkedin ha pensato bene di togliere del tutto l’applicazione degli eventi… Evidentemente era diventato un ricettacolo di pornografi.

Serendipità pelosa

Forsenontuttisannoche nella Riforma del Mercato del Lavoro recentemente approvata, è stato approvato anche un emendamento, presentato da due parlamentari del PD, che rende difficile la delocalizzazione delle attività di call center in paesi stranieri, come ad esempio (ma è solo un esempio) in Albania. Avendo io stesso dedicato un anno e mezzo della mia vita a delocalizzare un call center italiano in Albania, è naturale che questa faccenda mi interessi, anche se ormai indirettamente, ed è facile capire come la pensi nel merito.

Quello che ci interessa di più qui oggi, però, è il metodo dell’operazione.

In nome di cosa, infatti, viene di fatto impedito ad un’azienda italiana di spostare le sue attività dove meglio crede? In nome, pensate un po’, della privacy.

Se io chiamo un call center di un’azienda italiana, tipo Sky, e mi risponde un operatore albanese, i miei dati personali compaiono su un monitor in un paese extracomunitario e, anche se non escono dal sistema (i.e. con stampe, copie su USB, ecc.), sono comunque gestiti all’estero. Ora la legge sulla privacy, recentemente aggiornata, già prevede un caso del genere e richiede degli adempimenti piuttosto macchinosi, ma comunque gestibili. In poche parole, se chi gestisce i dati in Albania si impegna formalmente a gestirli secondo alcune rigide regole imposte dal titolare di quei dati, la cosa si può fare: è un incubo burocratico, ma tutto lo è quando c’è la privacy di mezzo.

A monte di tutto c’è però un’accettazione unatantum da parte del cliente (l’utente di Sky, nell’esempio) di clausole relative alle finalità e ai modi in cui i suoi dati verranno gestiti nell’ambito del contratto di servizio. L’emendamento in questione, essenzialmente, rende la ripetizione di questa scelta necessaria ogni volta che il cliente chiama il (o è chiamato dal) servizio: egli deve essere messo in condizione di sapere – e quindi di scegliere – chi e da dove gli sta rispondendo e gestendo (i.e. guardando) i suoi dati.

Tralasciando gli aspetti attuativi ad oggi ancora assenti, la probabile incostituzionalità del tutto (cfr. art. 41 della Costituzione) e il fatto che il caso è già ampiamente regolamentato da una legge apposita e recente, a me, quello che mi fa incazzare di questa cosa è che per l’ennesima volta si chiama in causa la privacy per ottenere dei risultati che con la privacy non c’entrano nulla.

Se ricordate,  quando avevo parlato del Registro delle Opposizioni, avevo rilevato che la riservatezza e la correttezza di gestione del dato personale non c’entra niente con la privacy intesa come “non essere disturbati a casa”. Il Registro, infatti, non valeva laddove il consenso era stato raccolto preventivamente, ma valeva praticamente solo come argine per le campagne a tappeto, anche lì già abbastanza fuorilegge secondo la normativa vigente.

Nel caso dell’emendamento Vico-Lulli, il fine tutt’altro che implicito è quello di salvaguardare l’occupazione (e che occupazione…) in Italia molto prima della salvaguardia di qualsiasi dato personale (*). Siccome vietare la libera impresa tout-court suonerebbe troppo Corea del Nord, la vieta in nome della privacy, che è una parola magica che mette tutti d’accordo, senza badare al fatto che la privacy stessa è già una materia ampiamente regolamentata senza bisogno di secondi fini.

Supponiamo che io voglia eliminare le auto dalle strade perché ci sono troppi incidenti stradali e però non possa dire che è vietato possedere un auto, o produrla, o comprarla, perché non siamo ancora in URSS.

Che faccio? Penso “Beh, il mal di schiena è una brutta cosa, è una piaga sociale, sapete quanti soldi il SSN butta per curare il mal di schiena? E di chi è la principale colpa del mal di schiena? Dei sedili delle automobili!“. Allora, impongo alle case automobilistiche e ai possessori di automobili di spendere una quantità ineconomica di soldi per adeguare i sedili del parco circolante, fino a ridurlo drasticamente.

In nome, ovviamente, della lotta al mal di schiena, mica alle auto assassine.

