Jonathan Franzen – Libertà. Siamo tutti Patty Berglund

Leslie: E poi ti ho portato Freedom di Jonathan Franzen…

Ann: E che c’entra con le cose da studiare per l’esame?

Leslie: Niente, è che io l’ho quasi finito e voglio parlarti di Patty…

Parks & Recreation, S03E13

Anche io voglio parlarvi di Patty.

Patty Berglund e suo marito Walter sono i personaggi principali di Freedom (Libertà), il libro di Jonathan Franzen che ho letto in questa settimana di vacanza.

Innanzitutto una nota di metodo. Se vi venisse voglia di leggerlo, vi consiglio caldamente di dedicare al libro il tempo e lo spazio che ci vogliono: ci vuole tranquillità, testa libera e soprattutto la voglia di immergersi profondamente nella storia. Insomma, niente 5 pagine al giorno, letture sull’autobus o cacate mattutine. Ci dovete essere voi e il libro, anzi, voi e Patty (e Walter, e Richard, e Lalitha …)

La storia è la storia di un matrimonio, con figli, suoceri, amanti, cose dette e cose non dette. Ma, più importante dei semplici accadimenti, che poi a ripensarci (forse) sono anche “normali”, è il senso che tutto quello che noi facciamo nelle e delle nostre vite viene da lontano ed è in quel lontano che bisogna andare a guardare. Per capire.

E il lontano (l’infanzia, la famiglia di origine, le esperienze dell’adolescenza) è qualcosa che appartiene soltanto a noi e non potrà mai essere condivisa con chi viene dopo, anche se costoro sono quelli che abbiamo scelto consapevolmente come compagni della nostra vita adulta, amici, sposi o amanti che siano. Il passato, anche un passato “normale”, è qualcosa di nostro e basta, di non condiviso, di non capito, di non elaborato, di non detto, che alza un inevitabile muro fra noi e le persone che amiamo, ma che abbiamo conosciuto “dopo”.

Come si può capire da queste prime riflessioni, il matrimonio fra Patty e Walter non è un matrimonio felice e il tema del rapporto di coppia, di cui il matrimonio non è che un accidente, è il tema centrale del libro intorno a cui, almeno per me, si sono concentrate le riflessioni principali. Il rapporto di coppia è un’astrazione, perché è la coppia stessa ad essere un’astrazione. Perché non si è MAI in due soltanto, c’è sempre qualcosa in agguato con cui bisogna fare i conti, qualcosa di cui, a turno, uno dei due componenti è pienamente consapevole, ma non riesce a condividere con l’altro. Perché se ne vergogna, perché lo vuole rimuovere, perché non vuole fare male all’altro. In una parola, perché vuole essere una persona “buona”.

A complicare le cose un altro po’, ci si mette pure il sesso, non tanto quello consumato che pure ha una parte importante, ma l’attrazione fisica, sensuale, dionisiaca verso un’altra persona. Amore e sesso sono a loro volta delle astrazioni perché, almeno fra persone civili e disinteressate, non può esistere né l’amore puro (che ricomprende, volendo, pure una componente tecnicamente sessuale), né il sesso puro, perché in qualche modo all’oggetto del nostro desiderio ci lega, filtrato dal nostro “passato” e dal “non detto”, qualcosa di non (soltanto) animale. Vengono così a mancare i punti di riferimento principali nel rapporto di coppia: ci si trova a idealizzare l’altro come simbolo dell’uno o dell’altro estremo e, nel contempo, si è come paralizzati, non più in grado di “fare la cosa giusta” e, ancora, di essere “buoni”.

La vita di Patty (ma anche la mia e, presumo, la vostra) è un continuo cercare di essere “buoni”, migliori di chi ci circonda, migliori delle tante persone a cui vogliamo bene, ma che non ci convincono fino in fondo. Senza punti di riferimento reali, anche il nostro “better self“, per soddisfare la nostra competitività innata e per cogliere quelle piccoli grandi soddisfazioni agli occhi degli altri, compie errori a raffica e ci condanna ad una costante inadeguatezza ed infelicità. Poi, magari, nonostante tutto si trova un modus vivendi di compromesso e, come nel libro, ci può anche essere un lieto fine. Ma a che prezzo (sarà anche il gioco della vita ma che dolore).

Uscendo dalla prospettiva di Patty (è a lei e intorno a lei che accade quanto ho appena descritto) e assumendo un punto di vista più maschile, c’è un punto in cui Richard dice che ci sono delle donne che ti “prendono” (nel senso che ti provocano reazioni) alle parti basse e altre che ti entrano in testa e ci rimangono in uno stato fra l’angelico e l’intellettuale: le prime te le vuoi portare al letto (almeno lì per lì), con le altre ci puoi passare il tempo volentieri, ma non ti passerebbe mai per la testa di fare “altro”. E fin qui tutto bene, il problema è che sia l’una che l’altra categoria sono categorie passeggere e inutili. Le “vere” donne-della-nostra-vita, quelle che abbiamo cercato e voluto e con cui abbiamo condiviso frammenti di noi, ci prendono allo stomaco e ci fanno venir voglia di vomitare: non per lo schifo, naturalmente, ma per la complessità e l’inevitabile incompletezza del nostro rapporto con loro. Sensi di colpa per gli errori commessi (sapendo di commetterli), ricordi struggenti, cose dette e non dette ci assalgono tutte insieme e ci (mi) fanno venire voglia di scappare e diventare (definitivamente) un eremita.

Leggere tutto questo a 39 anni, con qualche situazione riconducibile a quella Walter-Patty alle spalle, è stato davvero dirompente, fino ad arrivare ad effetti evidenti sul mio umore generale (e mi voglio scusare con chi era lì…).

Vi lascio con due riflessioni interessanti sugli americani e l’America come terra di immigrazione che, ovviamente, sono marginali rispetto al resto del libro, ma neanche tanto.

La prima è che chi ha raggiunto l’America dal resto del mondo (o la Frontiera dal resto dell’America), lo ha fatto per due obiettivi: denaro e libertà.  Il denaro, per definizione, non è ottenibile da tutti ed è per questo motivo che fra le fasce sociali più povere, quelle che sono rimaste con il cerino del sogno americano in mano, è più diffuso il culto (anche violento) delle cosiddette “personal liberties“, tipo per esempio quella di portare armi o della ricerca dell’autosufficienza culturale, sociale ed economica. Tutte quelle cose, insomma, che fanno ribrezzo al mio naso europeo, ma che sono la declinazione popolare della “libertà” agognata. Questo spiega anche il fatto che gli appartenenti alle classi più povere negli Stati Uniti, almeno quelle bianche (volgarmente chiamati white trash), malsopportano qualsiasi idea di welfare all’europea, sono refrattarie alle idee socialiste, votano pervicacemente a destra e ci sembrano (oggettivamente) fascisti.

La seconda, corollario o causa della prima, è che tendenzialmente chi emigra fugge da un posto e arriva in un posto più grande dove non lo conoscono. Questo crea una certa autoselezione della popolazione immigrata verso il sociopatico. Ragiona infatti Franzen: se, per dire, di quattro fratelli ne emigra soltanto uno, è fortemente probabile che sia quello che va meno d’accordo con il mondo che lascia, sia livello personale che sociale, in altre parole il più stronzo. Forse l’ha fatta (o l’ho fatta io) un po’ facile, ma è una categoria da tenere presente.

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