Un’altra riflessione su Istanbul (sul burqa)

Premessa per i puristi (del cazzo). Il burqa, di cui avevamo già parlato tempo fa, viene in vari sapori: quello completo con la gabbietta sugli occhi (à la femme du taleban), quello completo senza la gabbietta, la palandrana nera che lascia scoperta solo la faccia e, anche questo, si può chiudere a triangolo sotto la bocca o lasciare il mento scoperto. Ognuno di questi avrà un nome specifico e molto evocativo (uno, tipo, si dovrebbe chiamare niqab) io in quello che sto per scrivere mi riferirò a tutti questi tipi, chiamandoli burqa, senza starmi a fare irrilevanti seghe mentali.

Istanbul è la città più popolosa di uno stato molto popoloso, islamico e, soprattutto, laico. Quindi, non ci sono obblighi di abbigliamento per nessuno come avviene altrove, salvo togliersi tutti le scarpe quando si entra in moschea (*) e coprirsi il capo con stracci vari, anche improvvisati, le donne, sempre in moschea. Per il resto, sciolti, sia noi, sia i Turchi. E qui viene il bello.
Il paese è islamico e quindi in strada, nell’abbigliamento femminile, si trova veramente di tutto. Dall’adolescente truccatissima (sempre un po’ troppo per i miei gusti), alla donna manager in tailleur, alla signora con il capo coperto (più o meno truccata), alle tipe col burqa (o quello che è).

Prima di soffermarci un po’ sul burqa, è opportuno notare che, come avviene per quelle più occidentali, le configurazioni di vestiario più connotate confessionalmente soggiaciono, sì a delle regole (capo coperto, niente capelli che fanno capolino, solo mani e piedi che spuntano), ma anche a delle mode e dei vezzi. Ad esempio, fra le ragazze con il solo capo coperto, andava molto un cappottone doppio petto, molto ricamato, tipo great-coat napoleonico. O in alternativa uno spolverino chiaro. A pensarci non c’è niente di strano, ma alla trentesima che vedi con lo stesso cappotto nello stesso giorno ci fai caso.

Veniamo al burqa. Chi gira col burqa, tendenzialmente si accompagna con altre persone che indossano un burqa uguale o una variazione sul tema. Gruppi misti non ce ne sono, ma in una società laica, in cui quello dell’abbigliamento estremo è uno dei modi di (far) vivere la religione, incontri in situazioni sociali fra tipe vestite e truccate da mignotte e coetanee mascherate da Cattivik ci devono essere. Cosa fanno e cosa pensano le une delle altre in queste situazioni, considerato che, diversamente da quello che accade qui in Occidente, ambedue sono “normali” in quel contesto? Io penso che se riuscissimo ad avere (e a capire) la risposta a questa domanda avremmo fatto un passo in avanti fondamentale verso l’integrazione culturale.

Il burqa, almeno a me, evoca villaggi sperduti dell’Afghanistan, sabbia, altopiani brulli, mine antiuomo, bombe umane, mitra e barbe incolte. A Istanbul, ovviamente, in un contesto urbano, relativamente moderno e sicuramente cosmopolita, questo pregiudizio viene sbriciolato e deve essere sostituito con qualcos’altro. Che cosa? Un banale “vivi e lascia vivere”? La risposta alla domanda poche righe sopra è fondamentale.

Prendete queste tre ragazze che ho fotografato di nascosto. Quella più a sinistra è in burqa completo (solo occhi scoperti), le altre due hanno la palandrana completa fino ai piedi e solo il viso scoperto. La location è il battello semi-turistico che parte dalla zona delle Moschee, si risale il Bosforo fino al secondo ponte sospeso e poi ritorna facendo una sola fermata, un’ora e venti dopo la partenza. Non sono un esperto della mobilità costantinopolitana, ma penso che se vuoi scendere a quella fermata, dove poi loro sono scese, ci potrebbero essere modi meno bizantini (appunto).

L’idea che io mi sono fatto del trio è che si trattasse di tre ragazze di 16-17 anni, amiche, che si volevano fare una gita e parlare liberamente dei cazzi loro lontano da orecchie indiscrete. Una cosa normale, burqa a parte. Non capendo quello che si dicevano, le ho potute solo osservare e vi dico che, sotto le palandrane, erano vestite come adolescenti normalissime. Quella con il burqa completo (che una volta “scartata” doveva essere una vera bellezza) per esempio aveva dei jeans con paillettes e le All-Star rosa fucsia… Tutte e tre avevano un blackberry rosa con tanto di custodia bianca con brillantini. Non so bene cosa ci può dire tutto questo, ma sicuramente l’Afghanistan era lontano.

Discutendo con i miei compagni di viaggio sul modo con cui nel quotidiano la frazione esteticamente laica (quelle in tailleur o quelle truccate da mignotta) si relaziona con la frazione esteticamente confessionale (quelle col burqa o col pastrano napoleonico), il primo pensiero che ci è venuto è quello della mutua sopportazione. Le prime compatiscono le seconde perché “poveracce non emancipate”, le seconde compatiscono le prime perché “anime perse senza valori”.

Boh. A me non convince. Anche qui in Italia, c’abbiamo i ciellini e i focolarini (per dire), con i quali ci relazioniamo con schemi simili (con l’aggiunta di un sempre valido ma-chi-glielo-fa-fare), ma ci sono due differenze fondamentali.

La prima è che un occhio allenato può riconoscerli da alcuni segni rivelatori (tipo l’occhialone sporco, la pelle grassa, le torme di figli, la chitarra o il colletto della camicia mezzo fuori e mezzo dentro), ma generalmente si confondono facilmente con il resto della popolazione. Non c’è nulla di gigantescamente evidente che lo contraddistingue dall’uomo della strada e con cui ti devi relazionare. La seconda è il fatto che io sono sicuro, che una buona parte di costoro, in cuor loro, almeno in una certa fase della vita, si sentono degli sfigati e vorrebbero essere “come gli altri”. Io questo nelle tipe in burqa non l’ho percepito, come se questa tensione all’emancipazione fosse una sega mentale tipicamente occidentale.

In coda vi metto altre due domandine che mi frullano nella testa, sempre in argomento e sempre un po’ seghe mentali occidentali.

  1. Quante tipe, in una città di 12 milioni di abitanti, usciranno di casa in burqa e si cambieranno girato il primo angolo?
  2. Ho notato una preponderanza di abbigliamenti estremi nelle ragazze under 25 e nelle signore anziane: le signore di mezza età sembrano essere tendenzialmente più laiche. Probabilmente qui i miei amici hanno ragione a dire che chi mette il burqa alla figlia tendenzialmente sta chiusa in casa a mandare avanti la baracca, ma potrebbe anche darsi che ci sia un’involuzione confessionale delle nuove generazioni… Chissà.

(*) Stare nello stesso ambiente, per quanto ampio ed arioso, con migliaia di turisti senza scarpe è un’esperienza che avvicina alla trascendenza, tipo l’alito di Padre Pio.

Post simili a questo

Un commento su “Un’altra riflessione su Istanbul (sul burqa)”

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.