(*) Se cercate “emendamento Vico-Lulli” su google trovate solo comunicati di giubilo di sigle sindacali. Enti che notoriamente hanno come primo obiettivo e ragion d’essere la tutela dei dati personali (e non dei posti di lavoro).

Flow-enstein

Io per una lunga parte della mia vita sono stato un giocatore di videogames piuttosto accanito. E ogni tanto, mi ripiglia pure… L’ultima volta, complici le costole rotte, con questo, che secondo me è un capolavoro.

Mi ha fatto quindi piacere trovare – lavorando! – questi due grafici, che sebbene in altro contesto rendono icasticamente il perché alcuni giochi “funzionano” e altri no (prendendo tra l’altro ad esempio un grande classico a cui io sono molto affezionato). Io l’avevo sempre pensato, ma non mi sarebbe mai venuto in mente di farci un grafico.

1 game 1 1 Flow enstein

2 game 1 Flow enstein

(Potete fare click sulle immagini per ingrandirle e leggere bene quello che è scritto in piccolo)

Qui c’è l’intera presentazione, che come ho detto parla (anche) di altro.

Licenza di licenziare

working class joes Licenza di licenziare

E’ quasi ufficiale che fra le prime azioni di questo governo Monti ci sarà la riforma dell’articolo 18. Tutti lo dicono, tutti o se ne dolgono o dicono “Era ora!“.

Hanno ragione tutti e due. Da un lato è un riconoscimento definitivo che i tempi delle vacche grasse sono finiti e che i diritti conquistati (e anche un po’ abusati) negli ultimi 40 anni sono ormai di difficile applicazione nel mondo di oggi. Il mondo del lavoro è regredito a velocità maggiore di quanto è regredito il benessere e la situazione economica generale e nella zona grigia fra queste due velocità, qualcuno - imprenditorialmente incapace, almeno in senso classico – si è anche arricchito. Quindi, a me rode che tolgano diritti in generale e l’articolo 18 in particolare. Sicuramente, una parte cospicua del benessere diffuso che ci rendeva proteggibili fino a qualche anno fa è finito nelle tasche dei cinesi, se pensiamo globalmente, e degli evasori, se guardiamo in casa nostra. E’ una sconfitta, anche molto amara, ma non ammetterla sarebbe come continuare a giocare da soli in uno stadio buio, quando pubblico, avversari e anche una parte della tua squadra se ne sono andati da tempo “sotto la doccia”.

Questo è il perché, se si potesse, tenderei a lasciarlo… Perché si sta meglio con che senza… Vediamo ora perché non mi piace e perché toglierlo di mezzo (che non vuol dire necessariamente tornare al Far-West) è una delle cose più eque fra quelle che aleggiano in questi giorni.

Ai tempi della Grande Manifestazione di Cofferati contro l’abolizione dell’Articolo 18 nel 2002, io, che allora abitavo a Ivrea, approfittai dello sciopero e della bella giornata e me ne andai con la Fida, bel bello, a pranzare a Bra. Pur simpatizzando per la CGIL – e, soprattutto, antipatizzando con quel Governo Berlusconi ridens ac triumphans – ancora non mi era per niente chiaro per cosa si stesse scioperando, né nel bene, né nel male. Quel giorno, con la mia partecipazione simbolica e gastronomica allo sciopero (c’era pure l’autostrada gratis), segnò senza che lo sapessi l’apice delle mie simpatie per questo benedetto articolo.

Poco dopo avrei cambiato azienda, lasciato Mamma Olivetti e tornato a Roma a lavorare per una PMI del terziario dove ancora lavoro e, come diceva quello, ho visto cose…

Il poter assumere o licenziare a fronte di crescite e decrescite del business, purché all’interno di certe regole, è una cosa positiva per tre motivi:

  1. permette di “prendersela” in momenti di crisi con quei “rami secchi” che ci sono in tutte le realtà produttive e non, come capita oggi, su quelli che “si possono licenziare” (i.e. le varie specie di precari). Si dice sempre che la crisi è anche un’opportunità (l’ideogramma cinese e tutte le altre tavanate)… Beh, in questo modo sarebbe un’opportunità per fare un po’ di pulizia e dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno.
  2. permette a tutti (se e solo se sono eliminate o limitate di molto tutte le forme contrattuali precarie) di entrare nel mondo del lavoro avendo pari diritti e pari possibilità.
  3. in virtù del secondo punto, in un mondo – mi rendo conto – molto più perfetto di questo, permette anche a chi ha talento di cercare un lavoro più adatto alle proprie caratteristiche, senza essere aggrappato alla propria posizione lavorativa per mancanza di alternative. Questa è una situazione che distrugge la motivazione, generando stress e scazzo e, in casi estremi, rischia pure di farti entrare entrare nella lista dei “rami secchi”.

