Guerre e no

Sarà che è ricicciato Michael Cimino, sarà che mi sto riguardando – lento pede – Magnum P.I., ma ho un pensiero che mi frulla per la testa da un bel po’ e vorrei mettervene a parte.

Per chi come me ha passato la sua adolescenza negli anni ’80, la guerra del Vietnam era onnipresente nel cinema e nei telefilm. Non c’era un poliziotto che non fosse un veterano, non c’era un disadattato o un ubriacone che non fosse un reduce, non c’era un cattivo che in un modo o nell’altro non fosse stato cattivo anche ai tempi del Vietnam. L’esperienza della guerra era la causa ultima delle azioni, dei comportamenti e degli eroismi quotidiani ed era – o la finzione cinematografica lasciava intendere che fosse –  l’unica lente per interpretare la società americana di allora e i fatti che si stavano narrando. Senza parlare, ovviamente, della guerra stessa, ricostruita e messa in scena direttamente più e più volte in quegli anni: da Apocalypse Now al Cacciatore, da Full Metal Jacket a Platoon, da Rambo a Hamburger Hill, senza dimenticare L’aereo più pazzo del mondo.

Ebbene. Per chi non se ne fosse accorto (ricorreva giusto due giornni fa un anniversario), dal 2001 gli Stati Uniti sono invischiati in una guerra (sono almeno due, ma semplifichiamo) forse non parimenti sanguinosa, almeno se ci si sofferma solo sul body count, ma sicuramente altrettanto asimmetrica, altrettanto sbagliata e altrettanto destabilizzante per i modi in cui viene combattuta. E, come è normale che accada quando si va in giro con il  mitra in casa d’altri, molti ci hanno lasciato le penne, altri sono tornati a casa mutilati e ancora di più sono impazziti o giù di lì.

Dov’è tutto questo nella rappresentazione che viene data oggi della società americana dal cinema e dalla televisione? Sì, nei telefilm ogni tanto c’è qualche reduce, ma è sempre la guest star, o l’assassino o la vittima, ma mai il detective; ed è sempre rappresentato “in quanto reduce”, un ricettacolo di stereotipi e di luoghi comuni e niente più.  Sì, ci sono (stati) dei film che hanno rappresentato delle guerre recenti: penso a The Manchurian Candidate, a Three Kings (è la prima Guerra del Golfo, lo so, ma cambia poco), fino a Black Hawk Down. Ma i primi due raccontano storie in cui la guerra fa solo da sfondo,mentre il terzo è davvero un (signor) film di guerra, ma, a parte che si svolge in Somalia, non racconta la guerra, ma solo un episodio particolare della guerra stessa, forse l’unico.

Io ho un po’ di teorie sul perché il Vietnam era ovunque e il Medio Oriente quasi non esiste, ma mi convincono tutte e nessuna.

La prima, e più affascinante, riguarda il potere delle parole. E’ vero che il Post Traumatic Stress Disorder, che di fatto pervadeva la produzione cine-televisiva degli anni 80, era già stato identificato e chiamato in quel modo in ambito clinico, ma è con le guerre del golfo che è diventato una patologia pop. L’automatismo

E’ stato in guerra + Sbrocca = PTSD

è un po’ come

Piove + Starnutisce = Raffreddore

Non c’è niente di sbagliato, ma le diagnosi troppo facili e troppo diffuse aiutano a rimuovere e a minimizzare il problema. In fondo, se tutto il disagio mostrato dal cinema degli anni 80 fosse stato riconducibile e identificabile tramite quattro lettere e anche nonna Ruth in una fattoria dell’Iowa fosse stata in grado di  diagnosticarlo, la voglia di approfondire e di affrontare “letterariamente” il tema sarebbe passata a molti.

La seconda è che questa guerra è stata  in televisione – in versione riveduta, corretta e edulcorata – tutti i giorni per una decina d’anni di seguito. Immaginatevi un povero reduce che torna a casa e come racconta una cosa, si trova Nonna Ruth che gli dice: “Eeehh, fio mio, lo so,  e che nun ce lo so, l’ho visto in televisione…” E’ un po’ frustrante per chi racconta, ne banalizza l’esperienza e la rende progressivamente sempre meno televisiva.

La terza è che, chi combatte la guerra oggi, ha visto i film relativi all’altra guerra e ha conosciuto le ondate di ostilità verso i combattenti dell’altra guerra tutte le volte che giungeva notizia di qualche zozzeria commessa da quelli che in teoria erano” i buoni”… Beh, “i buoni”, a tutti i livelli (soldati, ufficali, politici, uffici stampa) si sono fatti furbi e non raccontano più niente, solo i fatti principali, spesso opportunamente sterilizzati per vergogna, per opportunismo o per cattiva coscienza… Anche in questo modo il fiume della narrazione possibile si inaridisce fino quasi a scomparire…

Altre idee?

Post simili a questo

Un commento su “Guerre e no”

  1. Sono abbastanza “vecchio” per aver parlato direttamente ed ascoltato i racconti di chi in guerra, la seconda guerra mondiale, c’è stato.
    Il filo conduttore comune era comunque quello che di gran voglia di parlarne non ce n’era ed ammiro qualche grande scrittore che ha saputo raccontarcela quanto basta, prima ancora delle immagini delle “Combat Camera Unit”.
    Ho inoltre un’esperienza diretta, non certamente di guerra, semmai di “aria di guerra” per aver preso parte ad una missione in Bosnia e ho testimonianza diretta di conoscenti, amici ed un parente che si sono fatti Libano, Somalia, Iran, Afghanistan, Kosovo ed ancora ex Jugoslavia.

    Posso confermare che è sufficiente la sola “aria di guerra” a farti passare la voglia di parlarne in genere ma soprattutto a gente che non ha vissuto quelle stesse cose. Il filo conduttore stavolta è che tutto sommato, così come, a parte forse moglie e figli, non importava a nessuno stare a sentire le peripezie di chi è scampato alla guerra e difficilmente si riesce a trasmettere davvero quel che si è provato…Figuriamoci poi a chi è come nonna Ruth è convinta d’aver visto tutto in tv seduta in poltrona. Ammiro infatti quei pochi scrittori che hanno saputo raccontarci la guerra davvero, senza edulcorarla o romanzarla, cercando di trasmetterci lo stato d’animo; il concetto che se una pallottola centra in piena fronte colui che finora è stato il tuo migliore amico e che fino ad un minuto prima ti parlava tu anziché piangere per lui esulti per te stesso…

    Altro argomento di natura completamente diversa quanto legato ai disordini mentali od alle conseguenze psicologiche sono convinto (e tanti con me) che per quanto riguarda questo fenomeno che sembra colpire esclusivamente i soldati statunitensi delle “missioni di pace” (e prima ancora in Vietnam) dipendano da due fattori principali:

    a. la preparazione dei soldati/soldatesse è pessima, peggiore di quanto si possa immaginare (come riferito anche da ufficiali superiori del nostro esercito di cui ho personale stima)
    b. gli stessi soldati/soldatesse sono demotivati ed una mente già “debole” rischia il crollo di fronte a determinate condizioni di stress

    PS) a margine segnalo tra i film sul tema Iraq “The hurt locker”

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.