I figli dell’amore eterno (reloaded)

Forse qualcuno ricorda gli indignati. Gli indignati erano un movimento di giovani che, sull’onda della primavera araba e di un movimento omonimo in Spagna, sembravano i protagonisti prossimi venturi della scena politica italiana. Parliamo di tempi remoti, tipo un mese fa.

C’erano state pure diverse puntate dell’Infedele dedicate “verticalmente” a loro, in particolare quella immediatamente successiva alla manifestazione di Roma che aveva preso un po’ d’aceto. Ricordo che nel collegamento dal presidio fisso di costoro, davanti a Santa Croce in Gerusalemme (non proprio un ganglio vitale di Roma), intervennero alcuni personaggi variopinti che dissero cose, prima che ingenue, incredibilmente banali. Del mio stato d’animo a vederli rimane, nei meandri di Facebook, la seguente conversazione con l’amica L.

Sulla faccenda dei foglietti forse torneremo...

Vabbè, nonostante questa stucchevole naiveté, un mese fa sembrava dovessero essere il vero nuovo-che-avanza, poi però sono stati travolti dagli eventi – la manifestazione che ha preso d’aceto, la caduta di Gheddafi, la caduta di Silvione, il nuovo Governo dei professori – e sono quasi spariti. Nell’attesa del loro nuovo avvento, che attendo con trepidazione perché dio solo sa quanto ci sia bisogno un po’ di buon umore in questa valle di lacrime, vi vorrei sottoporre una riflessione di quei giorni che mi era rimasta in canna nelle bozze del blog.

Fino a poco tempo fa, quando si intervistava un precario in televisione, l’argomento principale – potremmo quasi dire l’argomento killer – era quello del “sotto-inquadramento”. Cose del tipo: “Ho due lauree e lavoro in call center“, “Sono ingegnere aerospaziale e non mi chiamano nemmeno per un colloquio“, “Ho un dottorato in Fisica e campo di ripetizioni“… Cose così, che, quando effettivamente vere, non facevano molto di più che rendermi simpatica la singola persona, ma non spostavano di una virgola il giudizio sulla intera categoria… Non che a me il precariato piaccia, ma è un problema di sistema e il sistema non si cambia con esempi e controesempi.

Da un anno in qua – e me ne sono reso conto con certezza quando hanno cominciato a parlare gli indignati – è sparita anche rivendicazione del proprio valore: si parla indistintamente della “nostra generazione” e – un po’ alla Ruggero – di “noiggiovani”, all’interno del cui calderone ci sarà ovviamente chi vale di più e chi vale di meno Oltre a perdere di vista il senso del “buono” e del “migliore” è come se l’essere (gg)giovani in periodo difficile (*) fosse di per sé sufficiente per una sanatoria d’ufficio di tutti i mali del mondo.

Si dirà: almeno affrontano il problema in modo sistematico… Certo, anche le loro soluzioni sono di sistema: re-distribuzione del reddito, espropri proletari, decrescita felice, bicicletta, roba bio… Insomma, tutte cose che, se le vuoi dire senza far sorridere chi ti ascolta, devi avere almeno un mitra in mano…


(*) Su questo la prima cosa che dicono è che la colpa di questa situazione non è la loro. Su di chi effettivamente sia la colpa però hanno le loro idee sono un po’ confuse e soprattutto antiche: il solito complotto demo-giudaico-massonico della finanza globale e dei poteri forti, che tra l’altro procura loro improbabili compagni di viaggio

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