Inoltre, godere delle tutele dell’articolo 18 è un diritto, ma non esaurisce in sé tutti i diritti dei lavoratori e, più importante, non è l’unica differenza fra precari e forme contrattuali più tradizionali: c’è la malattia, c’è la maternità, ci sono i contributi pensionistici, ci sono le tredicesime, ci sono le ferie, ci sono gli scioperi, ci sono tutta una serie di cose, anche molto piccole tipo i buoni pasto, che i precari attuali si sognano. Per i quali, ammesso che ce ne siano le condizioni, perché molte aziende si gonfiano di precari ben oltre il necessario e il sostenibile di una corretta gestione, io credo che molti di essi metterebbero la firma anche senza articolo 18.

Quando lavoravo in Albania facevo fatica a far capire ai miei colleghi italiani, che pensavano che lì fosse il Far-West vero come in Italia una decina di anni fa, che i costi dei lavoratori del call center andavano sempre aumentati di un tot (nell’ordine del 20%) per tenere conto del sovradimensionamento dei turni per tenere conto di ferie, malattie, ecc. I lavoratori albanesi, almeno in una azienda “in regola” come la nostra, godevano di tutti questi diritti e di conseguenza riempire il call center ad agosto, per fare un esempio, era un’impresa possibile ma piuttosto onerosa; o ancora, visto che tutto il mondo è paese, c’era un fiorente commercio di certificati medici falsi o compiacenti per farsi giorni di malattia alle spalle dell’azienda.

Fatta la tara di tutte le differenze “di sistema” fra qui e lì (welfare praticamente assente, economia livello 1.0 ma molto più vivace, salari medi bassi), praticamente l’unica vera differenza che c’era fra quel call center ed un call center di operatori assunti a tempo indeterminato qui in Italia era che lì si poteva licenziare.

E’ vero, per carità, che mentre ero lì l’azienda è solo cresciuta e quindi non abbiamo avuto mai bisogno di ridimensionarci, ma non è che, noi padroni, abbiamo in alcun modo abusato di quella possibilità che la legge ci metteva a disposizione. Qualcuno è stato licenziato, ma il motivo per farlo c’era sempre, giusto o ingiusto che fosse in punta di diritto italiano, e sarebbe stato stupido e quasi malsano non avvalersene. L’azienda ne ha beneficiato e molto, con relativamente poco sforzo.

C’è un’ultima considerazione da fare e riguarda la mobilità lavorativa. Cambiare lavoro in Italia è difficile e permettere alle aziende di licenziare da un giorno all’altro, senza aver messo in piedi sistemi di tutela o di risarcimento, porterebbe nell’immediato ad una marea di gente in mezzo alla strada. Ma il punto al limite è se ci sono i soldi e la visione per mettere su un sistema del genere, non che non sia urgente o non necessario farlo.

Bullet (points) can kill

Ritorno sul tema già affrontato in passato, visto che durante l’estate, a tempo perso, ho studiato un altro po’.

E’ opinione comune di tutti gli esperti che PowerPoint è utilizzato in maniera impropria e che:

  1. Non deve essere utilizzato come un word processor. Quindi, poco, pochissimo testo (e dio ci liberi dai punti elenco)
  2. Il poco testo che c’è non deve essere letto parola per parola
  3. Il poco testo che c’è non deve essere un aiuto al presentatore, che comunque farebbe bene a ricordarsi le cose di cui sta parlando in altri modi (tipo con foglietti e note). A questo proposito si arriva ad auspicare addirittura un applicativo che permetta di proiettare le slide “fichette” a schermo e di mostrare cue cards (foglietti con i suggerimenti) al presentatore
  4. Poiché è brutto mandare gli spettatori a casa a mani vuote, scrivere un report con uno strumento adatto (tipo Word o, se sono numeri, Excel) e consegnarlo dopo (sempre dopo) la presentazione. Mai, mai, mai stampare e consegnare le slide…

Come già detto nell’altro post, l’utilizzo di slide poco dense ed emozionali, mal si adatta al nostro lavoro (ricerche di mercato > numeri > tabelle > grafici > slide molto dense e ben poco emozionali) e questo, pur apprezzandone l’arricchimento sul piano culturale che ne proviene, rende abbastanza inutili tutte queste letture. Ma c’è un altro aspetto, diciamo, più relazionale che assolutamente relega questi bellissimi accorgimenti nel campo dell’avventuroso e dell’improbabile.

Noi -di fatto- siamo “fornitori” di report, che pertanto pur dovendo essere un mezzo, ma si trasforma molto spesso  in un fine. Il report in PowerPoint per noi è (nonostante tutto il lavoro di back-office dove risiede la nostra competenza vera e propria) spesso l’unico output tangibile di quanto facciamo: questo fatto rende virtualmente impossibile non caricarlo di ogni possibile risultato, anche minimo, raggiunto tramite la ricerca, per la quale il cliente, non dimentichiamolo, ha già pagato. Noi non dobbiamo convincere e tanto meno vendere emozioni (cose che sembrano gli unici obiettivi del “bravo presentatore” della  letteratura), ma distribuire in forma possibilmente gradevole e non ambigua tutto quello che abbiamo trovato. (Se qualcuno sta pensando che PowerPoint non sia adatto allo scopo, ci suggerisca qualcos’altro. Grazie.)

Anche se, per carità di azienda, possiamo stendere un velo pietoso sugli argomenti su cui il più delle volte siamo pagati per ricercare (cose che addormenterebbero anche un cocainomane), ci vuole poco a capire che, in questo modo, le slide diventano tante di numero, dense di testo e, molto probabilmente, anche monotone.

Ci sono infine due ulteriori aspetti che, pur essendo molto più globali del problema specifico delle presentazioni, entrano pesantemente nel discorso.

Il primo è il fatto che gli ambienti di lavoro “reali” non sono (purtroppo? per fortuna?) il Far West americaneggiante in cui il cavaliere solitario arriva in casa del cattivo di turno, lo convince con la sola forza del suo sorriso, del suo charme e delle sue slide-che-trasmettono-emozioni e se ne torna con il contratto firmato. Il nostro modello economico (e molti altri) porta ad rapporto cliente-fornitore che prevede la presentazione quasi sempre in fase di consegna e quasi mai in fase di vendita. Non c’è nessuno da convincere, ma solo un contratto da rispettare e delle aspettative da soddisfare.

Spesso, aggiungo, le vere aspettative non sono nemmeno quelle che le slide soddisfano in senso letterale, ma lo scopo di tutta la faccenda è quello di fornire carburante e munizioni al nostro referente per battaglie interne con i suoi capi o con dipartimenti rivali. Se si passa dal piano delle idee e delle emozioni a quello delle munizioni, comincia a contare più della qualità della presentazione, la “quantità” della stessa: i numeri, i dati, le tonnellate di carta che spesso nascondono risultati tutt’altro che conclusivi. Visto che il cliente paga, pretende comprensibilmente che questo accumulo di munizioni lo faccia io al suo posto, altrimenti, a fronte di una presentazione “ispirata” ed emozionale, come farebbe lui a “rivenderla” al suo capo? Dovrebbe a sua volta faticare per emozionarlo e difficilmente ne avrà la voglia…

Il secondo aspetto è ancora più culturale del precedente ed è la diffidenza generalizzata e montante verso la parola scritta. Di questa piaga abbiamo già detto altre volte, ma hanno un bel dire questi esperti che a una presentazione affascinante va affiancato, se proprio si deve, un documento con gli hard facts rilevati (i numeri, le statistiche, ecc.), ma al giorno d’oggi chi li leggerebbe?

Buon rientro a tutti.

PS: ho trovato una bella striscia di Dilbert sull’argomento, ma visto che vogliono i soldi per usarla (tipo 100$/mese…) ve la linko soltanto.